Home Andare per scaffali L. Braida, S. Tatti (a cura di), Il Libro. Editoria e pratiche...

L. Braida, S. Tatti (a cura di), Il Libro. Editoria e pratiche di lettura nel settecento, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2016 , pp. 433.

339

Il volume raccoglie gli atti di un convegno dedicato al libro e all’editoria nel settecento. I saggi sono stati organizzati in una struttura tematica la cui lettura ci fornisce il quadro complessivo del progetto disegnato dagli organizzatori del convegno. Un percorso apparentemente frammentato ma, con una forte coerenza progettuale giacché la stampa e la sua capillare diffusione in ogni strato sociale diventano uno degli strumenti che contribuiranno a costruire la nuova realtà sociale e politica europea che segnò la fine della società di antico regime. Gli interventi pubblicati affrontano cinque temi:

il rapporto tra l’autore e i suoi editori; le trasformazioni del mestiere del libro e del mercato editoriale; i generi editoriali di larga circolazione; la mobilità dei testi pensati per i nuovi contesti cultural; (traduzioni, materialità delle edizioni); l’attenzione ai lettori, alla storia delle biblioteche e alle nuove forme di lettura (p. X).

Il settecento è un momento di svolta per la realtà editoriale europea: la cartina di tornasole è data dai cataloghi degli editori che aumentano a dismisura l’offerta dei titoli. Gli scaffali della bottega del libraio si riempiono di volumi in modo esponenziale. Il mercato librario si espande in maniera esponenziale a macchia d’olio creando canali commerciali che permettono una circolazione dell’oggetto libro, massiccia e tempestiva. Utilizzando un osservatorio formalmente periferico come la Sicilia vediamo che i dati di crescita che si riferiscono al mercato siciliano e palermitano in particolare sono in piena sintonia con quelli europei. Bartolomeo Inbert “gallicus” nel 1523 nella sua bottega di mercerius, che rispecchia i canoni organizzativi delle analoghe strutture francesi, ha la disponibilità di 166 titoli e 414 volumi; il libraio Achille Piffari nel 1597 ha sugli scaffali 1217 titoli e 2816 volumi; Luciano Meli nella sua bottega nel 1623 offre 2039 titoli con 7612 volumi. Nel settecento il volume delle offerte dei titoli e dei volumi disponibili raddoppia ulteriormente.

 Un mercato in crescita imponente che evidentemente è alimentato da una sinergia che si sviluppa su alcuni snodi importanti: l’autore, il lettore, l’editore e il circuito di commercializzazione. Tutte queste realtà interagiscono tra di loro e contribuiscono alla creazione di una nuova realtà del rapporto del lettore con il libro. Cambia radicalmente l’approccio alla lettura della pagina stampata: si legge silenziosamente e non si rendono partecipi gli altri alle emozioni legate alla trasposizione della scrittura in parole. Un segno tangibile della trasformazione del nuovo approccio è segnato tipograficamente dall’abbandono dei segnali tipografici che segnalavano a chi leggeva ad alta voce dei necessari cambiamenti di tono per partecipare agli ascoltatori l’opportuna emozionalità. Il nuovo modo di leggere è ricostruito da Tiziana Plebani nel suo saggio La rivoluzione della lettura e la rivoluzione dell’immagine della lettura anche per il tramite di un’analisi delle rappresentazioni iconografiche dei lettori del settecento. La presenza delle donne nelle immagini legate al mondo della lettura è un altro indicatore per comprendere come sia cambiato l’approccio alla pagina scritta che non è più uno strumento di lavoro per il giurista, per il filosofo, per l’ecclesiastico o per il medico bensì un oggetto che stimola un approccio emozionale. Si legge un romanzo di amore, si legge in villeggiatura ma, ci si preoccupa di avvicinare al mondo della lettura anche i bambini come ci mostra l’immagine di una bambina che si appresta a leggere su un libro mentre le donne della famiglia lavorano al tombolo.

Altro momento importante per il processo di ampliamento della platea dei lettori, che s’indirizzano a un tipo di lettura non professionale e che si approcciano alla carta stampata per diletto, è individuato nell’irrompere nel palcoscenico della lettura di un prodotto editoriale specifico: il giornale, il periodico che stravolge completamente l’approccio alla carta stampata. Roberto de Romanis nel suo saggio sui riti della sociabilità inglese invita a riflettere che i giornali che s’inseriscono nel sistema della comunicazione del settecento, hanno una costruzione della notizia che non invecchia e non si consuma in un giorno. In particolare afferma che

I contenuti di quel genere di stampa, proprio per prestarsi come oggetti del vivace dibattito cui si accennava poc’anzi, sono più che altro echi di notizie, o meditazioni o spunti cui quelle notizie o altri materiali apparsi in qualche volume recente potevano dare origine, o l’avevano già data su altre testate o contesti; … imponendo ai lettori dei ritorni, degli approfondimenti, dei ripensamenti con passaggi da un periodico all’altro o da un giornale a un volume e viceversa.

La lettura dei giornali e il loro commento in Inghilterra avevano luogo non già nel silenzio degli studi bensì sul rumoroso scenario dei club e delle coffee-houses – nella sola Londra si contavano almeno duemila caffè – innescando la costruzione di reti relazionali che coinvolgevano spesso anche gli autori. Il romanzo e il saggio costituivano il carburante principale con il quale alimentare il dibattito all’interno delle predette realtà con i vantaggi e gli svantaggi che ne derivavano. Inoltre, il caffè e il club erano strutture che avevano bisogno della città per nascere e svilupparsi, mentre nei villaggi di campagna o nei piccoli centri la realtà dei giornali e della loro lettura condivisa non riusciva a consolidarsi.

I temi affrontati nel volume sono numerosi e complessi e meriterebbero una lettura specifica e attenta. Un esempio valga per tutti. Serenella Rolfi Ožvald dedica il suo saggio proprio al tema dell’uso delle immagini in una rinnovata editoria di qualità dedicata a uno specifico circuito dell’editoria di “alta divulgazione” legato alla stampa di volumi corredate da incisioni spesso a colori. Un mercato difficile che si alimentava con le sottoscrizioni delle associazioni di lettori specializzati che alimentavano un’editoria di lusso criticata da chi vede nel libro uno strumento culturale e non già un oggetto di collezione.  Francesco Milizia nel 1797 criticava

quegli amatori curiosi, i quali tengono fin i libri come chincaglierie di lusso e temono di toccarli affinché non perdano niente del loro valore pecuniario. A questo valore la ciarlataneria sacrifica il merito intrinseco delle opere, e così avvelena le arti e i costumi (pp. 237-238).

In realtà, ci si trova davanti ad un mondo tipograficamente nuovo, dove si sperimentavano le diverse tecniche in uso per la riproduzione su carta delle immagini colorate. Un’esperienza che necessitava l’attivazione di una stretta collaborazione dell’arte della tipografia con quella della calcografia.  I costi di produzione di questo specifico prodotto librario erano molto elevati ma costituiva uno strumento essenziale per gli autori e gli editori «specializzati nello specifico campo della storia e della critica delle belle arti» (p.245).

L’ultima sezione di questo volume è dedicata a “Editoria e biblioteche nella Sicilia del settecento” con cinque saggi che aprono degli squarci sulla realtà siciliana del settecento poco conosciuta da sviluppare e da approfondire in un contesto temporale che necessita in molti casi una rilettura.  Michela D’Angelo apre la sezione con un saggio dedicato all’editoria e libri nel ‘lungo’ settecento messinese (1678-1783); Diletta D’Andrea continua con la sua riflessione su “Stampatori e librai a Messina nel tardo settecento” ; Rosario Lentini illustra il funzionamento della Reale stamperia di Palermo nel primo ventennio di attività ( 1779-1799); Danilo Siracusa presenta l’iniziativa  voluta dal viceré Caracciolo della pubblicazione dei calendari del Regno di Sicilia (1759-1805); Caterina Sindoni si sofferma su i libri per le scuole e la Biblioteca dei maestri nella rivoluzione scolastica di Giovanni Agostino De Cosmi.

Le analisi di Michela D’Angelo e di Diletta d’Andrea mostrano una Messina profondamente segnata da alcuni eventi traumatici come la rivolta contro la Spagna (1674-78), la peste del 1743 e il terremoto del 1783. Avvenimenti che hanno delle ricadute negative sia sul numero delle tipografie, che operavano all’interno delle mura cittadine, sia sull’attività dei librai e degli editori.  Un’attività editoriale che supportava il “consumo” locale sfornando libretti di devozione, spartiti musicali, bandi ma, nello stesso tempo, garantiva le pubblicazioni di maggiore peso scientifico stimolate dalla presenza operante di accademie e di biblioteche le quali dedicavano numerose letture ai temi scientifici e culturali di rilievo. Ad esempio diverse pubblicazioni sono dedicato all’analisi dei terremoti che squassarono in quel periodo sia  la Calabria sia la Sicilia. Le officine tipografiche messinesi garantivano, inoltre, settimanalmente la stampa di “gazzette” con le quali la realtà politica e culturale europea fece irruzione in Sicilia grazie alle notizie, tratte dai fogli di Venezia, Trieste, Napoli e di altre capitali europee, che si mescolavano a quelle della guerra contro la Francia rivoluzionaria e ai riferimenti alla cronaca locale.

Altra riflessione è dedicata all’esperienza legata alla creazione a Palermo della reale stamperia, uno stabilimento tipografico funzionale al piano governativo di realizzare una struttura di supporto all’Accademia palermitana, primo nucleo del futuro Ateneo palermitano, e all’ambizioso progetto della riforma del sistema scolastico siciliano. Il saggio di Rosario Lentini disegna i percorsi di questa ambiziosa intrapresa affidata alla Deputazione dei Regi studi che ne avrebbe fatto uno dei suoi più importanti riferimenti per la sua politica culturale. Il progetto era di far si che la stamperia si autofinanziasse obbligando il Tribunale del Real patrimonio e gli altri uffici della Regia Corte a servirsi della real stamperia di Palermo per produrre tutta la modulistica necessaria per la loro attività istituzionale. Una privativa che suscitò le ire degli altri stampatori palermitani che si ritennero danneggiati dalla scelta della Deputazione. La documentazione, conservata presso l’archivio storico dell’Ateneo palermitano, ci permette di avere il quadro complessivo della produzione che usciva annualmente dai torchi giacché si conservano i dati relativi alle tirature e alle giacenze di magazzino. I torchi della stamperia reale produrranno, su specifico mandato di mons. Airoldi, i volumi del  Il Consiglio d’Egitto frutto della arabica impostura  dell’abbate Vella ma, anche, grammatiche, libri di diritto, opere devozionali e altro materiale didattico.

L’ampliamento della platea dei lettori è legato anche agli sforzi che sono riservati alla formazione culturale e didattica del maestro di scuola.  Caterina Sindoni con un saggio sui libri per le scuole e la biblioteca dei maestri apre un ampio squarcio sul ruolo avuto dal De Cosmi nella modernizzazione e laicizzazione della formazione dei maestri delle scuole elementari. Dalle prime indagini emerge che l’impostazione delle strutture didattiche della scuola elementare siciliana, sotto l’impulso decisivo del De Cosmi, sia stata «orientata verso quel modello scolastico offerto dal sistema in vigore nel Lombardo-Veneto tutto basato, come sottolinea Piseri, sul principio della necessità della formazione dei maestri» (p. 403). Una formazione che passa sempre per il tramite dell’oggetto libro

Le stamperie palermitane si occupano anche di pubblicare i cosiddetti Calendari di corte che saranno utilizzati dal viceré Caracciolo in funzione della creazione di una opinione pubblica favorevole alle iniziative del governo. La scelta di utilizzare il Gregorio come redattore e coordinatore della redazione dei Calendari non è casuale ma funzionale alle scelte politiche anti baronali del viceré. Il libro e la scolarizzazione diventano le armi con le quali supportare la politica riformistica.

Un volume che riapre, come Silvana Braida e Silvia Tatti sottolineano nella loro introduzione, un dibattito sul ruolo che la produzione, la diffusione e, soprattutto, la fruizione dell’oggetto libro ha avuto nei processi di destrutturazione dell’antico regime. Ognuno dei saggi pubblicati apre lo spunto per nuove riflessioni e riletture ma soprattutto mette in luce che la rete, con la quale si supportano i processi riformistici che demoliranno gli stati di antico regime, sarà costruita grazie agli editori, agli stampatori e ai librai che assicureranno la capillare diffusione delle nuove idee.  

Lascia un commento
Articolo precedenteJurassic World
Articolo successivoLA LIBIA OGGI. TRA IDENTITÀ, STORIA E CAOS
Ninni Giuffrida
Professore associato di Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di palermo. La sua attività scientifica ha affrontato diverse tematiche di storia economica, politica e sociale che caratterizzano la proiezione mediterranea ed europea della Sicilia tra il XV e il XX secolo. Fra essi si segnalano i risultati di una indagine su la storia della finanza pubblica siciliana e su l’evoluzione e il funzionamento delle reti del credito. È autore di oltre 100 pubblicazioni in riviste scientifiche e di settore, tra le quali si segnalano: Considerazioni sul consumo della carne a Palermo nei secoli XIV e XV (Roma,1975); Grano contro Ebrei. Un'ipotesi per il riequilibrio della bilancia commerciale siciliana al momento dell'esodo (1492) (Palermo, 2006); Monografie: La Sicilia e l'Ordine di Malta (1529-1550) La centralità della periferia mediterranea (Palermo, 2006); La finanza pubblica nella Sicilia del ‘500 (Caltanisetta-Roma, 1999).