Home Attualità Donald Trump e la disputa su Gerusalemme

Donald Trump e la disputa su Gerusalemme

864
FILE - In this Tuesday, May 23, 2017 file photo, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, right, and US President Donald Trump shake hands at the Israel Museum in Jerusalem. (AP Photo/Sebastian Scheiner, File)

Il notoriamente instabile contesto mediorientale ha subito un nuovo pesantissimo scossone con la decisione da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come unica e legittima capitale dello stato ebraico.
La maggior parte delle rappresentanze diplomatiche in Israele ha infatti sede non nella città santa ma nel centro costiero mediterraneo, prima capitale storica all’atto della sua fondazione nel 1948, spostata poco tempo dopo a Gerusalemme a seguito della Prima guerra arabo-israeliana, persa dalle popolazioni palestinesi che si erano ribellate alla creazione della nuova entità territoriale; tuttavia gli sconfitti continuarono a rivendicare Gerusalemme come capitale del loro stato non sorto, favorendo così la scelta da parte della maggior parte degli stati di non riconoscere altra capitale israeliana oltre Tel Aviv.
Pertanto Trump ha preso una scelta pesantissima, che certifica si una situazione di fatto, finendo però col negare qualsiasi pretesa delle popolazioni arabe nei confronti della città santa. Tale gesto risulta molto meno azzardato di quanto possa sembrare, seguendo un ben preciso calcolo volto a consolidare l’iniziativa statunitense nella regione mediorientale, la quale in questi ultimi anni è retrocessa, specie a seguito dell’intervento russo nel conflitto siriano, dove il governo di Mosca è riuscito a far prevalere militarmente le forze fedeli al presidente Assad sue alleate, riuscendo a garantire i propri interessi economici nella regione a danno delle ambizioni statunitensi.
Quindi il presidente americano ha voluto ribadire il proprio legame col premier israeliano Benjamin Netanyahu, tra i pochi forti alleati di Trump, volendo generare al contempo un effetto a catena diplomatico volto a sbloccare lo stallo delle trattative tra israeliani e palestinesi, mettendo alle spalle a muro quest’ultimi e rendendoli disponibili nel trovare una soluzione definitiva all’annoso conflitto mediorientale.
Se tale svolta porterà dei vantaggi concreti per l’amministrazione statunitense e per la pace è presto per dirlo, per ora si sono solo visti gli effetti collaterali, con le pesantissime proteste delle popolazioni arabe e la sconfessione della decisione di Trump in sede ONU presso l’Assemblea Generale.

 

Lascia un commento