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Chi fabbricava panni a Leonforte?

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La Sicilia del Settecento, quando produceva, lavorava ed esportava seta; era però del tutto sprovvista di manifatture di panni di lana. La loro attività nei secoli precedenti, che pure v’era stata, era ormai soltanto un ricordo da eruditi. Particolarmente coraggioso dovette dunque sembrare agli inizi degli anni Ottanta il progetto di impiantare una fabbrica di panni nel castello feudale di Leonforte, grosso centro nel cuore della Val di Noto. Il merito di quella impresa venne e viene ancora attribuito a Michele Ercole Branciforte, principe di Scordia. Il ritrovamento di un documento inedito[1] consente di restituirlo a colui che ne fu il vero ideatore, promotore e finanziatore, il cardinale Antonio Colonna Branciforte che di Michele Ercole era il fratello, e di allargare il cerchio di luce su quell’esperienza, sui suoi inizi, sui suoi protagonisti.

Con memoriale, privo di data ma certo del settembre 1786, inviato al vicerè principe di Caramanico, Gaetano Liberati «della città di Napoli commorante nella Terra di Leonforte» riferisce di essere stato incaricato appunto dal cardinale «di fondare in detta Terra una nuova fabrica di panni». A carico del Branciforte sarebbero state tutte «le spese abbisognevoli tanto per compra delle lane che delli telari, filatoj, arnesi ed occorrenti tutti per l’uso di detta fabrica»; l’accordo proposto prevedeva che il Liberati partecipasse con la sua «direzione e perizia pella buona struttura dei panni» e percepisse non uno stipendio fisso ma una quota pari al 25% dei lucri della vendita della produzione.

L’offerta dovette risultare allettante, tanto da indurre il tecnico napoletano a mettersi subito in moto selezionando personalmente «la migliore gente perita tanto in detta Napoli, che nelli paesi di Milano, Roma, Genova ed altre parti» per garantire il buon esito dell’affare. Aveva assunto così cinquanta operai che si erano quindi trasferiti con le loro famiglie a Leonforte, dove da molti mesi sotto la sua direzione «fatigavano così bene, che si trova[va]no al dì oggi perfetti [sic] quantità  di panni in istato di potersi vendere» a vantaggio del Liberati, che avrebbe così potuto cominciare ad incassare la sua quota di profitti, e della popolazione che avrebbe potuto «godere dei panni stessi di buona qualità e di lana viva a prezzi con sommo risparmio».

L’avvio dell’impresa risaliva di certo al 1781 poichè in una nota del «Libro di casa» della famiglia Branciforte di quell’anno si registra una spesa di 150 onze sostenuta «per li lavoranti venuti di Napoli, per la compra dei colori e per altri stigli [arnesi], siccome pel viaggio degli stessi da Napoli a Palermo».

La morte del Colonna Branciforte, avvenuta il 31 luglio 1786, aveva però suscitato grande preoccupazione nel Liberati, che nel memoriale confessava di temere l’avvio di azioni giudiziarie sui beni del defunto da parte dei creditori «dello Stato di Leonforte», azioni che avrebbero potuto coinvolgere e travolgere attraverso un sequestro anche la manifattura, privando quindi dei mezzi di sussistenza sia il direttore che gli operai e cancellando un’opera «tanto utile al Regno». Per evitare queste tristi conseguenze, Liberati chiedeva la concessione di una privativa, cioè di un diritto di monopolio nel settore, per il tempo che il vicerè Caramanico ritenesse opportuno e l’esclusione della merce già prodotta dalle azioni dei creditori «estranei e non afficienti» alla fabbrica, che non vi avessero cioè un interesse diretto. Chiedeva inoltre che il vicerè ponesse la manifattura sotto la protezione di un «ministro» appositamente designato per guidare una «Delegazione» che la amministrasse e adottasse i provvedimenti necessari per garantirne la continuità produttiva.

Il memoriale venne inviato il 16 settembre 1786 al consultore Saverio Simonetti per acquisirne il parere legale. Simonetti rispose l’11 ottobre. La fabbrica, a suo giudizio, meritava certo la protezione governativa. Esprimeva però parere negativo sia sulla nomina di un’eventuale Delegazione che sulla concessione della privativa «perchè la natura e la qualità dell’Opera fa sì che dovendo scorrere lungo tempo finchè un altro la intraprenda e la riduca a perfezione, questa di Leonforte goderà  da se stessa un immancabile conseguenza, il beneficio d’esser unica al Regno». Riteneva invece opportuno preservare la manifattura da eventuali azioni di creditori «non afficienti», concedendo loro l’eventuale sequestro soltanto della parte dei profitti spettanti al principe di Scordia e non dell’intera fabbrica. In caso di azione da parte di creditori «afficienti» la risoluzione della controversia sarebbe stata affidata alla Gran Corte Civile affinchè decidesse senza pregiudizio di questi ultimi ma anche senza che si interrompesse «una nuova produzione, tanto utile al Publico, ed allo Stato».

Impossibile stabilire, in mancanza di documentazione, se Liberati sia riuscito a trarre l’utile sperato dalla situazione descritta. Le sue istanze non caddero comunque nel vuoto anche se forse non ne fu lui il beneficiario. Due anni dopo re Ferdinando esaudiva una supplica di Giuseppe Branciforte, principe di Scordia, che aveva «perfezionata nel suo feudo di Leonforte la fabbrica di Panni già intrapresa dal defunto suo Genitore», accordandogli «per anni dieci il privilegio della privativa vendita di Panni di tal Fabrica» unitamente all’esenzione per dieci anni dai Regi Diritti Doganali che non fossero stati alienati dal Fisco «per le lane ed altri generi che alla medesima Fabrica serviranno» per ricompensarlo delle spese sopportate per l’erezione dell’opificio. E il principe di Caramanico trasmetteva l’ordine sovrano al Tribunale del Real Patrimonio il 12 ottobre 1788 perchè desse puntuale esecuzione alla volontà sovrana.[2] Si noti come già in questa disposizione si indichi per ragioni impossibili da comprendere come fondatore della manifattura non il cardinal Antonio ma il fratello Michele Ercole.

La fabbrica godeva della privativa concessa ancora nel 1796, anno in cui il presidente del regno, arcivescovo Lopez y Rojo, ne trasmetteva il testo al regio Segreto perchè vi desse esecuzione; la produzione dei panni aveva invece subito, a ridosso di quell’anno, un arresto temporaneo e improvviso, per riprendere poi nel settembre 1799. Nei primi mesi del 1800 furono infatti erogate, secondo il «Libro della Pannaria di Leonforte»,[3] alcune somme relative a spese per «lo antico lanificio», ed il nuovo amministratore, Sebastiano Calogero di Leonforte, fece cinque «pezze di panno colla lana che era rimasta nei telari».

L’opificio nei primi anni di vita non era comunque riuscito a formare sul posto le maestranze per il suo funzionamento se dallo stesso «Libro» emerge che ci si dovette rivolgere nuovamente a Napoli e a Salerno, oltre che a taluni paesi siciliani come Piazza, per trovare la manodopera necessaria ed indurla a trasferirsi a Leonforte. A capo dei «filandieri» si trovava poi un tecnico bolognese, Gio. Batta Montanari.

La «Pannaria» operò nella sede originaria fino al 1806, godendo anche dal 1800 di un contratto triennale di appalto della Deputazione di Provianda e Vestiari per la fornitura annua di 5.000 canne di panno bianco per le uniformi delle truppe di stanza nell’Isola.

Alla morte di Giuseppe Branciforte, avvenuta nel 1806, la fabbrica rimase poi coinvolta in una controversia tra gli eredi che ne provocò l’anno seguente il trasferimento a Trabia. Nel 1811 sopraggiunse la chiusura definitiva non potendosi più sostenere la concorrenza dei panni inglesi a causa dell’alto costo della materia prima, che bisognava importare dalla Puglia per la pessima qualità delle lane siciliane.

Si concludeva così l’esperienza voluta dal cardinale Antonio Colonna Branciforte senza che del suo artefice restasse almeno la memoria.

[1] Archivio di Stato di Palermo, Real Segreteria. Incartamenti, b. 977.

[2] Ibidem, Secrezia di Palermo. Registri di lettere 1796-1797, reg. 330, pp. 85-89. Ringrazio Rosario Lentini per avermi fornito questo documento.

[3] Ibidem, Fondo Trabia, Libro della Pannaria di Leonforte.

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