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La giornata della memoria. A lezione da Emma Marrone

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Oggi, 27 gennaio, è la giornata della Memoria.

Ma cosa s’intende per giornata della “Memoria” con la emme maiuscola? Ci sono “Memorie” di serie A, degne di essere tramandate e memorie di serie B, che meritano di essere riposte nel sempiterno oblio? Quali ripercussioni a livello di costruzione identitaria hanno queste guerre combattute lungo il sottile filo che divide la memoria dalla storia, il ricordo e la testimonianza dalla ricostruzione dei fatti? In questo senso ci viene in aiuto, una canzone di Emma Marrone, una delle dive da mancia e frii (mordi e fuggi) costruita dal celebre talent show “Amici di Maria De Filippi”, che non sappiamo quanto consapevolmente, detta delle regole epistemologiche fondamentali, che se sono note tra gli addetti ai lavori, lo sono meno tra il pubblico colto e meno colto. Tra i versi della canzone riecheggia dunque la seguente espressione: «La Storia non è la Memoria, ma la parola». Ed ecco, in questa breve e perentoria affermazione, la nostra amica, ci aiuta a tracciare una linea di confine netta tra storia e memoria, tra il fluire libero del ricordo e quello rigoroso e critico del logos. Questo deve essere chiaro a tutti, quando si parla di memoria, non si parla di storia.

Andiamo ai fatti della giornata di oggi. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 60/7 del 1 novembre 2005 ha indetto per il 27 gennaio la Giornata della Memoria, dando un crisma di internazionalità ad un processo di istituzionalizzazione della “memoria” che era già stato avviato parecchi anni prima in alcuni Stati nazionali(si ricordi la legge italiana del 20 luglio 2000 che ha introdotto, sempre per il 27 gennaio, la “Giornata della Memoria”). Perché proprio il 27 gennaio? Il perché, lo sappiamo tutti, ma è bene ribadirlo, il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Da qui, da questo luogo, parte la nostra riflessione. Infatti come è accaduto per altri avvenimenti, anche nel caso della Shoah, l’industria culturale globale ha concorso alla realizzazione di vari immaginari collettivi, nei quali occupa ormai una posizione di assoluto rilievo, non solo per le innumerabili opere letterarie, filmiche e teatrali che vi si ispirano, ma anche per la crescente considerazione rivolta ai musei e ai luoghi della memoria. Ciò ha prodotto due effetti: da un lato, il massacro dei giudei è assurto a paradigma del “male assoluto”, dall’altro, essa, rischia di tramutarsi sempre più in “merce di consumo”, esposta a ricostruzioni di circostanza, ma anche a rimaneggiamenti o negazioni. Se tutto può essere Auschwitz, infatti, il rischio è che Auschwitz si riduca a nulla. Ma prendiamo in esame dei casi concreti. La figura di Anna Frank e quella del film assurto a simbolo di questa immane tragedia dell’umanità, Schindler’s List di Steven Spielberg del 1993.

Tutti sappiamo chi è Anna Frank, ormai è una vera e propria icona, considerata a livello popolare il simbolo delle vittime della Shoah, della lotta contro l’oppressione, della speranza, del trionfo del bene sul male. Questo processo di mitizzazione è il frutto di un diario, anzi del “Diario”, quello di Anna, appunto, che ha venduto qualcosa come 35 milioni di copie, è stato tradotto in 65 lingue ed ha dato ispirazione ad opere filmiche e teatrali. Quattromila visitatori al giorno affollano la sua casa di Amsterdam, quella nella quale visse nascosta per circa due anni. Arrestata nell’agosto del ’44, morì sette mesi dopo, a causa del tifo nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.

Ma cosa dicono le persone di Anna. Se andiamo su Tripadvisor tra i luoghi recensiti, c’è anche la casa di Anna, esso ha quasi 50 mila recensioni, che pongono in evidenza due aspetti: l’attesa estenuante per entrare e la delusione per le stanze vuote all’interno. Troviamo commenti come: “bellissimo!”, “emozionante e imperdibile!” oppure altri del tipo, “Sopravvalutato rispetto alle aspettative, praticamente scarno, poco da vedere. Suggestivo nel complesso, ma abbiamo atteso più di due ore per entrare.” o ancora “Forse bisognerebbe […]insegnare anche agli altri popoli cosa vuol dire un’atrocità del genere, magari servirebbe a fermare i kamikaze o i talebani e simili”. Insegnare la storia agli altri, dunque, che suona come esportare la democrazia, ma sapremmo insegnarla questa storia? Perché il problema credo sia questo, bisogna commemorare o creare coscienze storiche?

Abbiamo esposto un caso nel quale la figura di Anna diventa un oggetto di facile consumo e in questo senso la lunga attesa per entrare diventa ancora più insopportabile. Forse potrebbe esserci d’aiuto un sopravvissuto, uno che ha vissuto questa atrocità, Primo Levi, che nella sua opera I sommersi e i salvati con il suo solito stile, scrive: «Una singola Anna Frank desta più commozione delle miriadi che soffrono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere». Ebbene, forse tutto sommato, è meglio così.

Altra icona che ha dato luogo ad una serie di mitologie sulla Shoah è senza ombra di dubbio il film Schindler’s List, anzi, per meglio dire un particolare del film. Scommetto che molti non ricordano bene la trama e lo svolgimento del film, ma ricordiamo tutti una cosa: la bimba col cappottino rosso. A partire da questa scena, il cappottino rosso diventerà un’icona pop transnazionale, cui spesso si identifica la Shoah stessa, finendo per racchiudere il “male assoluto” in un semplice indumento colorato. Nella scena del film, Schindler si erge su una collinetta che domina il ghetto di Cracovia, mentre assiste alla liquidazione del ghetto da parte dei nazisti, lo sguardo è intercettato da un piccolo oggetto colorato di rosso, che si muove tra i morti del quartiere ebraico di Cracovia, da lì riesce a vedere una macchiolina, dapprima sfocata poi sempre più nitida, che si erge sul restante sfondo interamente in bianco e nero. Schindler riesce a vedere il rosso, simbolo del sangue e del terrore, oltre che dell’innocenza della bambina. Attraverso questa visione passerà infatti la sua presa di coscienza, che tramuterà i propri intenti utilitaristici, che lo avevano mosso sin lì, in una predisposizione umanitaria dalle proporzioni uniche, che lo porterà a salvare poco più di mille ebrei dalla deportazione ad Auschwitz – Birkenau.

Abbiamo visto i casi Tripadvaisor e industria cinematografica; potremmo citarne altri per dar forza al concetto secondo la quale da almeno trent’anni e forse più è in corso quella che Tony Judt chiama “inflazione del ricordo” dell’Olocausto, diventato prodotto, merce da riprodurre in serie e somministrare in pasto al popolo di consumatori affamati. L’orrore, l’indicibile, l’irrappresentabile è diventato un feticcio di se stesso, è diventato riproducibile, è diventato un prodotto della società di massa.

L’invito che faccio a conclusione di questa riflessione è quello di provare a chiudere gli occhi, immaginare il giovane volto di Anna, e iniziare a contare tante Anna quante furono le vittime(solamente quelle ebree!) di una delle più immani tragedie del Novecento, vi ritrovereste, senza pausa, al 7 aprile. Siccome la vita va vissuta, il consiglio è di evitare di stare più di due mesi a contare; ma almeno correre dal vostro libraio di fiducia e farvi consigliare, informarvi, conoscere in maniera più dettagliata, questo così come qualsiasi altro evento storico o di altra natura, perché fermarsi alla superficie, in qualsiasi campo, non rende giustizia all’essere umano in quanto tale né tanto meno alle milioni di persone morte per la libertà.

 

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