Michele Cometa, professore di Storia della cultura e Cultura visuale all’università di Palermo, presenta una serie di suggestivi incontri che lo scrittore e drammaturgo tedesco Johann Wolfgang Goethe fece durante il suo viaggio in Sicilia nel volume Goethe e i siciliani. Il dialogo delle affinità. Pubblicato da Palermo University Press, il libro ripercorre quegli incontri che hanno lasciato una traccia indelebile sia nella vita dello scrittore che nella storia di una terra che ha avuto un grande peso nell’immaginario di moltissimi viaggiatori.


La sua permanenza in Sicilia, iniziata il 3 aprile 1787, è stata di circa un mese e mezzo: fino al 13 maggio, giorno in cui ripartì da Messina per proseguire il viaggio nel resto d’Italia. 
Il Grand Tour di Goethe si svolse fondamentalmente a tappe per i luoghi più importanti e significativi dell’isola: Palermo, Bagheria, Monreale, Alcamo, Segesta, Castelvetrano, la Valle dei Templi di Agrigento, Enna, i piedi dell’Etna, Catania e Messina. A visitare la Sicilia era stato tra gli altri, anche un altro intellettuale tedesco, Friedrich Christian Carl Heinrich Münter.

A spingere quest’ultimo alla scoperta di tutta la penisola furono i suoi interessi filologici e archeologici e, chiaramente, la passione per le lingue antiche e orientali. Tutto ciò lo si può evincere dai documenti autobiografici lasciati proprio da Münter, concentrati prevalentemente nelle tappe del Regno di Napoli e delle Due Sicilie. 
Goethe e i siciliani. Il dialogo delle affinità si sofferma in modo mirato sugli incontri di determinati personaggi che non passarono inosservati agli occhi del poeta: in particolare il principe di Caramanico, i monaci di San Martino e il cavalier Giuseppe Gioeni. 


L’amicizia con Johann Heinrich Meyer gli consentì, anni dopo il suo primo viaggio, di addentrarsi nuovamente nel mito italiano. La seconda parte del volume di Cometa tratta appunto del lavoro di approfondimento critico della cultura italiana con la creazione di una sorta di enciclopedia dalla quale è possibile ricavare varie informazioni, utili poi per la stesura dell’Italienische Reise (Viaggio in Italia). Quest’ultimo venne difatti pubblicato in due volumi intorno la prima metà dell’Ottocento, più precisamente tra il 1816 e il 1817. 
Traspare dunque la necessità di ricorrere alla letteratura di viaggio, genere ampiamente diffuso tra gli scrittori del periodo.

Scrive Goethe:

“La Sicilia, che era stata, per così dire, scoperta dai viaggiatori stranieri nella seconda metà del secolo scorso. […] Possediamo già un intelligente e serio Swinburne, un nobile e valoroso Riedesel, un gaio e talvolta sconsiderato uomo di mondo Brydone, un operoso, ma non sempre attendibile Borch, un bravo e fedele ma un po’ prolisso Bartels, un serio e contenuto Münter, un istruttivo e fecondo Stolberg, uno scientifico anche se non abbastanza fondato Spallanzani, un Houel che con le sue incisioni ha, per così dire, racchiuso tutto.” (pag. 35).

Stando alle considerazioni goethiane, è importante notare come la letteratura del viaggio assuma un ruolo chiave all’interno della trama dei personaggi e dei luoghi con i quali lo scrittore entrò in contatto.
L’intellettuale poi sposta l’attenzione sul patrimonio bibliografico della Sicilia, concentrandosi prevalentemente su due scrittori: il primo è il tedesco Philipp Joseph Rehfues che, insieme al pittore Carl Graβ, aveva visitato la Sicilia dedicandole uno spazio di rilievo nel volume Neuester Zustand der Insel Sicilien (Sull’attuale situazione della Sicilia). Il secondo è invece l’orientalista Joseph Hager il quale soggiornò due anni a Palermo raccogliendo numerose informazioni in merito ai costumi palermitani, all’aristocrazia cittadina e alle istituzioni culturali, per poi inserirle nel volume Gemälde von Palermo (Quadri di Palermo).

Per quel che riguarda le figure di spicco incontrate e descritte da Goethe, la più importante è sicuramente quella del principe di Caramanico, anche noto come viceré Francesco Maria Venanzio d’Aquino, esponente della corte napoletana. Egli si stabilì a Palermo nel 1785, occupando la reggenza del riformatore Domenico Caracciolo. Il viceré continuò l’opera riformatrice del suo predecessore da un lato limitando il potere dei baroni, dall’altro rafforzando il potere centrale e avviando una politica modernizzatrice che mirava tra l’altro a migliorare i servizi pubblici, e a rinnovare il sistema educativo. Tutto ciò fu apprezzato da Goethe, che lo elogiò, pochi anni dopo, nell’Italienische Reise, descrivendo il comportamento del principe nel corso di un banchetto:“In quel momento fece il suo ingresso il viceré col suo seguito. Egli si comportò subito con quella decorosa affabilità, che si addice ad un gentiluomo par suo; ma non poté fare a meno di sorridere, quando il cavaliere maltese ebbe espressa anche a lui la meraviglia di vedermi lì” (pagg. 48-49).

Altrettanto rilevante è la presenza dei monaci di San Martino nel percorso goethiano: giunto al monastero, i frati accolsero il poeta con molti onori. La vita culturale dell’abbazia era molto vivace e originale e godeva di una viva produzione artistica e una forte attività editoriale. Vantava inoltre di una biblioteca, centro per molti studiosi e ricercatori di un certo calibro, molto conosciuti nella Palermo letteraria dell’epoca. Tale meta, fortemente prestigiosa e qualificata, affascinò Goethe talmente tanto che lo spinse a trascurare del tutto la visita al duomo di Monreale (pag. 51).

Altro personaggio illustre, facente parte degli incontri catanesi, è il cavalier Giuseppe Gioeni, esplicitamente nominato nell’Italienische Reise. Da quell’incontro, avvenuto dopo aver frequentato la nobiltà locale del Palazzo Biscari, Goethe ricevette validi consigli per poter salire sull’Etna per godere di una magnifica vista e osservare lava. Pur tuttavia, a causa delle avverse condizioni meteorologiche, Goethe non riuscì mai a soddisfare quel desiderio.

Per quanto riguarda il soggiorno messinese, si sa ben poco dal momento che è avvolto nelle nubi di generiche indicazioni. Nella tarda sera del 10 maggio 1787, Goethe giunse a Messina, trovando ospitalità nel Palazzo dei Principi Brunaccini di San Teodoro o Palazzo della Congregazione. Dopo una breve permanenza, di quattro giorni che lo portò a far tappa alla chiesa di San Gregorio e alla superba Palazzata, lasciò a malincuore la città dello Stretto concludendo così il suo girovagare in Sicilia con la notissima frase: “Non si può avere la più pallida idea dell’Italia se non si è vista la Sicilia: qui è la chiave di tutto”.

Il testo di Michele Cometa, dunque, rappresenta un ottimo punto di partenza per chiunque viglia scoprire da una parte i luoghi più antichi e imponenti che rendono la Sicilia una terra meravigliosa e ricca di storia, da un’altra parte il modo in cui l’aspetto artistico italiano possa influenzare notevolmente una cultura tanto distante quanto diversa come quella tedesca.

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