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Editoriale: Dalla “perfida Albione” al popolo coraggioso e invitto?

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Forse è ora di fermare l’oscillazione del pendolo e tornare ad una visione più equilibrata del recente voto inglese. Finora il pendolo è furiosamente oscillato fra l’entusiasmo per la Brexit e la sua drammatizzazione, tra i fautori della scelta separatista compiuta dalla Gran Bretagna e coloro che hanno visto in essa la fine dell’Europa, di quella costruzione politica fermamente vagheggiata e perseguita dai suoi padri fondatori. Ed è paradossale che la “perfida Albione” sia all’improvviso diventata la patria di un popolo coraggioso e invitto.

Vero è che gli interventi pubblicati su questo blog sono stati tutti pro Brexit. Ma qui il patriottismo c’entra assai poco. I risultati del referendum inglese consegnano un’immagine assai diversa, a saperli leggere più attentamente. L’Inghilterra non si presenta come il paese dell’armonia e dell’unità, ma il paese del conflitto: non tanto e non solo tra vecchi e giovani, anche se questa divisione non può essere esclusa, è nei fatti; quanto piuttosto fra integrati ed esclusi, un problema mai affrontato dall’establishment europeo. Come ha scritto Michele Serra, bisogna prendere atto che la rivolta degli esclusi, nella sua forma nazional-populista, agisce a scapito degli inclusi, che non sono solo i fighetti con un master all’estero (ammesso e non concesso che a fare un master all’estero siano solo i fighetti), ma molti milioni di esseri umani.

Se così stanno le cose, il concetto di classe media britannica, utilizzato da Eugenio Di Rienzo nel suo intervento, risulta assai più problematico rispetto al significato ad esso attribuito dal nostro interlocutore.

Su un punto si può essere senz’altro d’accordo: sul fatto che l’Unione cinghia di trasmissione della globalizzazione, per usare le parole di Parsi, debba cambiare e in tempi brevi. Essa si rappresenta e si percepisce, al di là degli appelli demagogici, come dominio delle burocrazie, come espressione di interessi assai distanti da quelli delle popolazioni europee. La ristrettezza delle oligarchie, fenomeno assai noto agli studiosi di scienza politica e agli storici che utilizzano con intelligenza i suoi strumenti concettuali, sta investendo in pieno l’apparato dell’Unione.

Scrive Daniele Scalea: il voto espresso dai cittadini inglesi è stato un voto contro lo status quo, per il disfacimento del vecchio e l’emergere del nuovo. Che il vecchio stia disfacendosi è sotto gli occhi di tutti. Ma, francamente, l’ottimismo per la creazione del nuovo appare fuori posto: è un ottimismo della volontà non accompagnato dal pessimismo dell’intelligenza.

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Aurelio Musi
Professore ordinario di Storia Moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno. Membro del direttivo della Società Salernitana di Storia Patria. Giornalista pubblicista. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica". Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell'età moderna, sul Mezzogiorno spagnolo, su problemi di metodologia e storia della storiografia. Ha fatto parte di organismi di ricerca internazionale (ESF, GISEM, ecc.)