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Giuseppe Galasso, il Mediterraneo, l’Europa

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«Napoli e il Mediterraneo» era il titolo di un ciclo di lezioni a più voci che Giuseppe Galasso organizzò nel 2011. Gli interessava, come scriveva lui stesso, «ripercorrere le vicende della presenza di Napoli nel suo mare sin dall’età antica» attraverso «il confronto con i paesi e i popoli di quel mare, con i quali Napoli si è trovata direttamente o indirettamente a convivere e a misurarsi». Che idea aveva Galasso del Mediterraneo? Parlarne era per lui come rendere omaggio a Fernand Braudel. Il Mediterraneo è un «grande mare», non certo al confronto dell’Oceano con le cui acque non potrebbe misurarsi, ma per la sua storia, che ha pochi eguali al mondo: il mare attorno al quale l’umanità ha compiuto la sua traversata dal neolitico all’età industriale, traghettando nell’era della globalizzazione. In Roma e nel suo impero Galasso riconosceva in particolare l’impronta della civiltà occidentale, sottolineando come l’idea di modernità non a caso fosse nata in Europa, fucina del progresso umano, poi «suicidata» nella follia delle due guerre mondiali. Il Mediterraneo gli appariva «luogo altamente topico della storia e della civiltà mondiale»,  sino a divenire «specchio dell’Europa, che si unisce», pur conservando la sua complessità. Era, come lo aveva definito Braudel, il «cuore del vecchio Mondo», in rapporto inscindibile con l’Europa.

Eppure, la rappresentazione del mondo mediterraneo tra XVII e XIX secolo si trasformò, «divenne l’immagine di qualcosa che era stato e non era più», sino ad apparire l’area di una grande stasi culturale, sinonimo di un mondo pigro, superstizioso, arretrato, fatalista, semifeudale in opposizione al dinamismo moderno, razionalistico, liberale, progressista attribuito all’Europa settentrionale. Una visione che Galasso contestava con forza, invitando a non lasciarsi sedurre da facili tipizzazioni o ipostatizzazioni della specificità mediterranea, convinto com’era che «lunga durata e permanenza, antiche sedimentazioni e radici profonde non hanno mai costituito, e non costituiscono all’inizio del XXI secolo, un universo inalterato o inalterabile». Così, suggeriva che «a ogni passo bisogna ricordare le differenze regionali e le aperture all’esterno». Perché, se è vero che non si può negare la “mediterraneità”, è però altrettanto vero che essa non possa essere concepita come «disarticolata e chiusa, ancorata per sempre a un determinato modulo di se stessa, e non, invece, profondamente dinamica, come un archetipo esistenziale o filosofico, e non come fenomeno storico multiplo e suscettibile di datazione». L’orologio del Mediterraneo – diceva – è in altri termini quello della storia umana.

E la storia è sempre contemporanea: ciò che in conclusione gli interessava era il Mediterraneo di oggi, «lo sguardo ravvicinato sulla generale situazione mediterranea e sulle prospettive nella nuova fase della globalizzazione, che da qualche decennio caratterizza sempre più largamente e profondamente la vita economica e sociale del mondo contemporaneo». Perché questo in definitiva urgeva allo storico intellettuale, impegnato sul terreno della politica: la tensione sempre viva all’attualità, lo sguardo proteso al contemporaneo, le domande e le risposte dell’oggi. Scriveva Galasso nel suo volume “Prima lezione di storia moderna”, rivolgendosi dunque a un pubblico di giovani lettori, che noi rievochiamo le vicende umane del passato «perché ne sentiamo oggi il bisogno, e ciò significa che il passato in qualche modo, in qualche misura, è ancora con noi». La storia come la vita scorre continua, ininterrotta, oppure riaffiora dove e come può oppure non riaffiora più. Però «se finisce in un posto, essa si riapre o prosegue in un altro». Ecco, professore, la Sua storia, la Sua lezione.

Fonti:

  1. Galasso, La dimensione culturale del Mediterraneo, in P. Barcellona-F. Ciaramelli (a cura di), La frontiera mediterranea: tradizioni culturali e sviluppo locale, Dedalo, Bari, 2006;
  2. Galasso, Il Mediterraneo: un nesso totale tra natura e storia, «Mediterranea-ricerche storiche», 9/2007 (on line http://www.storiamediterranea.it/public/md1_dir/r764);
  3. Galasso, Il Mezzogiorno di Braudel, «Mediterranea-ricerche storiche», 10/2007 (on line http://www.storiamediterranea.it/public/md1_dir/r798.pdf);
  4. Galasso, Prima lezione di storia moderna, Laterza, Roma-Bari, 2008;
  5. Galasso, Mediterraneo, un mare che bagna Napoli, Corriere del Mezzogiorno, 03 novembre 2011.
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Rossella Cancila
Rossella Cancila è professore ordinario di Storia moderna presso il Dipartimento Culture e Società dell'Università di Palermo. Ha condotto ampie ricerche sulla Sicilia del Cinquecento, nel contesto geopolitico del Mediterraneo e del sistema imperiale spagnolo, occupandosi in particolare delle problematiche di natura fiscale e delle loro implicazioni sul piano politico e sociale, cui ha dedicato soprattutto il volume Fisco ricchezza comunità nella Sicilia del Cinquecento, Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma, 2001. In questo contesto ha affrontato anche temi relativi alla rivolta urbana (Il pane e la politica. La rivolta palermitana del 1560, ESI, Napoli, 1999). Successivamente (Prin 2004) ha orientato il suo interesse storiografico sul Settecento, privilegiando i processi di formazione e di evoluzione dei ceti dirigenti a livello locale, e gli aspetti relativi alla gestione sul piano patrimoniale e politico-amministrativo di un importante stato feudale (Gli occhi del principe. Castelvetrano: uno stato feudale nella Sicilia moderna, Roma, Viella, 2007). L’indagine si è poi estesa alle problematiche connesse all’esercizio della giurisdizione feudale in Sicilia in età moderna, nel quadro dei processi di formazione dello stato, con particolare riferimento alle dinamiche di collisione e collusione tra baronaggio e corona e al rapporto tra giurisdizione regia e giurisdizione feudale, argomenti su cui ha pubblicato diversi saggi nel contesto del Prin 2007, e da ultimo la monografia Autorità sovrana e potere feudale nella Sicilia moderna, Palermo, Associazione Mediterranea, 2013. Nel 2015 ha curato con Aurelio Musi il volume Feudalesimi nel Mediterraneo moderno (pp. VIII, 614): il feudalesimo si configura come un tema di rilievo della 'modernità' e una chiave di lettura del Mediterraneo e della sua complessità. Inoltre, ha indirizzato i propri interessi verso il problema della guerra e della frontiera nel mondo mediterraneo in età moderna, coordinando la pubblicazione del volume Mediterraneo in armi (secc. XV-XVIII), «Quaderni di Mediterranea-ricerche storiche», 2007. Ha pubblicato recentemente ricerche su temi connessi all’integrazione e alla cittadinanza (2014) e alle pratiche di identificazione tra età medievale e prima età moderna (2015) nel contesto del Firb 2012. Attualmente si occupa della gestione dell'emergenza in tempo di peste.