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La nostalgia del futuro: è possibile convivere con il terremoto?

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Avevano 9 o 10 anni o 13 la volta scorsa, il 6 aprile 2009 all’Aquila. Hanno capito quel che stava avvenendo e hanno perso l’adolescenza normale, quella delle abitudini: la cameretta, la squadra, la danza, la casa della nonna, la scuola. Piccoli cittadini italiani diventati diversamente adolescenti, separati dai tanti giochi per i quali non c’era più spazio, tra tende, traslochi, progetti-case, scuole-musp, parrocchia-map. Con gli altri aquilani, e non solo, hanno dimostrato tanta forza e resilienza (come si dice da queste parti), sapendosi reinventare nuovi destini, con i magoni e la nostalgia del futuro. Poi sono arrivati per tutti, o quasi, i luoghi nuovi, a volte apparentemente più belli.

Tiri un sospiro, guardi il Gran Sasso e pensi che devi andare avanti e che non deve succedere ad altri. Poi, in una notte d’estate, durante la Perdonanza di Celestino V e con una città in festa, piena di giovani, musiche straordinarie e sapori di possibile, ti metti al letto e torna il mostro con tre minuti di ritardo, alla stessa ora di sette anni fa, non alle 3,32, ma alle 3,36.  Loro, 17 anni oggi, o 19 o 21, i “piccoli” di allora che sono stati gli ultimi a ricordare L’Aquila “di prima”, saltano terrorizzati anche addosso a noi, genitori spaventati, ma ormai rassegnati a “questa casa ora è antisismica”. Hanno tirato i genitori in strada, per uscire fuori e non cascarci più nella storia che è normale cosìe tutto è sicuro. Hanno seguito sui social tutte le notizie in diretta, hanno pianto, hanno visto, con noi, montagne di smarrimenti e dolori noti, troppo noti: poi hanno passato questo pomeriggio aquilano, colpito da un pugno nello stomaco, a fare scatoloni per Amatrice, togliendo dall’armadio tutti gli abiti più cari, quelli conservati anche di nascosto.

Un filo di partecipazione commovente che porta direttamente tra altri terremoti, per smaltire la paura e immaginare giovani amici di esperienza comune, con un segno della loro Storia addosso.

Riccardo è appena stato alla Sagra dei ceci a Navelli e dello zafferano dell’Aquila. Studia Economia a Londra ed è reduce da due mesi di stage a Tokio. Nel suo ufficio in Giappone ha sentito più volte scosse violente e ha visto le librerie dondolare: ha notato, sconvolto, le colleghe imperterrite continuare a guardare nei monitor dei computer. E’ caduto qualche oggetto, nessuno si è fatto un graffio. Lui si è tenuto goffamente alle scrivanie, con il cuore in gola, e poi ha imparato a sedersi al suo posto, con fiducia.

E’ questa fiducia che dobbiamo costruire nella nostra Italia. Il terremoto azzera la memoria, chi resta non ha più i luoghi della sua vita, che avranno spesso un’altra destinazione, altri colori, diversi soggetti che li gestiranno. Il Liceo, il mercato, le chiese, quei negozi di tradizione con le insegne antiche che fanno l’identità nei racconti.

Le città dei terremoti non vivono con la paura di una damnatio memoriae che può essere procurata dall’uomo, come nelle guerre, ma con la paura di un ignoto in agguato. Le città dei terremoti risorgono come prima, senza essere le stesse, o più belle, ma in un tempo così lungo da perdere gli abitanti e avere gli acquirenti. Le comunità economiche, i tessuti sociali dilaniati da questi eventi meritano sicurezza. Troppi esempi recenti hanno allungato le liste di esseri umani scomparsi: bambini, anziani, donne, uomini e tanti studenti che vivevano con fiducia in aree da sempre sismiche, spesso prive dei controlli che le recenti storie avrebbero dovuto imporre, mettendo in sicurezza territori e costruzioni in zone a rischio.

Il 16 gennaio 1703 tra Amatrice e Accumoli un terremoto di forte intensità, conseguenza della faglia appenninica, devastò il territorio per ampio raggio, provocando molte migliaia di morti. Circa un mese più tardi, il 2 febbraio 1703, un sisma di proporzoni analoghe colpì l’Aquila distruggendo la città, poi ricostruita dalle numerose maestranze giunte da tutta la penisola. La memoria del terremoto indirizzò gli interventi urbanistici e ricostruttivi di quegli anni creando, con tecniche di incatenamenti e ganci,  un sistema antisismico. Una memoria che si è persa nel tempo fino alla seconda metà del XX secolo.

Pochi anni più tardi del 1703 fu portata da un padre cappuccino a Vienna, alla corte di Carlo VI, l’icona della Madonna del Popolo aquilano, foriera di miracoli e dispensatrice di benevolenze: il sovrano aveva voluto l’iscrizione alla confraternita del SS.Nome di Maria, insieme alla regina e alle tre figliole, perchè la Madonna del Popolo aquilano vegliasse sulla sicurezza della città dai terremoti e per la futura progenie maschile del re. Una devozipone, dunque, che non solo avesse il placet dell’imperatore, ma che coniugasse in una unica fedeltà, alla Vergine e a Carlo VI, l’impegno spirituale di una intera città, che, scampata al terremoto, si affidava con sincera dedizione ai nuovi Asburgo, sentiti come protettori e signori di lunga durata come «sempre Augustissima casa d’Austria».

Oggi la Madonna del Popolo aquilano è nella cappella dedicata alle vittime del sisma del 2009, insieme al libro delle foto di quei volti sorridenti andati via in una notte.

Convivere con il terremoto cambia la lettura del presente: per questo molti giovani vanno via dall’Aquila e dalle terre dei sismi, perchè scappano dal peso di non voler affrontare questo presente pesante. E quindi come pensare le città post-sisma? Di acquirenti e non di abitanti? Il terremoto induce i singoli a contare il tempo avanti, a voler pensare a una normalità immediata, a contare quanto si è perso e si sta perdendo e a essere insofferenti all’attesa di qualcosa che verrà, che sarà più bello, come dicono i turisti e chi non vive nelle città colpite. Per difendere la possibilità di vivere nell’Italia dei terremoti, non bisogna aspettare che il terremoto ci restituisca città antisismiche che perdono i loro originari abitanti. Si può sperare in città sicure da subito, con interventi mirati e diffusi, in zone individuate come a rischio. Sono necessarie operazioni che insegnano alla cittadinanza ad avere un ruolo attivo nel recupero della propria identità di territorio sismico, per fugare rassegnazione e attesa, implementando una partecipazione diversa alle dinamiche della propria città e della sua storia. E’ un percorso lungo, che deve iniziare subito.

E poi, per chi vuole, si può sempre aggiungere una preghiera alla Madonna del popolo aquilano.

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