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La città cannibale

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La mafia? È “una forza sempre velatamente all’opera in Sicilia”, a seconda delle circostanze può essere alleata, neutrale o nemica dello Stato: a Leopoldo Notarbartolo occorrono oltre quattrocento pagine per argomentare un giudizio così amaro e netto. Lo fa nelle Memorie della vita di mio padre Emanuele Notarbartolo scritte fra il 1911 e il 1916, stampate nel 1949 a Pistoia in sole duecento copie; ripubblicate nel 1994 dalla casa editrice Novecento col titolo La città cannibale e adesso di nuovo riproposte, perché il secolo trascorso non ha cancellato il valore di quella denuncia. Anzi ha dato una patina di verità storica, staccata dalla cronaca ma non per questo meno attuale, ad un figlio che trova la sua dimensione nella ricerca di giustizia per l’assassinio del padre. I fatti sono noti, almeno nelle grandi linee.
Dopo avere ricoperto le cariche di presidente dell’Ospedale, sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia, il 1° febbraio del 1893 Emanuele Notarbartolo viene ucciso con 27 pugnalate sul treno che da Termini Imerese lo riporta a Palermo. Un omicidio anomalo, clamoroso come mai era accaduto, e la voce pubblica subito individua il mandante nel deputato Raffaele Palizzolo. I tre processi celebrati a Milano, a Bologna e a Firenze creano una sorta di spettacolo offerto all’opinione pubblica, dove centinaia di testimoni provenienti dalla Sicilia sfilano esprimendosi in un linguaggio tanto esotico da necessitare di un interprete per divenire comprensibile. Il primo processo a Milano viene celebrato sei anni dopo l’uccisione di Notarbartolo, frutto di un’istruttoria attenta a non coinvolgere i principali indiziati: alla sbarra ci sono gli imputati minori, nessun addebito viene mosso a Palizzolo. Ed è a Milano che il figlio Leopoldo lancia le sue accuse, con contraccolpi plateali: un ispettore di PS devoto a Palizzolo viene arrestato in aula per falsa testimonianza, la Questura di Palermo appare coinvolta nel depistaggio delle indagini, il ministro della guerra accusa la magistratura palermitana di colpevole negligenza. Il processo di Milano mostra quanto osceno possa essere l’intreccio mafia/politica, come la mafia possa condizionare gli equilibri nazionali. Lo scandalo è tanto imbarazzante da suggerire al comando militare di Milano di proibire ai propri ufficiali di accostarsi all’aula dove si celebra il processo. Intanto Palermo si mobilita e su iniziativa di Giuseppe Pitrè viene fondato il comitato pro Sicilia, per difendersi da un’accusa di mafiosità che sembra tutti coinvolgere: l’adesione è in buon parte emotiva, ma certo non tutti sono in buona fede.
Chiamato a testimoniare a Bologna, Ignazio Florio pronuncia parole che ancora sorprendono. Dichiara di non avere mai sentito nominare la la maffia; e quando il Pubblico Ministero commenta che qualche volta è stata utile nelle elezioni, lui scatta accusandolo di calunniare la Sicilia. Piccoli miti che vacillano, specie quando apprendiamo che alla testa del Comitato che, nonostante tutto, ripresenta Palizzolo alla Camera si trova la mitica Franca Florio tante volte omaggiata come l’ultima regina di Palermo.
La scomoda verità è che Notarbartolo si oppone alla potente lobby che, a partire dai Florio, include ambienti aristocratici e borghesi ma anche operai dei cantieri navali e della fonderia Oretea. Una lobby che, scrive Salvatore Lupo, si ramifica verso Genova e ovunque le società Florio trovino i loro interessi: la lotta è fra il partito di Crispi e quello di Giolitti. Raffaele Palizzolo è solo uno strumento del partito crispino, un mediatore fra il circuito politico-affaristico locale e quello nazionale. Emanuele Notarbartolo e il figlio Leopoldo sono degli isolati per forza sconfitti. Degli alieni in patria. Ed è interessante osservare in che modo venga utilizzata la sua “estraneità”.
Sino a quando il gioco non si fa troppo pericoloso è una risorsa da utilizzare per mettere a posto situazioni all’apparenza ingovernabili. Accade così all’Ospedale provinciale di Palermo, in teoria ricco per numerosi lasciti e in pratica sull’orlo del fallimento, che Notarbartolo regge per tre anni a partire dal maggio 1870: scopre che su viveri e medicinali si concludono lucrosi affari, che gli amministratori indicati dalla politica speculano sui prezzi, che i debiti vengono moltiplicati e a Palermo un ammalato costa molto più che a Milano. Riesce a risanare la cassa, ma certo non si fa molti amici. Quando diventa sindaco di Palermo scopre che l’ultimo bilancio era stato approvato otto anni prima, e che il cassiere paga “a conto sospeso” senza che le spese siano rendicontate. Ma non ci sono soltanto denunce. Da sindaco, Notarbartolo mette fine ai ripensamenti e decide di attuare il progetto Basile per la realizzazione del Teatro Massimo: perché Palermo, scrive il figlio Leopoldo, “aveva bisogno di dare sfogo ai suoi bisogni ideali” .
Anche il Banco di Sicilia attraversa un momento di grave crisi. La colpa di Notarbartolo è che si mette ad analizzarne le ragioni individuandole nella propensione alle operazioni azzardate decise dai membri del Consiglio generale del Banco, che stanno lì perché rappresentano le province e le Camere di commercio: non capiscono molto di operazioni finanziarie, ma sono svelti a seguire il proprio interesse. Notarbartolo avrebbe voluto una riforma dello statuto del Banco, ridimensionare il Consiglio e valorizzarne l’autonomia. E cade nella città cannibale, il nome che i giornali di mezza Europa avevano dato a Palermo nel 1866: la città dove, scrive il figlio Leopoldo, nei giorni della rivolta di settembre “qualche carabiniere, qualche soldato o qualche poliziotto erano stati presi, uccisi, squartati, arrostiti e in parte mangiati”.

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