Abbattutasi su scala globale tra il 1918 e il 1920, l’influenza spagnola è stata prima pandemia del ventesimo secolo e viene oggi considerata da molti la più letale della storia umana. 

I numeri dell’influenza spagnola 

Cinquecento milioni di casi in poco più di due anni, decine di Paesi colpiti e un numero ancora oggi imprecisato di morti. Tra il 1918 e il 1920, abbattendosi prevalentemente sulla popolazione di età inferiore ai 65 anni, la Spagnola ha cancellato con tre ondate un’intera generazione. 

  • La prima ondata, scoppiata nella primavera del 1918, colpì in maniera simile all’influenza e per questo venne fortemente sottovalutata.
  • La seconda arrivò nell’autunno del 1918, dimostrandosi molto più letale della prima a causa di una mutazione del virus, cresciuto in ambienti insalubri e sovraffollati.
  • La terza ondata, infine, colpì nell’inverno del 1919, con un tasso di mortalità nuovamente ridotto, ma questa volta mietendo fasce ancora più giovani della popolazione.

Secondo gli studiosi, la seconda ondata pandemica sarebbe stata più forte e letale delle altre due. Una versione mutata del virus, rafforzata dalle precarie condizioni igienico-sanitarie della vita di trincea o degli ospedali da campo, che permise una più facile e veloce trasmissione della malattia, accelerandone il cambiamento in una forma più letale. 

Perché si chiama “influenza spagnola”

L’influenza spagnola, o semplicemente “la Spagnola”, venne così chiamata perché furono i giornali del Paese iberico per primi a parlare dell’ondata di influenza anomala che aveva colpito il territorio. Questo perché la Spagna non era tra i Paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale, quindi libero dalla censura di guerra che coinvolgeva tanto altre potenze europee quanto gli Stati Uniti. Questo diede origine all’errata convinzione la malattia fosse diffusa solo nell’area di Spagna e Portogallo, portando a un’iniziale sottovalutazione della minaccia pandemica.

Gli studi sull’influenza spagnola

È importante precisare come tutti i dati presi in considerazione siano di molto posteriori all’effettivo scoppio della pandemia. Le informazioni in nostro possesso provengono principalmente da studi compiuti tra il 1991 e il 2005, (anno in cui il Centro di controllo delle malattie di Atlanta è riuscito a ricostruire il virus partendo da campioni congelati prelevati dai cadaveri di una spedizione in Alaska).

In questo lasso di tempo sono state avanzate numerose ipotesi sulla sua origine, nonché cercati i luoghi di sviluppo dell’agente patogeno, spesso con risultati diversi o addirittura contraddittori. Per fare un esempio di queste discrepanze, ancora oggi gli scienziati non concordano se la diffusione del virus sia partita dalla Francia, dagli USA o dalla Cina, dando vita a tre versioni sulla possibile propagazione del contagio.

Influenza spagnola: il periodo storico

Su una cosa tutti gli scienziati concordano: la guerra è stato un fattore determinante per la diffusione della malattia. Allo scoppio della pandemia, il novembre del 1918 era ancora lontano e l’Europa stretta nella morsa del gelo.

Sin dai primi giorni della Grande guerra, nel 1914, il vecchio continente stava già lottando contro gli effetti di un’anomalia climatica che sarebbero proseguiti fino al 1919, contribuendo enormemente alla diffusione dell’influenza spagnola. Mentre le armate della Triplice Alleanza e delle Triplice Intesa scavavano le trincee che avrebbero contraddistinto il conflitto sul fronte occidentale, le piogge incessanti trasformavano la terra in fango, facendo marcire il legname usato per costruire contrafforti e casematte. Con temperature più basse delle medie stagionali, i militari dovettero affrontare i mesi più rigidi con indumenti inadeguati, lottando tanto contro il nemico quanto contro umidità, muffe e funghi, tutti elementi deleteri per il sistema respiratorio.

In queste condizioni, l’Europa viene considerata la culla naturale dell’infezione, tanto da porre uno dei probabili punti di origine dell’epidemia, nel 1918, presso l’ospedale da campo di Étaples. Una struttura militare di seconda linea, dove, già sul finire del 1917, i medici militari avrebbero registrato tra i pazienti l’insorgenza di una malattia dall’altissimo tasso di mortalità. 

Influenza spagnola: le cause e la diffusione

Gli studi condotti nel 1999 ipotizzano la Spagnola sia stata originata da una mutazione aviaria del ceppo virale dell’H1N1 (lo stesso della comune influenza), successivamente trasmessa all’uomo. Da solo, questo dato non sarebbe sufficiente a giustificare l’esplosione pandemica della grande influenza, la cui causa è principalmente da rintracciare nel legame e la concatenazione tra la diffusione virale del contagio, le anomalie climatiche del periodo e soprattutto la vita in trincea.

Principale vettore nella diffusione del contagio dell’influenza spagnola furono proprio i militari, prima impegnati in guerra e successivamente di ritorno dal fronte (come nel caso dell’Irlanda, dove la Spagnola giunse insieme al rientro delle truppe). Si stima che, durante il conflitto, la regolare sostituzione dei reparti di prima e seconda linea movimentasse giornalmente solo in Europa tra i sessantamila e i centomila uomini.
Uno scambio di persone perfetto per veicolare la circolazione di una malattia dell’apparato respiratorio. Il sistema immunitario dei soldati, indebolito dalla pioggia, dal freddo, dai turni di guardia massacranti e dalla malnutrizione non era preparato per l’insorgere della pandemia; comuni colpi di tosse o starnuti, nelle trincee come nelle tende, potevano contagiare un numero imprecisato di altri militari. Allo stesso modo, marce forzate, camion e treni merci usati per spostare reggimenti, battaglioni e divisioni (gruppi numerosi di esseri umani assembrati per lunghi periodi), così come gli affollati ospedali da campo hanno rappresentato terreno fertile per la propagazione di un virus, giunto nelle città insieme con i reparti in licenza o con il rientro definitivo delle truppe alla cessazione delle ostilità, nel novembre del 1918.

Influenza spagnola: il tasso di mortalità

Risulta ancora oggi difficile stabilire l’esatto tasso di mortalità che ebbe l’influenza spagnola. Come detto precedentemente, l’insufficienza dei dati reale pesa molto su analisi e indagini, svolte tutte a posteriori. Di base è chiaro come la mancanza degli antibiotici e le cure spesso inadeguate abbiano contribuito a incrementare il numero delle morti, così come le molte patologie secondarie sviluppate tanto dai militari quanto dai civili. Le stime più prudenti ipotizzano 50 milioni di morti con un tasso di mortalità del 2.5%, ma esistono dati in cui tale percentuale varia tra lo 0,75% e il 5,6 %.
In generale, tralasciando l’Europa (colpita in maniera abbastanza massiccia e uniforme), i Paesi più contagiati furono in gran parte colonie dell’emisfero australe. Dalla Nuova Zelanda ai territori del sud est asiatico e gli arcipelaghi minori dell’Oceania. In questo quadro di pandemia globale, che colpì anche gli Stati Uniti, si suppone il tasso di contagio possa variare dal 2.4% al 10% di una popolazione mondiale stimata sui due miliardi di individui.

Influenza spagnola: il post pandemia

Come accennato in precedenza, l’influenza spagnola spazzò via il tessuto produttivo di una generazione. La pandemia, sommata alla guerra, aveva lasciato un vuoto profondo nelle campagne come nelle grandi città, dove molte attivi commerciali (chiuse anche per limitare i contagi in città come New York) non riaprirono più. Eppure la Spagnola scomparve bruscamente tre il finire del 1919 e l’inverno del 1920 (anche se alcuni affermano di una quarta ondata avrebbe colpito gli USA a cavallo tra il 1920 e 1921), lasciando sostanzialmente una popolazione più forte, sana e robusta. 

Questa condizione socio economica, unita alla generale mancanza di manodopera, diede impulso ad una inversione nelle tendenze proprie dell’economia di guerra, con un generale aumento dei salari e una ripartenza affidata allo sviluppo dell’industria pesante (manifattura di acciaio e metalli, cave di marmi e graniti, cantieri per le infrastrutture e così via).

L’influenza spagnola: gli anni successivi alla pandemia

Il periodo successivo alla Grande guerra, con l’incremento delle temperature, la scomparsa della pandemia e la sostanziale ripresa economica, resta famoso come un decennio di grandi cambiamenti sociali, sospeso tra malcontento, malinconia e follia. Dagli “Anni ruggenti” americani, immortalati da Francis Scott Fitzgerald nel romanzo “Il grande Gatsby”, a Les années folles della Parigi notturna, popolata dai più famosi esponenti della cultura bohémien: pittori, letterati e artisti di ogni genere, che resero i dintorni della collina di Montmartre il cuore dell’arte europea di quegli anni.

 

Lascia un commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.