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Isole vagabonde

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Spinto dalla prematura morte della moglie e da un litigio col padre, nell’anno di grazia 1470 il medico catanese Prospero Mussumeci lascia la città a dorso d’asino e intraprende la sua peregrinazione attraverso la Sicilia. E’ un uomo giovane, ha solo ventisei anni ed è ebreo, la sua è una famiglia di medici e rabbini dalle lontane origini andaluse. E’ benestante, ma agli ebrei è vietato muoversi a cavallo: al pari degli altri cinquantamila ebrei residenti nell’isola, anche il giovane Prospero è servo della Camera regia. In pratica è una sorta di schiavo a piede libero del re d’Aragona, ed ha l’obbligo di indossare all’altezza del cuore la rotella di panno rosso che subito serve a distinguerlo.

Le sue avventure alla ricerca di una città dove esercitare l’arte medica sono raccontate da Giuseppe Sicari in Isole vagabonde (edizioni Pungitopo, 133 pagine, 12 euro), libro a metà tra il saggio ben documentato di tono divulgativo e il romanzo storico; a venire in primo piano è una civiltà materiale del tutto dimenticata, capace di incuriosire a ogni pagina. Il medico Mussumeci percorre una Sicilia dove le distanze si dilatano. Ad esempio, Naso e Ficarra sono due paeselli feudali distanti appena un miglio; ma per recarsi a Ficarra proveniendo da Naso ci vuole una giornata di cammino: bisogna scendere a valle, guadare un fiume, arrampicarsi su un altro monte mentre i soldati scrutano sospettosi ogni viandante. L’attività più redditizia è l’allevamento del baco da seta: il mutevole vorace verme si sviluppa a vista d’occhio, prolifera in tutti gli spazi disponibili per poi finire in grandi vasche d’acqua calda, dove cessa di vivere cedendo il suo involucro per produrre la seta venduta grezza ai mercanti toscani. Un terremoto ha costretto le benedettine di San Filadelfio a chiedere ospitalità alle clarisse di Militello: l’Inquisizione le processa per violazione della clausura, le suore rischiano d’essere murate vive. E ogni venerdì santo i predicatori incoraggiano la “santa spetrata”: E’ una fitta sassaiola contro porte e finestre degli ebrei, per punirli d’avere un giorno crocifisso Gesù.

Gli ebrei di Sicilia sono un decimo della popolazione e in fondo si sentono al sicuro: come può sentirsi al sicuro un giudeo, mentre tutto intorno cresce l’intolleranza. Mancano pochi anni al 1492, l’anno della scoperta dell’America e della nuova diaspora in cui gli ebrei vengono espulsi da tutti i regni della corona spagnola. Anche dalla Sicilia.

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