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Confessare i potenti

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Nell’ultimo film di Roberto Andò, in questi giorni nelle sale cinematografiche, il personaggio di Roberto Salus, interpretato da Toni Servillo, domina la scena dalla prima al’ultima sequenza. Nei panni di un austero ed enigmatico monaco benedettino egli interpreta l’ambiguo ruolo del religioso, noto per le sue posizioni teologiche spesso border line, chiamato dal direttore del Fondo monetario internazionale a partecipare al G8 per ascoltare la sua ultima confessione e con essa i segreti più inconfessabili della sua spregiudicata condotta politica.
Confessare i potenti è sempre stato, fin dai tempi più remoti, un esercizio di potere.
La storiografia ha da tempo messo in rilievo il ruolo che i confessori reali ebbero nella vita politica e negli ambienti cortigiani dell’Europa di antico regime. La particolare vicinanza del confessore, quasi sempre appartenente a un Ordine religioso, alla sfera più intima della coscienza del re faceva di lui un elemento di straordinaria importanza negli equilibri cortigiani.

Rassegne di studi più o meno recenti e nuove ricerche ne hanno sottolineato la commistione tra politica e religione in quanto figure vicine come poche altre ai centri del potere e agenti delle decisioni politiche sia per profilo istituzionale, sia come direttori di coscienza. L’attenzione su questo tema si è decisamente ravvivata e arricchita di nuova linfa grazie agli studi sulla sacralizzazione del potere, sulla corte e alla nuova storia diplomatica, che hanno consentito un deciso ampliamento di prospettive. Ne è emerso, con tutta evidenza, l’inestricabile intreccio tra le ragioni della politica e le ragioni religiose e teologiche che condizionavano la concezione e le pratiche della sovranità e il formidabile ascendente che i confessori reali potevano esercitare sia come sue guide spirituali che come consiglieri politici. È emerso anche come i confessori dei sovrani potessero attivare, e con ampi margini di manovra e di autonomia, pratiche politico-diplomatiche nel senso più ampio del termine, nel ruolo di agenti dell’informazione, per esempio, o della mediazione culturale. Il legame tra confessori e sovrani poggiava le sue fondamenta su fiducia e fedeltà personali, ponendo sul tappeto tante volte anche la questione dell’obbedienza dei religiosi a Roma e al papa.
C’è da dire, ancora, che tra i risultati più rilevanti che vanno ascritti alla ricerca storica dei modernisti negli ultimi decenni vi è quello di aver messo al centro dell’attenzione anche le forme di potere e le reti di relazioni della regalità femminile e, di conseguenza, quindi, per quel che qui interessa, anche il ruolo del confessore delle regine, spesso reclutati tra i membri della Compagnia di Gesù, che più di altri riuscirono a fare breccia nei confessionali delle donne delle famiglie reali e molte volte capeggiarono anche le fila dell’opposizione.
Il sorriso enigmatico di Servillo nelle vesti di confessore di un uomo di potere dei nostri giorni ci ricorda quanto ambiguamente pervasiva possa essere stata, anche nel mondo occidentale moderno, la concezione sacrale del potere.

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