Rubbettino pubblica La «chiave dell’Adriatico», prezioso spunto di riflessione per approfondire gli scenari della prima Grande guerra

La Puglia è una regione di frontiera protesa nel Mediterraneo e affacciata verso Oriente. Due direttrici che hanno storicamente rappresentato le proiezioni naturali dei suoi traffici e dei suoi transiti, in entrata e in uscita, rendendola particolarmente esposta al passaggio e all’incrocio di popoli e culture diverse. I Balcani costituiscono l’orizzonte più prossimo di questa frontiera marittima, il cui terminale, il Canale d’Otranto, cinge a sud il mare Adriatico, specchio d’acqua stretto tra l’Italia e i Paesi balcanici.

La Puglia ha inoltre spesso costituito un limes tra unità culturali ed imperiali differenti e non di rado anche in conflitto tra loro. In età antica fu terra di scontro tra Grecia e Roma (guerre pirriche), nel medioevo tra regni cattolico-latini e Impero bizantino ortodosso; in età moderna fu frontiera cristiana contro l’espansionismo ottomano. E ancora, nella seconda metà del Novecento, in epoca di Guerra fredda, rappresentò il segmento adriatico-meridionale della “cortina di ferro”.

Una “regione-chiave”, dunque, la Puglia, in senso quasi letterale, come si può desumere anche dal recente volume dello storico dell’Università di Bari, Federico Imperato che ha pubblicato con Rubbettino il volume «La chiave dell’Adriatico». Antonio Salandra, Gaetano Salvemini, la Puglia e la politica balcanica dell’Italia liberale durante la Grande Guerra (1914-1918) (collana di studi storici promossa dalla Fondazione “Giuseppe di Vagno” di Conversano).

In questo libro, Imperato ricostruisce il ruolo giocato dalla Puglia e dal dibattito interno alla sua classe dirigente e intellettuale nelle vicende politiche, diplomatiche e militari della Prima guerra mondiale, in particolare per ciò che riguarda il fronte adriatico e mediterraneo. Un discorso proficuamente integrato con l’analitica ricostruzione dell’azione del governo e della diplomazia italiana prima, durante e dopo la Grande Guerra. 

La struttura del volume ripercorre dunque questo doppio binario: da un lato la storia diplomatica e militare nazionale, particolarmente focalizzata sulla politica balcanica e nel Mediterraneo orientale dell’Italia. Dall’altro la prospettiva della classe dirigente pugliese e della Puglia quale cardine strategico naval-militare, con le sue “vedette della Nazione”, ossia i porti di Bari, Brindisi e Taranto.

Non mancano elementi di raccordo tra le due linee narrative, e che opportunamente l’autore tende ad evidenziare, non foss’altro per il semplice fatto che la prospettiva nazionale assorbe e allo stesso tempo influenza aspirazioni e orientamenti emergenti in realtà periferiche. Ma a spiccare maggiormente in questa funzione di raccordo sono alcune figure, rappresentative non solo della Puglia, ma soprattutto del mondo politico ed intellettuale italiano, che Imperato delinea in modo impeccabile. 

Tra questi innanzitutto Antonio Salandra, liberale conservatore, originario della Capitananta e primo Presidente del Consiglio pugliese dell’Italia unita. Il quale, insieme al ministro degli Esteri livornese Sidney Sonnino, conduce l’Italia alla prova più difficile della sua storia unitaria, decidendo di entrare nella Grande Guerra al fianco delle potenze dell’Intesa.

Altra figura di livello nazionale su cui l’autore si sofferma in più punti è lo storico molfettese Gaetano Salvemini. Meridionalista e socialista “dissidente”, animatore di alcune testate come Critica Sociale, La Voce e dal 1911 del settimanale l’Unità, di sua fondazione, fu, nel primo ventennio del Novecento, una voce tra le più autorevoli e influenti nel panorama intellettuale italiano, e, ancora nel successivo, una delle figure più eminenti dell’antifascismo democratico.

Ma vi ne sono molte altre di figure pugliesi influenti di quegli anni. Imperato fa riferimento al sindacalista rivoluzionario Sergio Panunzio, giurista di formazione, e anch’egli, come Salvemini, originario di Molfetta.  Esprimendosi nella fatidica estate del 1914 a favore di un socialismo antineutralista e antipacifista, Panunzio giocò un ruolo importante nel convincere Benito Mussolini a schierarsi a favore dell’intervento in guerra e ad abbandonare l’ordine del PSI di mantenere la linea della “neutralità assoluta”, e da essi giudicata esiziale al trionfo del socialismo stesso. Anche dopo il conflitto, Panunzio continuò ad essere fonte d’ispirazione per il futuro “duce”, il quale, nel programma di “San Sepolcro” (con cui nel marzo 1919 fondava i Fasci di Combattimento), fece proprie molte delle sue idee, in particolare il concetto di Stato sindacale e corporativo.

Ciò che colpisce dalla ricostruzione fatta dal volume è come tutti questi personaggi, insieme a buona parte delle élite dirigenti pugliesi, arrivassero all’appuntamento con la Grande Guerra e al dibattito sulla neutralità o l’intervento sostanzialmente concordi nel sostenere la necessità dell’entrata in guerra dell’Italia. Sebbene ciascuno ci giungesse attraverso considerazioni, aspirazioni ed impostazioni ideologiche anche molto differenti. 

C’erano le pulsioni nazionalisteggianti e progressivamente sempre più antitripliciste del “Corriere delle Puglie”. Espressione di quella parte della classe dirigente pugliese (e barese in particolare) che fin dalla fine del XIX secolo coltivava l’ambizione di espandere i propri commerci nei Balcani e in Oriente e di fare della Puglia il polo trascinatore di un nuovo sviluppo del Mezzogiorno. Una posizione che vedeva la guerra contro gli Imperi centrali come l’occasione per un rilancio della regione e per l’affermazione degli interessi pugliesi nell’Adriatico e nei Balcani.
E c’erano poi le ragioni dell’interventismo democratico di Salvemini, di Tommaso Fiore e di Antonio De Viti De Marco, e persino quelle di altri socialisti di spicco come Giuseppe Di Vagno e Giuseppe Di Vittorio, con quest’ultimo che vedeva nella guerra l’occasione di cementare lo spirito nazionale delle classi popolari. Di Panunzio si è già detto.

Come sostiene l’autore, quindi, «fu proprio l’interventismo a condurre a unità i ceti intellettuali pugliesi», e Antonio Salandra parve incarnare al più alto livello la sintesi politica di questa “voce unificatrice” pugliese. Non solo però riguardo al tema dell’interventismo. Imperato ci ricorda che fu l’antigiolittismo l’altro collante delle pur differenziate elaborazioni politiche degli intellettuali pugliesi dell’epoca: dalle denunce al Ministro di malavita di Salvemini, alle critiche di De Viti De Marco nei confronti del protezionismo economico imposto dallo statista di Dronero, ai malumori avvertiti dagli ambienti conservatori per le aperture concesse al Partito socialista. Furono in molti in Puglia, quindi, ad avvertire l’occasione, fornita dalla guerra, di emarginare politicamente Giolitti, oltre che gli stessi socialisti. Anche in questo senso Salandra era visto come il possibile «fautore di una rigenerazione del sistema politico italiano dal “trasformismo” a cui sembrava essere stato condannato dalla lunga esperienza governativa di Giolitti». 

Imperato descrive molto bene il progetto politico dello statista originario della Capitanata. Una politica di prestigio sul piano internazionale e la creazione di un partito liberale, aperto ai socialriformisti e ai radicali, ed alternativo al blocco giolittiano. Dinanzi alla situazione estremamente grave provocata dallo scoppio del più grande conflitto della storia, il piano di Salandra dovette scontrarsi però con la scarsa compattezza dello schieramento liberale. Soprattutto sul tema dell’intervento o della neutralità, che si rese evidente già nel convulso “radioso maggio” 1915 e che fu alla base degli scombussolamenti istituzionali che accompagnarono l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra.

Fu proprio la dura realtà della partecipazione al conflitto, che nei piani di Salandra e Sonnino sarebbe dovuto essere breve e limitato, a segnare definitivamente la parabola politica dello statista pugliese. Il quale – asserragliato da scontri sempre più duri fuori e dentro la sua compagine di governo sui problemi posti dalla guerra – fu estromesso dalla massima carica dell’esecutivo nel giugno 1916 in conseguenza delle difficoltà incontrate dall’esercito italiano a fronteggiare la Strafexpedition austriaca e a condurre attacchi decisivi sul fronte dell’Isonzo. Ma, come sottolinea Imperato. la fine di Salandra – e la sua definitiva scomparsa dalla scena pubblica – rappresentò pure una sconfitta per tutta la vecchia classe liberale, che non si sarebbe più ripresa dagli sconvolgimenti politici e istituzionali degli anni di guerra, e ancor più negli anni immediatamente successivi.

Molto approfonditi sono i paragrafi riguardanti la politica balcanica e orientale dell’Italia sia durante la guerra che durante le conferenze di pace. L’autore tratteggia con eloquenza i passaggi-chiave della guerra nei Balcani: dalla disfatta della Serbia e del Montenegro, alla evacuazione dei loro eserciti e civili grazie anche all’apporto della marina militare italiana, fino alla costituzione di un nuovo fronte dell’Intesa da Salonicco all’Albania meridionale, dove l’Italia era presente fin dall’occupazione di Valona nel dicembre 1914. E non trascura neppure la difficile situazione politica e diplomatica della Grecia, divisa tra un governo interventista a favore dell’Intesa – che formò un vero e proprio stato separato – ed un governo monarchico fautore di una neutralità benevola nei confronti degli Imperi centrali.

Imperato delinea inoltre molto bene l’evoluzione politico-diplomatica dei piani dell’Intesa circa l’assetto postbellico della regione balcanica, nonché dell’Asia minore, dove pure il governo di Roma aveva posto, dinanzi all’eventualità del crollo dell’Impero ottomano, alcune ipoteche già con la firma del Patto di Londra, successivamente integrato dagli accordi di San Giovanni di Moriana dell’aprile 1917. Ma se in quest’ultimo settore si trattava di ridefinire i nuovi equilibri mediterranei con le potenze vincitrici, restava la “questione adriatica” il principale problema politico e strategico dell’Italia.

L’emergere anche col favore delle potenze dell’Intesa di nuove entità statuali potenzialmente concorrenti nell’Adriatico – quali il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (la futura Jugoslavia), che riuniva in un solo stato gli slavi del sud, di cui facevano parte anche quelle nazionalità che avevano combattuto per l’Austria-Ungheria – rappresentò un fattore di forte inquietudine per il governo di Roma. Che era entrato in guerra soprattutto per assicurarsi, oltre che la conquista delle terre irredente, anche la sicurezza strategica nell’Adriatico, e dunque il controllo delle coste dalmate, oltre a quelle istriane e albanesi. 

Fu proprio la definizione del nuovo assetto adriatico a creare i principali risentimenti italiani nei confronti delle potenze dell’Intesa e degli Stati Uniti, e a procurare le maggiori convulsioni interne,  fomentate dai settori nazionalisti in ascesa, molto abili nel creare il mito della “vittoria mutilata”, fatto proprio anche dalla propaganda del nascente movimento fascista.

Di tutte queste inquietudini Imperato fa rivivere i momenti salienti, con i primi governi del dopoguerra che dovettero far fronte, da un lato, alle reticenze degli alleati dell’Intesa ad accogliere le principali rivendicazioni italiane. Dall’altro, alle pressioni sempre più intense di forze politiche nazionaliste extracostituzionali in grado di muoversi politicamente in autonomia e di un movimento socialista che, profondamente segnato dall’esperienza bolscevica russa, tornava a radicalizzare la lotta politica e di classe. E ancora una volta l’autore non manca di segnalare le ripercussioni pugliesi di questo scenario, sottolineando in particolare l’ascesa di un sentimento sempre più nazionalista presso buona parte dei ceti più dinamici della regione, desiderosi di svolgere quella espansione economica e culturale ad Oriente. Una vera e propria “missione”, o un vero e proprio “destino”, da realizzare grazie anche all’istituzione a Bari di una nuova sede universitaria: non solo in grado di unificare e far crescere tutte “le energie morali e materiali della regione”, ma anche di essere da supporto alla politica estera italiana nei confronti dei Paesi della penisola balcanica.

In definitiva, questo di Imperato è un libro utile e stimolante e aiuta a capire l’importanza di una proficua interazione tra l’interesse generale di una nazione e le aspirazioni delle classi dirigenti periferiche. E che queste – quando mosse da una visione o da una progettualità lungimirante, non limitata alla gestione dell’esistente o ad una prospettiva egoistica, personalistica o campanilista, possono – farsi vive interpreti e fautrici di un positivo sviluppo del Paese nel suo complesso. Discorso altrettanto valido, forse anche di più, per quanto riguarda le aspirazioni di chi, rivestendo responsabilità politiche o istituzionali nazionali o di governo, agisce per il progresso di tutta la collettività.

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