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La “fiction” del declino americano I: The Last Ship (2014)

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Emilio Gin

“Can America Be Fixed?”. Con questo provocatorio articolo di Fareed Zakaria per il primo numero del 2013, Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista americana di geopolitica, sceglieva di accompagnare l’insediamento dell’appena rieletta amministrazione Obama.
Come è noto, il dibattito sull’apparente “declino” dell’America –e dell’occidente nel suo complesso- infuria da diversi anni a questa parte. Già all’indomani della caduta del muro di Berlino la scuola neorealista americana aveva lanciato i propri moniti sulla breve durata dell’egemonia statunitense e sulla futura crescita di nuovi attori geopolitici dominanti. La grande crisi economica di questi ultimi anni ha poi esasperato i termini del dibattito, innestandosi sugli effetti negativi della globalizzazione, e ha contribuito a consolidare la percezione sempre più diffusa di una decadenza inesorabile della potenza, della prosperità e persino delle istituzioni liberali americane. Non a caso i temi e gli slogan stessi delle più recenti campagne elettorali statunitensi, dal “yes we can” di Obama alla promessa di Trump di rendere “di nuovo grande” l’America, hanno ruotato attorno alla necessità di un vigoroso e indilazionabile rilancio del paese.
Come sempre, la letteratura e il mondo dell’arte e dello spettacolo hanno finito per essere specchio fedele, anche se non sempre esplicito o consapevole, delle ansie, delle paure, delle insicurezze ma anche delle speranze della storia recente.
The Last Ship, una fiction televisiva in onda dal giugno del 2014 sull’emittente via cavo TNT, offre un interessante esempio in tal senso.
La serie si basa su un omonimo romanzo del 1988 di William Brinkley che vedeva protagonista il capitano di una nave militare americana sopravvissuta all’olocausto nucleare alla disperata ricerca di un lembo di terra non contaminata sulla quale far sbarcare il proprio equipaggio. Alla fine di una lunga serie di peripezie, l’equipaggio americano, composto di uomini e donne, si sarebbe fuso con quello di un sottomarino sovietico incontrato in alto mare per iniziare, assieme, la riconquista di un mondo ormai divenuto ostile.
Romanzo distopico per eccellenza, dunque, anche l’opera originale rappresentava ovviamente un prodotto genuino delle ansie della contemporaneità di allora. Proprio nelle enormi differenze col suo modello, la serie televisiva attuale si pone anch’essa come specchio in cui si riflettono molte delle inquietudini del presente. Anzi, a ripercorrerne la trama sembra davvero di rileggere queste ultime fuse in un sorta di caleidoscopio assieme alla storia di questi ultimi decenni.
Innanzitutto, l’olocausto nucleare è stato sostituito dalla diffusione di un virus inarrestabile che ha decimato oltre l’ottanta per cento della popolazione mondiale, chiaro riflesso delle paure odierne di un ritorno delle grandi epidemie a seguito dell’inefficacia dei medicinali moderni. Per fortuna del genere umano, sul Nathan James, un cacciatorpediniere americano in navigazione nel Mar Glaciale Artico, sono però presenti due scienziati americani che stavano già lavorando sul virus killer per conto del governo da alcuni mesi. Inizia così la ricerca spasmodica di una cura sfruttando inizialmente solo i laboratori presenti sulla nave visto che intere nazioni sono state spazzate via dalla virulenza della malattia e risulta inutile e pericoloso tentare di attraccare in zone infette e in preda al caos. Il primo ostacolo da affrontare è però costituito da una nave militare russa che, dopo aver tentato di distruggere il Nathan James con un missile nucleare, tenta con ogni mezzo di ostacolare i progressi degli scienziati americani. L’obiettivo del comandante russo è quello di permettere ai medici presenti sulla propria nave di giungere a sintetizzare un siero efficace per sconfiggere il virus prima che possano farlo gli statunitensi. Dopo una serie di vicende, l’incrociatore russo viene affondato e la minaccia allontanata. Subito dopo, per la prima volta a bordo del Nathan James viene trovata una forma provvisoria di antidoto alla malattia che in seguito verrà perfezionato e diffuso sin dove possibile. Come si vede, se da un lato sembrerebbe quasi di vedere una sorta di memoria della guerra fredda, dall’altra siamo chiaramente di fronte all’eco odierno delle paure suscitate dalle recenti incomprensioni tra Washington e Mosca.
Ma dove le analogie con questi ultimi anni si fanno ancora più evidenti è nel ruolo giocato dalla Cina -del tutto assente nel romanzo originale- e nella descrizione della situazione in cui versano gli Stati Uniti dopo l’epidemia. Guidata dall’enigmatico e spietato presidente Peng, infatti, la Repubblica popolare cinese cerca di modificare l’antidoto ricevuto in dono dagli americani per favorire una diffusione pilotata del virus in tutta l’Asia, al fine di distruggere innanzitutto il Giappone e facilitare così i propri piani di espansione imperialista.
D’altra parte gli stessi Stati Uniti non sono più in grado di assicurare la sicurezza dell’area anche perché alle prese con la guerra civile. Il capitano Chandler e il suo equipaggio devono, infatti, prima rintuzzare i tentativi di prendere il potere da parte di coloro che hanno scoperto di essere geneticamente immuni al virus, poi devono sostenere il governo legittimo contro la più o meno aperta ribellione di parecchi governatori che, rifiutando di riconoscere l’autorità del governo centrale, mirano a una completa ristrutturazione del paese in senso autoritario e antiliberale.
Insomma, ce n’è abbastanza per non vedere nello svolgersi della trama tutto l’accumulo delle tensioni frutto di questi ultimi anni: le controverse relazioni economiche con la Cina, le frizioni geostrategiche con quest’ultima alla base del pivot to Asia promosso dall’amministrazione Obama, le tensioni di carattere razziale negli Stati Uniti e l’orami dilagante percezione degli americani stessi circa la debolezza delle proprie istituzioni liberali e della propria posizione egemonica in un mondo che sembra ormai avviato a sfuggire a ogni forma di controllo.
Non appare dunque un caso che il sottotitolo della serie, che riassume la “mission” dell’equipaggio del Nathan James, sia: “rebuild America, cure the world”!

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