Il primo conflitto mondiale rappresentò un tornante storico per il nostro Paese, aprendo il campo a incredibili drammi, entusiasmi e lacerazioni. Il mondo intellettuale colorò quegli anni con dibattiti ed elaborazioni politico-culturali di alto profilo.
Tra i tanti, si distinse Gioacchino Volpe, il cui manoscritto inedito, Il popolo italiano nel primo anno della Grande Guerra (a cura di Eugenio Di Rienzo e Fabrizio Rudi, “Biblioteca della Nuova Rivista Storica” – Società Editrice Dante Alighieri, pp. 303, 10 euro) vede oggi la luce. Di Rienzo è anche autore della lunga introduzione (quasi un libro a parte) in cui fa riemergere parole e analisi di uno dei più grandi storici del Novecento. 

Nel 1914-1915, l’intervento contro Austria-Ungheria e Germania si profilava agli occhi di Volpe come “necessario e inevitabile” per un’Italia decisa a compiere il proprio destino e guadagnarsi un ruolo e una dignità internazionale, nonostante la maggioranza dell’opinione pubblica fosse neutralista. Queste convinzioni non si sposarono mai in Volpe con impostazioni sciovinistiche e razziste o con i toni da “guerra santa”, che emergevano invece in altri liberali come Cesare De Lollis e Adolfo Omodeo, ma non in Croce.
Il filosofo, convito neutralista, fino al 23 maggio 1915 – feroce critico dell’ideologia della “guerra di sterminio” predicata dagli ambienti demo-massonici internazionali, e degli eccessi dello sciovinismo – invitò il Paese impegnato nello scontro a riscoprire l’idea-forza della “moralità dello Stato come potenza”. Senza mai, però, confondere le sue posizioni con quelle portate avanti dall’Associazione Nazionalista Italiana. 

Il nazionalismo viveva, nel primo decennio del Novecento, momenti di grande fervore intellettuale, ma anche di lotta interna come, nel 1912, la scissione del piccolo gruppo dei Nazionali Liberali aveva testimoniato. In quell’anno, in nome del liberismo e del riformismo, un nutrito gruppo di intellettuali – tra cui, Paolo Arcari, Alberto Caroncini, Giovanni Amendola, Lionello Venturi, Guido De Ruggiero, Giuseppe Antonio Borgese, Alessandro Casati, Antonio Anzilotti, Giovanni Gentile e Volpe – si era nettamente emancipato dal nazionalismo ortodosso di Enrico Corradini, Luigi Federzoni e Alfredo Rocco. 

L’introduzione di Di Rienzo per dar luce a un’Italia proletaria

La corposa introduzione di Di Rienzo ha il merito di farci rivivere nel dettaglio tutti i dibattiti che animarono l’Italia e il liberalismo di quegli anni. Tra i tanti, si può trovare Dino Grandi, allora anch’esso nazionale liberale che nel 1914 emise un giudizio quasi profetico: “La guerra d’oggi doveva essere naturalmente combattuta tra Germania, Russia e Italia da un parte, Inghilterra e Francia dall’altra. Fra la gioventù e la vecchiezza. Fra la cassaforte e il lavoro. Per tutte queste ragioni, la pace che seguirà non potrà essere duratura. La vera guerra delle Nazioni povere contro le Nazioni ricche, naturale e necessaria, la guerra proletaria e rivoluzionaria, dovrà avvenire presto in questi termini precisi”. 

Un’attenta e spregiudicata analisi degli interessi in gioco aveva spinto Volpe a sostenere l’opportunità dell’ingresso in guerra a fianco di Francia, Regno Unito e Russia, senza alcuna demonizzazione dell’avversario portata avanti dall’interventismo democratico (“non ho soverchia simpatia per certi prodotti della francese democrazia”, scriveva, infatti, lo storico). I nuovi alleati avrebbero consentito il realizzarsi della sicurezza della nostra frontiera orientale, delle aspirazioni irredentistiche verso Trento e Trieste e di una più efficace proiezione mediterranea, vero asse portante della geopolitica nazionale. Un “sospettoso attendismo verso le Potenze occidentali” e la necessità di una sorta di “guerra parallela” in seno all’alleanza furono comunque ben presenti nelle speculazioni improntate al realismo politico di Volpe, e non senza ragioni, come dimostrerà il travagliato dopoguerra e infine la “vittoria mutilata” del 1919.

L’identità nazionale in continua evoluzione e la preparazione bellica

Per lo storico, la guerra italiana non era imperialistica, ma “proletaria”: “Combattiamo per trar fuori il nostro popolo dalla sua grigia fatica di eterno bracciante, di eterno servo. Vogliamo che ogni italiano valga domani quanto ogni altro europeo, e non viva peggio di un tedesco, di un inglese, di un francese, di un belga. Emanciparci, levarci in piedi. Non dobbiamo più essere i lustrascarpe, i barbieri, i menestrelli e i prosseneti degli altri. Non ci si deve più camminare sui piedi. Non dobbiamo più trascinare e lordare per le terze classi dell’orbe terracqueo i nostri fagotti, i nostri figli, i nostri marmocchi e le nostre lacrime”. L’Italia, che si era affacciata alla storia come nazione sin dal XII secolo, ricordava Volpe, si sarebbe dovuta così fondare su basi organiche e comunitarie, attraverso il “plebiscito di tutti i giorni” di cui aveva parlato Ernest Renan nel 1882.

Nella visione dello storico, l’identità nazionale emergeva come un fattore in continua evoluzione (non “statico”) e basato sull’”etnia” e non sulla “razza”. Le aristocrazie intellettuali e lo Stato (che realizza la “Nazione, realtà immanente agli individui e alle classi”), descritto in termini che sembrano ricordare in parte Giovanni Gentile, sarebbero stati due fattori decisivi in questo percorso. La foga patriottica porterà Volpe, a conflitto iniziato, a non escludere ipotesi dittatoriali o eversive per scardinare i limiti del sistema italiano istituzionale italiano incapace di misurarsi con l’evento bellico. Umori antiparlamentari avevano d’altro canto caratterizzato larga parte della cultura italiana, simboleggiata da una rivista come “La Voce”. E Volpe non mancherà di porre in linea di continuità le “radiose giornate di maggio” che avevano portato al primo conflitto con la nascita e lo sviluppo del fascismo, nel quadro dell’”Italia in cammino”. La vicinanza al regime costerà poi molto cara allo storico nel dopoguerra.      

In sostanza, il volume ci restituisce un momento di altissima tensione ideale, dove Volpe può essere considerato tra i capostipiti di un ceto intellettuale spinto alla drammatica prova della guerra non certo dal “sonnambulismo” (per riprendere la superficiale definizione di Christopher Clark nell’omonimo volume, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra), ma animato da idee di realismo, giustizia sociale, nazionalizzazione delle masse e amor di Patria. Lo storico cercò di porsi in continuità con le aspirazioni della Destra storica e dei “liberali generosi che hanno fatto l’Italia”, analizzando freddamente gli enormi limiti militari e industriali del Paese, e parallelamente mettendo il dito sulla piaga di gravissimo problemi quali quello dell’emigrazione, ma rimanendo convinto che solo una nazione forte e coesa avrebbe potuto trovare l’indipendenza e il prestigio, onorando il suo passato e costruendo per i propri figli un futuro degno di essere vissuto.

 

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