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La copertina e il suo libro. Trilogia di Jean-Clément Martin sul terrore

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Un libro, quello fatto di carta, che si può toccare, guardare, segnare, strappare, annusare, ha un involucro esterno, la copertina, che è la presentazione ufficiale del libro stesso, e ha il compito di sedurre il lettore, per invogliarne l’acquisto.

Essa è strutturata in tre sezioni principali: prima di copertina, dorso, quarta di copertina. Sulla prima di copertina, troviamo il titolo del libro, il nome dell’autore e dell’editore, presenti ugualmente sul dorso per riconoscere l’opera quando si trova sugli scaffali. Sulla quarta di copertina troviamo il contenuto del libro, il riassunto di ciò di cui ci scrive l’autore, nelle sue linee più importanti. Mentre un tempo, i libri avevano una veste tipografica neutra, con copertine non illustrate, oggi, un’immagine che riveste la prima di copertina e, a volte, si estende fino alla quarta, è di uso comune. E sinossi e immagine, non sono affari di poco conto per l’autore e l’editore, anzi hanno una importanza fondamentale, quasi quanto il titolo, perché si possa presentare il libro, nella maniera più adatta. La copertina del libro, a dispetto della sua natura superficiale, è divenuta, nel corso del tempo, la sua anima, gli occhi attraverso i quali riconoscerne l’’essenza. In essa si può ritrovare raccontata una storia, che indica la genesi del libro e la sua identità.

Prendiamo qui come esempio l’edizione originale di una biografia di Robespierre, dello storico Peter Mcphee, e la sua edizione italiana. Il titolo è rimasto lo stesso: Robespierre. A revolutionary lifeRobespierre. Una vita rivoluzionaria. Nell’edizione originale, del 2012, però, non si poteva certo utilizzare l’immagine, invece, scelta dall’editore italiano, Il Saggiatore, nel 2015. Il 13 dicembre del 2013, infatti, la società Visualforensic, specializzata nella riproduzione di immagini facciali, aveva annunciato la ricostruzione del viso di Robespierre, sulla base di un calco mortuario del volto dell’Incorruttibile, attribuito a Madame Tussaud. La maschera rappresenta un viso dalla pelle molto rovinata, uno sguardo freddo e insensibile, una testa grande e rotonda. Il 2013 in Francia, si è aperto con la ricostruzione, della stessa società e degli stessi autori, del viso di Enrico IV, il primo re Borbone di Francia. Qui ci troviamo di fronte l’immagine di un vecchietto sorridente, dallo sguardo luminoso e rassicurante, un vero padre della Patria. Il 2013 è stato anche l’anno della celebrazione del 220ensimo anniversario dal 1793, l’anno ufficiale della nascita del Terrore, appunto; celebrazione che, passata attraverso una certa disattenzione politica e popolare, non ha suscitato un interesse pari a quello nato dalla ricostruzione del viso di Robespierre. Il giornale online L’Alsace.fr è stato il primo a mettere in rete il volto ricostruito, all’inizio di gennaio 2014, accogliendo un’utenza di circa 10.000 visitatori in pochi minuti. Su Focus.it è comparso un articolo dal titolo significativo “Ecco il volto del Terrore”, https://www.focus.it/scienza/scienze/ecco-il-volto-del-terrore-ricostruito-in-3d-il-volto-di-robespierre

La realizzazione della maschera di Robespierre, ha provocato una forte contestazione di storici, che non hanno riscontrato alcun tipo di somiglianza tra i ritratti più noti dell’Incorruttibile e quell’immagine. Ne hanno così sottolineato l’intenzione a leggere la storia del Terrore, accomunata alla ferocia e alla freddezza di un mostro. Mcphee ha voluto rappresentare un Robespierre conturbato e turbato da tutta la sua umanità, e da tutti i suoi sentimenti. Un uomo politico sincero e sinceramente intenzionato alla realizzazione di una ideologia vicina al popolo e dedicata al popolo. I suoi periodi di malattia, profondamente legati alle personali sconfitte e crisi di governo, sono il sintomo del sacrificio totale a cui si dedicò nell’attività politica. L’edizione italiana ne vuole così seguire il filo, presentando un Robespierre a tutto tondo, che divide, appassiona e polemizza, esattamente come la sua enigmatica figura. La sinossi del libro, abbastanza simile all’originale, è contenuta nel risvolto anteriore della copertina. Mentre, in quarta di copertina troviamo una frase di un discorso di Robespierre, “Sono popolo io stesso! Non sono mai stato nient’altro, e voglio essere soltanto questo!” (“Je suis du peuple, je n’ai jamais été que de là, je ne veux être que cela; je méprise quiconque a la prétention d’être quelque chose de plus”, Discorso ai giacobini il 2 gennaio 1792). 

Il titolo e l’immagine di copertina divengono presto l’identità non soltanto del libro stesso, ma del pensiero dell’autore, di ciò che vuole comunicarci. Per esempio, se guardiamo, ancora, uno degli ultimi libri scritti sul periodo del Terrore, Visages de la Terreur, curato dagli storici Michel Biard e Hervé Leuwers, la nostra reazione, di primo acchito, è proprio quella di associare il titolo all’immagine di copertina. Le “diverse” visioni del Terrore, esposte all’interno del libro dall’insieme di quindi esposizioni di altrettanti noti studiosi, si contrappongono alla visione unica rappresentata dall’immagine in prima di copertina, che sottolinea un particolare di un noto quadro ottocentesco di Charles-Louis Muller, L’appel des dernieres victimes de la Terreur à la prison Saint Lazare à Paris les 7-9 Thermidor An II.


Mentre cioè, il governo del Terrore sarebbe a breve caduto, esso continuava, inesorabile, la carneficina indiscriminata di uomini, donne, bambini, preti, nobili, ecc…. Una violenza che non risparmiava nessuno, nemmeno personaggi celebri. Seduto sulla sedia, infatti, è André Chénier, poeta francese, politicamente attivo durante la Rivoluzione, affianco ai Foglianti. Accusato di essere troppo vicino alle forze realiste, fu condotto nella prigione di Saint-Lazare il 7 Termidoro e ghigliottinato lo stesso giorno. Da qui, i curatori partono, nella loro sinossi di copertina, per ribadire che la complessità di esaminare il Terrore, da parte degli storici, non riguarda soltanto l’eterogeneità del periodo in sé, ma riguarda soprattutto il dovere affrontare un’immagine del Terrore, che lo vuole, inevitabilmente, brutale: “Pour comprendre les enjeux, les tensions et les contradictions de l’an II, une quinzaine de spécialistes livrent leurs analyses. Ensemble, ils brossent un tableau contrasté d’une Terreur qui ne ressemble pas toujours à celle que l’on imagine”.

Seguendo questa forte contrapposizione tra il significato storico “reale” del Terrore e l’immagine unica molto stabile nell’immaginario collettivo, lo storico francese Jean-Clément Martin, professore emerito della Sorbona, studioso esperto della Controrivoluzione e della guerra vandeana, ha mostrato una ormai ben nota, quanto originale, teoria sul Terrore. Questa fase cruciale della Rivoluzione francese, dall’inizio incerto, terminò il 28 luglio 1794, con la morte di Robespierre, considerato il principale esponente del “regime” costituitosi in quel momento storico.

Per Martin, che ci ricorda quanto il termine terrore non fosse affatto nuovo per i rivoluzionari, un governo di terrore ha tre caratteristiche principali: 1) un capo assoluto; 2) un sistema di governo, ufficialmente costituito, che pone limitazioni alle libertà del popolo, attraverso leggi che ne impediscono l’espressione di stampa, parola, movimento, pensiero; 3) una visione universale, cioè esso è (o dovrebbe essere) riconosciuto, nella sua organizzazione, in maniera univoca.

Martin, ha smantellato esattamente queste tre caratteristiche principali, dimostrando che il Terrore cosiddetto, altro non è che un’invenzione, “il migliore esempio di fake news”, fabbricata ad arte dagli oppositori di Robespierre, i termidoriani, che ne decisero l’eliminazione politica, e fisica, dal governo rivoluzionario, il 9 Termidoro dell’anno II (27 luglio 1794). Da quel momento in poi, si mise in campo una vivace campagna antirobespierrista, fatta di scritti, parole, gesti, simboli, atta a demolire totalmente il ricordo di Robespierre, che fu accusato di essere l’unico “terrorista”. Questo termine, neologismo del periodo, fu utilizzato proprio per sottolineare la responsabilità di uno solo, della violenza commessa. In realtà, dirà Martin, Robespierre non ebbe un assoluto potere politico, ma si trovò nell’insieme di un potere collettivo, molto eterogeneo, che si misurava, del resto, nel contrasto con i poteri locali, rappresentati dai sanculotti. In realtà, il sistema politico del terrore, non fu mai istituito dalla Convenzione. I rivoluzionari francesi, provenivano da una cultura che rifiutava il terrore, facendone propria la visione di un governo dittatoriale, esattamente come lo aveva definito Montesquieau “la monarchia governa con l’onore, la repubblica con la virtù e il dispotismo con il terrore”. Non ci fu mai un sistema politico fondato sul principio del terrore, “non ci fu mai la volontà di terrorizzare sistematicamente un’intera popolazione”. Se non vi è una data certa sull’inizio del Terrore, vi è una data certa sull’inizio dell’invenzione del Terrore, trovata nel discorso che il deputato Tallien tenne il 28 agosto 1794, in cui accusò specificatamente Robespierre di aver imposto un governo di terrore e imputò a lui soltanto qualunque episodio di violenza commessasi fino a quel momento.

Per rappresentare la sua teoria, Martin, che si dedica ormai da un quindicennio allo studio del Terrore, ha pubblicato vari prestigiosi interventi, e tre libri, dal 2016 al 2018, risultano emblematici del suo pensiero. Pubblicati con due editori diversi, perciò, formalmente non legati tra loro, essi sono, invece, l’uno il proseguimento dell’altro. 

Primo punto: l’assenza del tiranno

Nel 2016, Robespierre. La fabrication d’un monstre, per l’editore Perrin.

Innanzi tutto, dunque, il titolo. Robespierre fu più volte riconosciuto come un “mostro” nella retorica termidoriana, come un sanguinario assetato di morte, un megalomane voglioso di dimostrare forza e potere. L’accezione “fabbricazione” designa la volontà di costruire, letteralmente, un personaggio dalle caratteristiche specifiche, quelle inumane e crudeli che appartengono a una creatura orribile, nel carattere, come nel fisico. La quarta di copertina, spiega impeccabilmente il compito che Martin si prefissa, quello di illustrare il reale ruolo, non primario, che Robespierre ebbe nella politica di governo, e la costruzione inventata dai suoi avversari politici, all’indomani di Termidoro. In prima di copertina, è stata scelta un’immagine che ritrae Robespierre di profilo, e che porta inevitabilmente a pensare a un libro, molto noto, del 2013, Robespierre. La fabrication d’un mythe… degli storici Marc Belissa e Yannick Bosc. Questi due studiosi, hanno tracciato una rappresentazione analitica, nella visione politica, storiografica, sociale, letteraria, delle cosiddette leggende, nera/dorata di Robespierre, dalla loro nascita, ai giorni nostri. Leggende basate su fatti reali o no, che hanno fatto di Robespierre un mito che non smette, ancora oggi, di far discutere. La loro copertina riproduce un’immagine di profilo di Robespierre disegnata, quasi a voler tracciare uno schizzo dell’Incorruttibile, che si va poi a colorare all’interno del libro. 

La biografia di Robespierre scritta da Martin, è stata pubblicata in Italia, dalla Salerno edizioni, nel 2018, spogliata del suo titolo originale, Robespierre. Dal Tribunale al Terrore: successi, esitazioni e fallimenti dell’Incorruttibile, anima o enigma della Rivoluzione. Mentre il titolo francese pone l’accento su ciò che divenne Robespierre dopo la sua morte, il titolo italiano sottolinea l’umanità dell’individuo politico, il suo essere “normale”, il suo avere sviluppato una visione politica senza negare delle incertezze, del resto ovvie, nella trasformazione radicale che si stava vivendo. Robespierre visse il periodo come tutti gli altri rivoluzionari, insomma.

Secondo punto: l’assenza di un governo di terrore

Nel 2017, Martin pubblica, con Perrin, La Terreur. Vérites et légends. Un titolo che, come esplica la quarta di copertina, vuole ripercorrere il vero valore politico del periodo, partendo da una questione fondamentale: ma è proprio vero che il Terrore fu una fase così tragica, così profondamente diversa da qualsiasi altro episodio precedente e successore, così inesorabilmente unica? 

In prima di copertina, provocatoriamente, un’immagine del dipinto di Auguste-Hyacinthe Debay, del 1838, L’esecusione delle sorelle La Métairie, che ritrae la condanna a morte, da parte dell’Armata blu (l’Armata rivoluzionaria, che si contrapponeva all’Armata bianca controrivoluzionaria) di quattro sorelle, durante la guerra civile, Gabrielle, Marguerite, Olympe, Claire De La Métairie e la loro domestica, Jeanne Roy. L’esecuzione avvenne a Nantes, nel 1793. In un periodico italiano, del 1836, pubblicato a Napoli, dal titolo La cesta dei fiori, ore di passatempo per le dame, è bene evidente la controrivoluzionarissima maniera in cui questo episodio è stato divulgato: 

«[…] Quando le quattro giovani comparvero sulla scalinata di Bouffay, un sordo mormorio si fece sentire tra il popolo, era la compassione che lo faceva nascere. Ma quel sentimento fu ben presto soffocato, e le grida “Morte agli aristocratici! Gli aristocratici alla ghigliottina!”, proferite da uomini di sangue, furono ripetute dalla moltitudine. La più piccola, fu portata al patibolo per ultima, si copriva il volto con le mani per non vedere il corpo mutilato delle sorelle, ma il boia glie le tolse dal volto [e lei si mostrò in tutta la sua bellezza]. Il carnefice la guardò ed egli stesso sentì un moto di compassione. Lasciò ricadere il braccio che già stendeva verso di lei, la mostrò al popolo dicendo “È troppo giovane, non ha quindici anni!”. “Grazia! Grazia!” si esclamò. La giovane rifiutò la grazia “Fatemi morire, odio la Repubblica, io la detesto… viva il Re! Viva il Re!”. [Fu uccisa. Il boia, turbato dalla nobiltà d’animo della giovane, morì di disperazione]». 

Terzo punto: l’assenza di una visione universale

Infine, nel settembre 2018, Martin pubblica Les échos de la terreur : vérités d’un mensonge d’état…, per Belin. La menzogna è esattamente la propaganda termidoriana, e Martin ne segue lo sviluppo nel corso della storia di Francia, fino a vedere il Terrore accomunarsi a fenomeni che nulla hanno di simile, come il terrorismo islamico. Come pure ha dimostrato in un recente libro Francesco Benigno, Terrore e terrorismo…, il termine è quasi divenuto una proiezione mentale, che si riferisce a questo o quel pericolo del momento. 

In prima di copertina troviamo una famosa stampa, “Robespierre, guillotinant le bourreau après avoir fait guillotiner tous les Français”, del 1794. Pubblicata subito dopo la caduta di Robespierre, questa stampa appartiene alla collezione Vinck, ed è attribuita al caricaturista Hercy, di cui non si hanno notizie biografiche. Nondimeno è questa l’illustrazione tra le più celebri dell’età termidoriana. L’immagine rappresenta numerose ghigliottine, e Robespierre, che, mentre calpesta copie delle costituzioni del 1791, e del 1793, tira una corda per liberare la lama, in modo da ghigliottinare il condannato, l’ultimo francese rimasto in vita oltre lui, il boia. Sotto il suo corpo disteso, una grande cesta piena di cadaveri. Si dice che le lettere poste sopra ogni ghigliottina abbiano un significato preciso, per esempio: A-il boia, B-il Comitato di salute pubblica, E-i giacobini, F-i cordiglieri, M-i nobili e i preti, O-gli anziani, le donne e i bambini, insomma tutto il popolo francese, come bene mostra l’epigrafe “cy gyt toute la France”.

L’opera di Jean-Clément Martin è il riflesso di una nuova ricerca storiografica, che vuole raccontare il Terrore recuperandone il valore e muovendosi verso una lettura più attenta al suo significato storico.

I titoli sono esplicativi del lavoro che si vuole presentare ai lettori, Robespierre è un mostro costruito, la visione del Terrore si è stabilizzata all’interno della mescolanza di verità e leggende sviluppate dal pensiero comune, anche nell’arte, nella filosofia e nella letteratura.

Le immagini di copertina riprendono, quasi sempre, un’unica interpretazione, quella di un Terrore sanguinario, crudele, fratricida, e vogliono, per questo, fungere da oggetto di analisi. Esse non rappresentano ciò che in realtà si va a raccontare, ma ciò che verrà posto in discussione. Il Terrore non è più né un dérapage, né una necessità legata alle circostanze, né un’ideologia politica ben definita. Esso rimane, nei testi di Martin, un mito evanescente, che si è ormai consolidato, nel pensiero comune come un fenomeno pienamente culturale, di cui ne ha dunque acquistato sì l’identità e le leggi, ma anche l’eterogeneità e le tradizioni, anche le contraddizioni e le sicurezze. Per questo lo storico non proporrà di cambiare nome a un periodo che non è mai esistito, poiché esso non può cessare di essere tale e deve essere valutato tenendo in considerazione le sue verità e le sue bugie.


  • Martin J.-C., Robespierre. La fabrication d’un monstre, Paris, Perrin, 2016
  • Martin J.-C., Martin J.-C., La Terreur. Verités et légendes, Paris, Perrin, 2017 
  • Martin J.-C., Les échos de la terreur : vérités d’un mensonge d’état. 1794-2001, Paris, Belin, 2018



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