Home Storia e Memoria Fucile e Bibbia, boss devoti – Parte seconda

Fucile e Bibbia, boss devoti – Parte seconda

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Bagarella si sentiva simile a Dio

[…] Ancora più significativo quanto riferito da altro collaboratore il quale ha categoricamente escluso che i mafiosi siano religiosi e alla contestazione che molti mafiosi pregano e vanno a messa rispondeva che l’andare a messa o pregare sono cose che si fanno per abitudine e per consuetudine e che “spesso il mafioso dentro di sé, ha paura di se stesso, di quello che fa e ha bisogno non di credere, ma è una sorta di speranza (!) che è un ragionamento un pochino contorto”. Affermava inoltre: “Ma io le dico che Bagarella mi diceva a me, dice “Io ho la possibilità domani mattina di decidere se una certa persona dovrà vedere o meno il sole!”, e mi disse “Dimmi una cosa, tu lo capisci che sono simile a Dio?”.

Il collaboratore si chiedeva quindi come una persona che faceva tali affermazioni potesse conciliarle con il credere in Dio dato che uno che crede nei valori religiosi o cristiani non va ad uccidere. Aggiungeva che i mafiosi non credono in niente, “fanno finta” e che quelli che fanno vedere di credere in Dio sono i vecchi e non i più giovani che hanno ucciso cinquanta, sessanta, settanta persone e che non parlano certamente di Gesù o della Madonna.

Concludeva dicendo che quando un mafioso dice di essersi pentito sono “tutte fesserie” perché non esiste. Noi dobbiamo parlare con le cose reali! Il percorso vero, la crudezza” Significativa per non dire singolare è poi l’affermazione di questo collaboratore secondo cui il mafioso si professa religioso e credente in quanto, nel caso in cui dovesse pentirsi per i crimini commessi, ritiene di avere una porta aperta, cioè una speranza di essere perdonato per le sue malefatte. In proposito un collaboratore ha dichiarato che talvolta dopo avere commesso un omicidio aveva pregato quasi per sgravarsi la coscienza dal delitto commesso.

Da quanto fin qui detto sembra potersi dedurre che per il mafioso in alcuni casi la religione può essere una questione di potere (Genco Russo che interviene alla processione a fianco del Sindaco e del parroco), che tutti i mafiosi si professano credenti sia pure per abitudine e per tradizione, che per quanto riguarda la inconciliabilità tra azioni delittuose e valori religiosi queste “sono due cose diverse” e che la professione di religiosità costituisce una sorta di assicurazione per ottenere il perdono allorquando si troveranno al cospetto di Dio. La religione del mafioso, poi, serve a giustificare le sue azioni davanti a se stesso ,agli altri mafiosi e alle loro famiglie. Quando un mafioso commette un omicidio o altra grave azione criminale è convinto di non agire per denaro o per potere ma in virtù di qualcosa di più elevato. Bagarella diceva che il suo potere di vita e di morte sulle persone lo equiparava a Dio.

Come osserva Marcello La Rosa nel libro “Il fenomeno mafioso. Il caso Messina” – sentimenti come questi sono in parte il risultato della tolleranza per lungo tempo manifestata dalla Chiesa cattolica nei confronti della mafia. I membri del clero hanno spesso trattato uomini, il cui potere si fonda sulla pratica abitudinaria dell’omicidio, come peccatori non diversi da tutti gli altri – . Non può infatti non rilevarsi come tali atteggiamenti siano da ricollegare ad esempio all’avere accettato per le processioni e opere di carità donazioni con denaro proveniente da attività delittuose o dall’esservi una certa rispondenza tra alcuni valori formalmente professati dal mafioso e dalla Chiesa quali ad esempio l’attaccamento alle tradizioni e alla famiglia. Ed è dimostrativo di un certo qual modo di vedere la mafia da parte di alcuni preti quanto nel 1995 scrisse, in un libro dedicato alla storia di Camporeale, Salvatore Accardo, parroco della Chiesa Madre: “Lo Stato è sempre stato sentito dal siciliano come un estraneo, che non interviene per fare giustizia contro il torto ricevuto. Il capomafia è colui che può, con la forza, rendere subito giustizia”.

Questo parroco esaltava i valori del sentire mafioso e la “saggia mafia” di un tempo, dimenticando che la mafia è sempre stata prevaricazione, intimidazione, violenza, perseguimento ad ogni costo del profitto illecito. Ogni ulteriore commento è superfluo Naturalmente ciò non significa che la mafia possa essere considerata come una branca della Chiesa cattolica dato che la religione del mafioso non ha nulla a che vedere con la Chiesa in quanto istituzione. La Chiesa siciliana, come sostenuto dalla sociologa Alessandra Dino nel libro “la mafia devota”, presenta, per ciò che riguarda il rapporto mafia religione, una assenza di coraggio e di memoria e ciò malgrado le invettive lanciate da Papa Giovanni Paolo II, dal Cardinale Pappalardo e le prese di posizione contro la mafia delle gerarchie ecclesiastiche ufficiali.

A questa conclusione arriva avuto riguardo ai risultati di un sondaggio, per certi versi sconcertanti, che ci mostra una Chiesa “dalle molte anime e dalle molte contraddizioni”. Poiché “come non esiste una sola mafia non esiste una sola Chiesa”. Basti pensare che solo il 15% degli intervistati si dichiarava convinto della necessità della emanazione di una pastorale specifica al recupero della legalità, mentre il 20% si limitava ad una “conoscenza stereotipa del fenomeno mafioso” (con atteggiamenti critici anche nei confronti della magistratura), e il restante 65% assumeva una posizione pilatesca sostenendo che la mafia sul territorio non costituiva “una questione di diretta competenza della Chiesa”. Accanto a questi preti tuttavia, vi sono stati in Sicilia sacerdoti come don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia, che non amava essere chiamato prete antimafia ma che svolgeva un assiduo lavoro di formazione dei giovani orientato verso una comunità senza compromessi con la mentalità mafiosa.

In definitiva i mafiosi hanno sempre preteso di avere una loro religiosità ma completamente distorta, asservita ai propri disegni violenti e usata per accrescere la propria legittimazione popolare. Il che ha creato notevole confusione ed ambiguità.

>> Leggi anche la prima parte dell’articolo
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