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La Grande Coalizione tedesca

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Le lunghe e difficoltose trattative che hanno coinvolto le principali forze politiche tedesche a seguito del voto del 24 Settembre 2017 sembrano essere prossime alla fine, riconfermando Angela Merkel come cancelliere e mantenendo in vita la formula governativa della Grande Coalizione, costituita dalle due principali forze politiche germaniche: l’unione dei due partiti cristiano democratici CDU/CSU, guidata dalla stessa Merkel, ed il partito socialdemocratico SPD, guidato da Martin Schulz; un tempo i due principali partiti di governo regolavano il sistema di potere tedesco alternandosi al potere, ma in tempi più recenti si sono trovati costretti più volte a “coabitare” per via della sempre maggiore frammentazione dello scenario politico nazionale, all’interno del quale si è resa sempre più difficile la creazione di omogenee coalizioni di centro-destra o centro-sinistra.

L’alleanza con gli storici rivali socialdemocratici è stata una difficile condizione che la Merkel ha affrontato fin dai suoi esordi al cancellierato, la quale non le ha impedito di mantenere nel corso degli anni un notevole seguito personale, in virtù della flessibilità ideologica della sua piattaforma programmatica che ha portato un allontanamento dei democristiani tedeschi dalla tradizionale prassi di governo conservatrice, aprendosi alle tematiche sociali ed ambientali tradizionalmente appannaggio della sinistra. Tutto questo le ha garantito a lungo un consenso trasversale che però col passare degli anni ha determinato una disaffezione crescente da parte di ampi settori dell’elettorato di destra tradizionalmente legato ai cristianodemocratici, i quali hanno rimproverato alla Merkel soprattutto di non essere stata capace di affrontare adeguatamente la grande crisi europea dei rifugiati, percependo come una minaccia alla loro sicurezza l’afflusso delle grandi masse di popolazioni extracomunitarie; tutto ciò li ha spinti, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, a permettere nelle recenti elezioni l’ingresso dell’estrema destra nel Bundestag sotto le insegne del partito “Alternativa per la Germania” (AFD), la quale da forza marginale è riuscita ad ottenere il 12,6% dei suffragi, puntando alla pancia dell’elettorato con i suoi toni xenofobi ed ultranazionalisti, che in più occasioni hanno fatto riecheggiare le tristi vicende vissute dal popolo tedesco parecchi decenni addietro.
Questa nuova allarmante presenza nell’organo legislativo germanico sembra tutt’altro che una parentesi dettata da un’indignazione passeggera verso un sistema politico irrigidito, in quanto la  mancanza ormai da più di 10 anni di un sano sistema di alternanza delle forze al potere rischia di far cadere la Germania nella stessa palude che ha portato la vicina Austria a far tornare recentemente gli ultranazionalisti al governo della nazione.
Va purtroppo osservato che la popolarità delle grandi coalizioni si è estesa in quasi tutto il vecchio continente, complice una Unione Europea troppo spesso carente nell’affrontare problemi interni ed esterni, dove non fa eccezione neppure l’Italia prossima al voto, nella quale viene vista in maniera sempre più naturale e spontanea come l’unica possibilità per garantire un governo stabile ed operoso, individuando solo i vantaggi nel breve periodo ma ignorando i danni che può determinare in un ampio arco temporale, facendo si che il voto di protesta si trasformi in una pentola a pressione priva di valvola di sfogo che può portare a danni irreversibili per l’equilibrio delle istituzioni democratiche.

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