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I confini mobili delle Mafie

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taliano; nel tempo sono uscite dalle tradizionali aree di insediamento, radicandosi anche fuori dagli originari confini meridionali. La loro preoccupante capacità di espansione mostra quanto sia errato osservarle come la prova di un ritardo culturale: le mafie hanno “confini mobili” derivanti dal loro adeguarsi al mondo, dai cambiamenti avvenuti negli scienze sociali e nella giurisprudenza, dalla più accorta strumentazione teorica degli osservatori.
Poiché sono per definizione segrete le mafie hanno a lungo preteso di non esistere. Poi c’è stata l’ondata dei collaboratori di giustizia, ma anche allora sono state osservati più i risultati che la struttura dell’organizzazione. Molto utile è pertanto il libro pubblicato a cura di Marco Santoro, Riconoscere le mafie. Cosa sono, come funzionano, come si muovono (il Mulino, 362 pagine, 28 euro), dove grazie a studiosi come Umberto Santino, Antonio La Spina, Alessandra Dino e Monica Massari si fa il punto sullo stato attuale della ricerca.
Nella corposa introduzione firmata da Santoro le mafie sono definite “fenomeno sociale complesso e stratificato”, la cui multiforme natura viene spesso semplificata sui giornali o nel discorso politico: ed ecco fiorire le interpretazioni divulgative, utili a mantenere vivo l’allarme e desta l’attenzione. Che però non risolvono la grande questione della natura e della logica del fenomeno mafioso.
Santoro riconduce le diverse scuole di pensiero sulle mafie a tre filoni interpretativi: alcuni studiosi privilegiano l’approccio economico-politico, altri quello culturale-sociale o quello ispirato alla teoria dell’azione, che soprattutto osserva le ricadute collettive dei comportamenti individuali. Oggi la crisi dei modelli economici e politico-culturali che identificano la modernità (occidentale, capitalista e statuale) innalza le mafie al ruolo di testimoni, le chiama a rappresentare lo scarto tra il modello astratto e le diverse realtà territoriali, le trasforma in esempio per le promesse non mantenute della modernità esportata dall’Occidente bianco, protestante e settentrionale.
Occorre quindi tornare a studiare. Magari tenendo presente quanto diceva Giovanni Falcone: per combattere la mafia non occorre trasformarla in un mostro, né pensare che sia un cancro o una piovra. Piuttosto, “dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia” e coglierne la mutevole natura. I saggi raccolti in Riconoscere le mafie riflettono sul rapporto con la politica e la democrazia, sull’uso della violenza, sull’espansione delle organizzazioni. Risulterebbero incompleti senza il capitolo firmato da Umberto Santino, che sulla “complessità” del fenomeno mafioso ha sempre insistito individuandone i fondamenti nelle strutture economiche alla base dei codici culturali-ideologici, a cui aggiunge la dimensione politica.

Amelia Crisantino

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