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Gap – Partigiani Terroristi-

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Le vicende dei Gap sono argomento in parte sconosciuto e inesplorato all’interno del filone di studi sulla Resistenza; due paiono essere i motivi principali di questa emarginazione: la scarsa presenza di documenti archivistici su cui poter condurre un’accurata opera di analisi, dovuta alla natura clandestina dei Gap e, secondo, la frammentarietà delle vicende gappiste.

Già da parecchi mesi prima l’8 settembre 1943 si comincia a discutere in Italia della necessità di creare formazioni armate agili per contrastare il fascismo, che siano in grado di portare a termine attentati contro esponenti del regime. A parlare per primo di Gruppi di Azione Patriottica (Gap) è Antonio Roasio. Secondo l’esponente del Pc, la struttura organizzativa dei gruppi armati deve essere semplice, basata su piccoli gruppi entrati in clandestinità, selezionati fra i militanti comunisti di massima affidabilità e audacia. L’organizzazione militare deve essere separata da quella del partito, e gli uomini devono avere un alto disciplinamento e senso di sacrificio.

Mentre le brigate Garibaldi furono aperte a combattenti di qualunque opinione e credo politico, purché decisi a lottare i nazifascisti, nei Gap furono ammessi solamente i comunisti più sperimentati. Diverso fu, infatti, il ruolo assegnato a ciascuna componente della lotta armata: le brigate Garibaldi furono il nerbo dell’esercito partigiano, attestato soprattutto sulle montagne, i Gap ebbero come compito quello di far detonare la lotta armata, colpendo in città con azioni «esemplari».

Nell’immediato, il vertice del Partito comunista optò per un modello basato sulla guerra per bande, sull’esempio jugoslavo. Per seguire questa strategia serviva un detonatore, una struttura operativa che fosse in grado di dimostrare che la lotta armata, contro fascisti e contro i nazisti, era possibile, da subito, e proprio nelle città, dove più radicata fu la presenza operaia, e più stringente il controllo delle autorità fasciste. La creazione dei Gap rappresentò dunque, negli ultimi mesi del 1943, l’unico strumento immediatamente utilizzabile per mostrare che la resistenza armata era possibile, anzi già dispiegata, ben prima che l’organizzazione e la diffusione delle bande partigiane si consolidasse. Fra l’autunno del 1943 e i primi mesi del 1944, le azioni gappiste ebbero una funzione di propaganda: furono i loro attacchi a fornire l’esempio che il dominio nazifascista sulle città non era affatto incontrastato.

Il bacino di reclutamento dei gappisti fu anzitutto quello della classe operaia. I candidati ad entrare nei Gap andavano trovati, contattati con estrema cautela. Andavano esaminate le loro motivazioni e la loro affidabilità, e solamente i responsabili del partito potevano procedere a questa selezione. Nelle città, centro del potere di nazisti e repubblichini, i clandestini ospiti silenziosi di case che dovevano sembrare vuote vissero una lotta ardua. La fame e le difficoltà a reperire il sostentamento minimo da parte dei gappisti furono i problemi più seri.

Fu in questo contesto che videro la luce le cosiddette «bande di recupero», composte da uomini che da mesi condividevano l’esperienza della lotta armata in città, spesso privi di collegamenti e di basi, tagliati fuori dalle famiglie, senza tessere annonarie, impossibilitati ad accedere al mercato nero. La soluzione ad essi più a portata di mano fu quella di «espropriare» qualche ricco commerciante o industriale, meglio se fascista. Quando situazioni di questo genere si perpetuano, il rischio di degenerazioni verso una vera  e propria delinquenza diventa reale.

Lo strumento della rappresaglia fu una delle armi più spietate utilizzate dai tedeschi e dai fascisti per reprimere e disincentivare le azioni gappiste.

La natura «terroristica» della lotta al nazi-fascismo dei Gap racchiudeva in sé un elemento di possibile instabilità interna: il ricorso all’omicidio a sangue freddo. Per il partigiano, come per il gappista, il nodo delle implicazioni etiche che comporta la scelta di uccidere, volontariamente e deliberatamente, non è eliminabile una volta per tutte, ed è un nodo che deve essere ogni volta affrontato nell’intimo della propria individualità. Nella lotta condotta in città le emozioni e i tentennamenti ebbero un ruolo ancora più rilevante che in montagna.

La difficoltà dell’uccidere a viso aperto coinvolse chiunque si propose di compiere un gesto del genere, a maggior ragione se mai compiuto prima. La militanza comunista non fu deterrente sufficiente per neutralizzare scrupoli, paure e dubbi. Rimane attestato che alcuni militanti, magari privi di un background di comprovata fede e formazione politica, riuscirono a compiere questo gesto senza eccessiva difficoltà Ogni generalizzazione in questo campo sarebbe indebita e fallace, mentre è facilmente constatabile quanto il problema sia diffuso.

Per tutti i gappisti la prova del fuoco fu la prima azione, momento in cui i comandanti potevano capire chi ce l’avrebbe fatta, chi sarebbe diventato affidabile e chi no. Essi erano costretti ad agire in azioni individuali, o in gruppi di due-tre persone, senza il conforto del numero che potesse mascherare dubbi e perplessità.

Alla paura di morire, ai freni che ogni gappista provò di fronte all’inevitabilità di dover uccidere qualcuno, un altro fattore viene addotto nell’analisi al generale problema di scarsità di uomini, di rimpiazzi per i combattenti caduti in battaglia: la paura di essere torturati.

Nella concreta esperienza dei Gap la tortura fu un elemento ricorrente, sia per chi la subì, sia per chi, in libertà, cercò di immaginare se e come se la sarebbe cavata in circostanze terribili. La morte in combattimento poteva essere affrontata come il prezzo accettabile e prevedibile di una guerra nella quale si entrava volontariamente. Immaginare le ore e i giorni della tortura fu ben più arduo, perché solo la capacità di resistere sino alla fine avrebbe offerto la verifica della «purezza della fede».

Molti cedettero alle sevizie e dalle informazioni estratte a forza scaturirono pesanti repressioni e decimazioni delle bande Gap. L’umana debolezza di cui chi entrò nelle fila del Partito fu partecipe, non avrebbe dovuto trovare comprensione, secondo i vertici. Chi cedette non ebbe attenuanti di sorta. Per chi alla fine parlò l’unica definizione per il Partito fu «traditore». Questa fu la sorte riservata a chi parlò, a chi si tradì e soprattutto tradì il Partito.

Il «mito» della Resistenza ha acceso i riflettori sulla sua versione più nobile e ricca di ideali, relegando forse alla penombra uomini e gesta che meriterebbero un’altra considerazione. Si può affermare che a tutt’oggi esista una lacuna nel panorama storiografico e che pochi storici abbiano riconosciuto il giusto valore alle azioni terroristiche di alcuni uomini dai valori antifascisti, spezzando anche l’anatema nei confronti del termine terrorismo, concepito a lungo come «sinonimo di follia omicida senza giustificazioni

Per un approfondimento si consiglia:

S. Peli, Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza, Einaudi, Torino 2014

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