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La Mafia e le donne d’onore: uno sguardo al presente – Parte terza

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Esempio più recente di donna coinvolta nelle attività mafiose è dato da Anna Patrizia Messina Denaro, sorella del noto latitante Matteo Messina Denaro, condannata il 31 marzo 2015 a 13 anni dal Tribunale di Marsala, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nella sentenza venne riconosciuto alla Messina Denaro un ruolo di primo piano “nello strategico comparto della comunicazione tra il vertice del mandamento di Castelvetrano e la cosiddetta provincia”, e di anello di collegamento tra il fratello “e il cosiddetto circuito penitenziario”.

In particolare, secondo i giudici, la Messina Denaro favoriva i contatti tra il marito Vincenzo Panicola, già in carcere, e il boss latitante. La Corte di Cassazione, nel rigettare l’istanza di concessione degli arresti domiciliari, osservava come : “il rientro dell’imputata nel proprio (o in altro domicilio), consentirebbe a Matteo Messina Denaro di utilizzare nuovamente la sorella come canale di collegamento tra sé ed altri soggetti mafiosi “e ciò avvalendosi di “forme e metodi di comunicazione assai riservati e protetti” che sarebbero favoriti dagli arresti domiciliari.

La Messina Denaro comunicava con il fratello non attraverso “pizzini” ma attraverso la chat del noto social network, Facebook dove la donna aveva aperto una serie di profili-tutti con nomi e foto false- il che le consentiva di parlare con il boss latitante senza essere intercettata. Qualche giorno prima dell’arresto cancellava improvvisamente tutti i messaggi e tutti i profili falsi. E’ fondato sospettare che la stessa abbia ricevuto un soffiata che la indusse a cancellare ogni traccia delle conversazioni con fratello. I giudici californiani hanno dato parere positivo alla rogatoria inviata dalla Procura di Palermo con la quale si chiedeva di conoscere tutti i file provenienti dai falsi profili utilizzati da Anna Patrizia Messina Denaro.

Nella storia delle donne di mafia, la vicenda di Giusy Vitale è la più intricata. All’età di 19 anni i fratelli Leonardo e Vito la portano a un summit di mafia. Sotto l’influenza dei fratelli diviene con il tempo un vero e proprio boss. Nel giugno del 1988 venne arrestata con l’accusa di associazione mafiosa. Scarcerata nel 2002 venne poco dopo arrestata con l’accusa di essere la mandante dell’omicidio di Salvatore Riina, omonimo del più famoso Totò Riina. Nel 2005 decise di collaborare con la giustizia e ammise, dopo l’arresto dei fratelli, di essere la reggente della cosca. Rese noto l’organigramma della mafia di Partinico e raccontò le vicende delittuose della cosca.

Al PM che le chiedeva il motivo della sua collaborazione rispose: “Mentre ero detenuta mi portarono mio figlio, oggi dodicenne, in carcere. Aveva quasi sei anni e ricordo che mi chiese perché ero stata arrestata. In particolare mi disse: “Mamma che cos’è l’associazione mafiosa?” Io non seppi cosa rispondere. Lo presi in braccio, lo misi a sedere e tentai di dire qualcosa. Gli dissi che la mafia è una brutta cosa, e che quando sarebbe stato più grande avrei cercato di spiegare”.

In carcere sposò Alfio Garozzo il quale, venuto meno l’amore tra i due, dirà che la collaborazione di Giusy era falsa e che sarebbe stato lui a convincerla a collaborare perché voleva stare insieme a lei, prima in carcere e poi fuori. In realtà non porterà alcuna prova concreta di questo accordo se non delle lettere macchiate di sangue, il suo e quello di lei, che sarebbero state dimostrative del patto di affiliazione che aveva sancito l’accordo.

Un vero e proprio boss era divenuta, dopo l’arresto del marito, Francesco Tagliavia, killer dei corleonesi, Giuseppina Sansone che, in questa sua veste, trattava droga, ordinava estorsioni e durante i colloqui in carcere con il marito dava suggerimenti su come gestire le attività illecite della cosca.

In occasione dell’arresto, i magistrati evidenziarono il nuovo ruolo delle donne di mafia una volta relegate ai margini dell’organizzazione ed ora lanciate sulla prima linea di Cosa Nostra. Ed ancora nel 1997 venne tratta in arresto Maria Concetta Inbraguglia, moglie di Pino Mandalari, consulente finanziario di Totò Riina, accusata di avere partecipato alle attività dei corleonesi. Processata, venne assolta.

In alcuni casi le donne si sono prestate a fare da corrieri della droga per l’organizzazione mafiosa. E’ questo il caso di Vincenza Calì, 42 anni, casalinga e madre di otto figli, che venne arrestata all’aeroporto palermitano di Punta Raisi mentre stava per partire per New York con 3 chili di eroina, fiutata dai cani antidroga. Non era questo il primo viaggio per New York della Calì che già un’altra volta si era recata negli Stati Uniti. Al momento dell’arresto dichiarò: “A me borotalco pareva”. Per cercare di eludere i controlli antidroga si era abbondantemente cosparsa di Chanel n.5.

Le indagini successive a questo arresto sfociarono in un blitz tra la Sicilia e gli Stati Uniti. La Calì venne condannata in primo grado a 10 anni di reclusione. L’indagine accertò che altre casalinghe di Torretta (un paese del palermitano) facevano i corrieri della droga per conto della mafia. Le stesse vennero condannate a pene comprese tra i i 5 e i 6 anni di reclusione. Ma il blitz portò anche all’arresto delle mogli di due boss newyorkesi: Grace Furitano, sposata con Ignazio Antonio Mannino, titolare di una catena di pizzerie e Giuseppa Enea, coniugata con Simone Zito, entrambe con un ruolo non marginale all’interno della mafia. Un esempio di donne manager della mafia.

I casi di donne che hanno rivestito un ruolo di rilievo in seno all’associazione mafiosa sarebbero molti e non possono essere ricordati e riferiti tutti. Quanto fin qui detto smentisce l’immagine della moglie, della madre o della sorella del mafioso quale per anni ci è stata tramandata come quella di una donna silenziosa, che non vede quanto accade intorno a lei; le loro storie infatti ci forniscono prove concrete del ruolo attivo svolto dalle donne in seno alla organizzazione mafiosa. Come osservato sin dal 1995 da un magistrato napoletano: “Ruoli subordinati nei clan camorristici, le donne non ne hanno. Anzi. Perché non solo le donne conoscono tutto ciò che avviene nei clan, ma in certe famiglie hanno addirittura un ruolo di vertice…. Ne parlo come di un problema culturale; è assolutamente scontato che una donna possa essere camorrista alla pari degli uomini e possa fare cose delittuose come loro…. Nelle indagini di camorra è normale, una volta individuato il clan, indagare sugli elementi maschili. Ma alle donne si tende a guardare in modo diverso, tanto che molte volte restano fuori dalle indagini”. Tuttavia, se ciò poteva essere vero negli anni 90, lo è molto meno oggi come dimostrano quotidianamente i fatti di cronaca.

Oggi le donne di mafia si infiltrano nelle istituzioni, inserendosi in affari leciti con l’acquisizione di quote azionarie. L’accertamento di tale fenomeno è stato reso possibile dalla legge Rognoni La Torre che ha consentito approfondite indagini sui patrimoni degli esponenti delle varie cosche, mettendo a nudo la portata del ruolo svolto dalle donne in seno alla criminalità organizzata. I boss, in conseguenza della rigorosa legislazione antimafia, degli arresti e del regime del 41 bis, non sono più stati in grado, come accadeva in passato, di continuare a gestire i propri affari dall’interno del carcere così che si sono trovati nella necessità di affidare gli affari nelle mani delle mogli che hanno, in molti casi, assunto il ruolo di “reggente della cosca” e cioè di capo in sostituzione del marito detenuto e quindi impedito ad esercitare quel ruolo. Sostenne l’allora sostituto procuratore Antonio Laudati. “Quando la mafia è davvero nei guai chiama a raccolta le sue donne”.

La presenza delle donne con un ruolo attivo in seno alla criminalità mafiosa non è limitata, come emerge da un rapporto del Ministero dell’Interno sul fenomeno della criminalità organizzata, alla Sicilia, Campania e Puglia, ma ha ramificazioni anche in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Lazio. In altri termini, oggi, le donne hanno “una reale ed effettiva partecipazione agli affari dell’azienda mafiosa” e si dedicano in particolare alle attività di riciclaggio, come emerge dal succitato rapporto.

Infine non può farsi a meno di rilevare come il fenomeno del pentitismo abbia riguardato anche donne, mogli, madri,sorelle, amanti di boss mafiosi. La legge sui pentiti ha favorito la collaborazione delle donne di mafia che, essendo a conoscenza, come si è detto, del giro di affari dei loro uomini, da mogli, sorelle, madri silenziose si sono trasformate in valide collaboratrici di giustizia, quasi sempre per liberare se stesse da una condizione opprimente e per dare ai propri figli l’opportunità di allontanarli dalla cultura mafiosa. La moglie di Scarantino, che in un primo momento aveva rinnegato il marito collaboratore di giustizia, successivamente, divenuta essa stessa collaboratrice di giustizia dirà: “Adesso non sono più in gabbia. Prima dentro Cosa Nostra soffocavo”.

Giuseppina Spadaro, figlia di don Masino Spadaro, re del contrabbando a Palermo, dopo avere anche lei rinnegato il marito pentito Pasquale Di Filippo, condivide la scelta di quest’ultimo e scrive ai magistrati: “Ho capito che Cosa Nostra è morte e distruzione…”

Carmela Iuculano, moglie di un boss siciliano, condannata a morte dalla sua cosca perché aveva un amante, divenuta collaboratrice di giustizia, ritenuta una infame da Cosa Nostra oggi dice a se stessa e alle altre donne dei boss mafiosi: “Ho scelto la giustizia come famiglia… ho intrapreso questa strada al buio… quando ho deciso di fare questo passo ero in casa mia, tra i miei affetti e le mie cose, eppure quando mia figlia mi ha chiesto di abbandonare tutto non ho esitato”.

Carmela Iuculano che oggi vive in una località protetta, arrotonda le sue entrate facendo le pulizie e occupandosi degli anziani. Si può dire che si assiste ad una presa di coscienza che va assumendo proporzioni sempre più ampie all’interno di Cosa Nostra, soprattutto tra le donne più giovani che, come osserva Lucia Falzone, l’avvocato di numerosi pentiti, non vogliono diventare “vedove bianche” per colpa di Cosa Nostra.

In alcuni casi tuttavia l’impulso alla collaborazione è determinato dall’avere le donne di un mafioso subito l’uccisione del marito e soprattutto di un figlio. Dice in proposito Antonino Calderone: “Quando una donna viene colpita negli affetti più cari, non ragiona più. Non c’è omertà che tenga, non c’è più Cosa Nostra, non ci sono più argomenti e regole che la possano tenere a freno. Le donne poi diventano pazze se si toccano i figli perché al mondo non c’è affetto maggiore….Il dolore per la privazione del figlio è insopportabile per una madre. Se le ammazzano il marito si può anche rassegnare (e non è affatto scontato), ma se le ammazzano il figlio la donna esce di senno, non conosce più regole, il dolore le fa fare e le fa dire le cose più impensate”

Emblematico è il caso di Serafina Battaglia, di cui si è detto, e che a seguito della uccisione del figlio, Salvatore Lupo Leale, decise di parlare accusando apertamente, quale autore dell’omicidio il capo mafia di Alcamo Vincenzo Rimi. Dopo l’uccisione del marito avvenuta il 9 aprile del 1960 aveva spinto il figlio a vendicare il padre. Questi tentò di uccidere i boss Filippo e Vincenzo Rimi ma l’attentato fallì e il figlio pochi giorni dopo venne ucciso. I Rimi, malgrado la Battaglia avesse lanciato precise accuse, dopo essere stati condannati all’ergastolo, videro annullata la condanna in Cassazione. Il nuovo processo che si celebrò il 13 febbraio del 1979 si concluse con l’assoluzione dei Rimi per insufficienza di prove. Serafina Battaglia tuttavia continuò a testimoniare in diversi processi, a Perugia, Catanzaro, Bari e Lecce dimostrandosi una testimone implacabile.

Dopo di allora molte sono state fino ai giorni nostri le donne di mafia che, sia pure per motivi diversi, hanno deciso di collaborare con la giustizia, svelando gli affari di Cosa Nostra, accusando talvolta i loro stessi congiunti, mariti, fratelli, madri, così consentendo, talvolta, di riaprire casi ormai chiusi, e contribuendo a far si che si potesse pervenire, grazie alle loro rivelazioni, a sentenze di condanna

 

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