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Chi ha paura di Greta? Ecologia e globalizzazione

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Venerdì 15 marzo 2019 le piazze di tutto il mondo hanno accolto milioni di giovani manifestanti, scesi in strada per reclamare un’azione politica concreta diretta alla salvaguardia del futuro del pianeta.

Una giornata di protesta pacifica il cui compito era risvegliare le coscienze su un problema troppo spesso dimenticato: i cambiamenti climatici. Il successo della giornata – a cui faranno seguito altre sotto lo slogan #Fridaysforfuture – è testimoniato dai numeri: 100 nazioni e oltre 1700 città hanno offerto la loro adesione. Scopo principale delle manifestazioni è chiedere il rispetto dell’Accordo di Parigi, sottoscritto il 12 dicembre 2015 dai rappresentanti di 196 stati, il cui obiettivo è ridurre l’aumento della temperatura media globale sotto la soglia dei 2°C oltre il livello pre-industriale.

Questo dovrebbe servire a limitare i danni ambientali provocati dal cambiamento climatico in corso e, conseguentemente, a ridurre la drastica perdita di biodiversità che sta impoverendo il nostro ecosistema. Infatti, secondo il parere prevalente della comunità scientifica, la principale conseguenza del cambiamento climatico è un processo irreversibile, la sesta estinzione di massa, che, stando ad alcune previsioni, dovrebbe comportare la scomparsa del 75% delle specie attualmente viventi sul pianeta entro pochi decenni. Secondo Daniel Rothman, professore di geofisica al MIT Department of Earth, Atmospheric and Planetary Sciences, le emissioni di diossido di carbonio degli ultimi anni stanno per sorpassare la cosiddetta “soglia della catastrofe”: questo provocherà un disastro ecologico che comporterà, entro il 2100, l’estinzione della maggior parte delle specie viventi, portando il pianeta verso un “unknown territory”. Le specie maggiormente a rischio sono costituite dai viventi meno in grado di adattarsi rapidamente ai mutamenti delle condizioni: primi fra questi, i mammiferi, incluso l’uomo. La cosiddetta “sesta estinzione di massa” è quindi un fenomeno che riguarda anche la specie umana, la quale – secondo Rothman – potrebbe scomparire dal pianeta entro i prossimi ottant’anni, assieme alla maggior parte delle forme di vita. Lo scenario che si prospetta nei prossimi decenni è dunque apocalittico. Non stupisce quindi che i giovani di tutto il mondo abbiano deciso di darsi appuntamento nelle piazze per manifestare le proprie preoccupazioni e per smuovere le coscienze della classe politica.

Tra i manifestanti, molto forte è stata la partecipazione dei ragazzi di scuola, che hanno mostrato grande interesse verso le sorti del pianeta e verso un futuro che appare sempre meno garantito. Ed è proprio dal mondo della scuola che emerge la giovanissima ispiratrice del movimento, la sedicenne svedese Greta Thunberg, giovane attivista, divenuta celebre il 20 agosto 2018, quando ha deciso di non andare a scuola e di sedersi davanti il Parlamento per richiedere il rispetto dell’Accordo di Parigi, mostrando un cartello con la scritta Skolstrejk för klimatet (Sciopero da scuola per il clima). La sua protesta, portata avanti quotidianamente dal 20 agosto al 9 settembre 2018, giorno delle elezioni legislative in Svezia, è proseguita ogni venerdì anche dopo le elezioni, diventando un caso mediatico e dando vita all’iniziativa Fridays for Future. L’impegno di Greta ha portato la giovane a prendere parola in numerose occasioni pubbliche. È a Greta, quindi, che si devono i natali della manifestazione che il 15 marzo 2019 ha portato in piazza milioni di giovani, uniti dall’esigenza di far sentire la propria voce su un tema spesso considerato inesistente da politici negazionisti che preferiscono fare finta che il cambiamento climatico sia una fantasia da scenari catastrofisti.

Questo atteggiamento di diniego dell’evidenza, da parte di politici, uomini dello spettacolo, protagonisti del dibattito intellettuale, gente comune, è un preoccupante dato che emerge in seguito alla manifestazione: sui social il dibattito ha preso una strana direzione. Non si è parlato soltanto – lo si è anche fatto – del motivo per cui milioni di giovani hanno lanciato un grido di allarme: l’attenzione si è spostata dal problema collettivo alla persona che ha ispirato il movimento, Greta, contro la quale si è scatenata la dietrologia complottista, al fine – sottile ma non troppo – di screditare l’intero movimento ecologista. E così, i social sono diventati nuovamente strumento di attacchi personali e svilimento della credibilità tramite fake news. Varie sono le accuse – che si possano definire tali o no è un’opinione – mosse a Greta. Si va dalla poco edificante osservazione di Rita Pavone sull’aspetto fisico della ragazza, all’attacco alla famiglia di Greta, che, in quanto benestante e legata al mondo del teatro, sarebbe mossa solo dal desiderio di farsi pubblicità, alla notizia secondo cui la ragazza farebbe uso di alimenti confezionati in buste di plastica. Ancora, Diego Fusaro, seguito dal senatore Pillon, fa di Greta uno strumento dell’”élite globalista”, come dimostrerebbero le foto in cui la ragazza stringe la mano a Macron, a Juncker e alla Lagarde. Così il dibattito social si è spostato dalla motivazione della manifestazione all’attacco diretto contro la singola persona, nel tentativo di screditarla e destituire di fondamenta le ragioni della protesta.

A mio avviso, questo è un dato su cui riflettere. Ritengo infatti che la tendenza a spostare il focus dell’attenzione dal problema effettivo ad un capro espiatorio sia indice della mancanza di interesse ad affrontare un tema percepito ancora come distante, inattuale, che riguarderà – forse – le prossime generazioni, ma certamente non la nostra, né quella dei nostri figli. Ciò rimanda ad un’altra tendenza: concepire la realtà circostante come un insieme di dati atomici irrelati che interagiscono soltanto occasionalmente. E così, a che pro interessarsi dello scioglimento dei ghiacciai, se si abita in una zona del mondo lontana dai poli? Perché preoccuparsi della deforestazione in Amazzonia se si vive nel lato diametralmente opposto del globo? Perché temere che la temperatura possa aumentare nei prossimi decenni, quando sono ben altri i problemi quotidiani? Ecco, dunque, che una sedicenne che si interessa di tali questioni assume contorni sinistri: sicuramente – nella percezione emersa dai social – la ragazza non è mossa da una reale preoccupazione verso temi così distanti dal suo vissuto quotidiano, ma da un interesse economico-politico, di cui lei forse è solo una pedina. E i manifestanti vengono a loro volta trasformati in pedine mosse da qualche oscuro burattinaio, legato al mondo della – per citare Fusaro – “élite globalista”.

Il ceto sociale della ragazza e le foto in cui lei stringe la mano ad alcuni politici europei confermano la sentenza che da molti era già stata emessa: non bisogna fidarsi della buona fede di Greta, né del movimento ecologista che si è creato attorno alla sua figura.
A mio avviso, questo modo di pensare ha una forza di attrazione elevata perché produce un effetto di deresponsabilizzazione verso il benessere della collettività, dispensando il singolo dalla necessità di prendere posizione, e liberandolo dai possibili sensi di colpa che nascono dal riconoscimento della propria mancanza di interesse verso il problema. Infatti, interessarsi verso una problematica che appare distante, nello spazio e nel tempo, lontana dai problemi della quotidianità, significa aggiungere ai pensieri personali un peso ulteriore; ma limitarsi a ignorare il problema potrebbe comportare lo spiacevole senso di colpa per la propria mancanza di interesse. Qui interviene la dietrologia complottistica, che offre un formidabile strumento per liberarsi anche di quel fastidioso peso sulla coscienza: se non mi interesso del cambiamento climatico, non è perché gli unici problemi che mi interessano sono quelli miei privati, ma è perché Greta è strumento dell’élite globalista/ ha interessi economici privati dietro/ è mossa dalla famiglia a fini pubblicitari.

Questo mi dispensa dall’agire o dal semplice interessarmi alla questione.
Una volta che la figura ispiratrice è delegittimata, il passaggio alla destituzione del fondamento dell’intero movimento è automatico; o almeno avviene per un automatismo privo di logica, che funziona soltanto se non ci si interroga su di esso. Conseguentemente, un automatismo altrettanto poco consequenziale fa venir meno la solidità delle ragioni dell’ecologia: quale garanzia esiste che il cambiamento climatico sia effettivo? Quale interesse muove la comunità scientifica che garantisce che le cose stiano così? Quale grande ente finanzia le ricerche di questi scienziati, e a quale scopo? Donald Trump, terrore dell’élite globalista, sostiene che il cambiamento climatico non stia effettivamente avvenendo: perché dovrei credere non a lui, ma a degli scienziati pagati per fare queste ricerche? Così, i social, che purtroppo sono spesso fonte di fake news, diventano strumento di disinformazione e deresponsabilizzazione collettiva.
Questo processo, inoltre, libera dal peso del sentirsi corresponsabili della crisi ecologica.

Infatti, nel mondo globalizzato in cui il sistema economico prevalente segue il modello neoliberista e capitalista, nessuno – se consideriamo i paesi del mondo Occidentale in senso lato – può dirsi in assoluto privo di colpe verso i problemi attuali. Il benessere delle moderne democrazie occidentali, che ci consente di mantenere un tenore di vita dignitoso, nasconde una genesi oscura, che fa comodo fare finta di non vedere: depredazione delle risorse in Africa, sfruttamento illimitato dell’ambiente, ad esempio. Chiunque viva all’interno di una simile società eredita – certo, non per colpa sua – tale peccato originale, del quale non è responsabile, ma da cui non si può nemmeno dire del tutto estraneo. Naturalmente, il meccanismo della responsabilità collettiva è strumentale ai fini del benessere della società capitalistica: se tutti siamo ugualmente colpevoli, nessuno lo è, e dunque possiamo tranquillamente andare avanti così.
Credo tuttavia che un sottofondo di colpa rimanga ineliminabile dentro ognuno di noi.

Ineliminabile finché non arriva una comoda notizia ad hoc che ci informa che ci stiamo sentendo in colpa per niente. Il disastro ecologico in atto non è veramente in atto: gli scienziati che lo dicono sono pagati da chissà quale oscuro potere forte per ingannarci. Le persone che scappano dall’Africa e cercano rifugio in Europa non si trovano in questa situazione per colpa dello sfruttamento coloniale europeo: è gente in salute e ricca – altrimenti come si spiega che possiedono addirittura un cellulare? – che viene pagata dai poteri forti per invadere l’Italia, sulla base di un piano di sostituzione etnica. E così via, una catena estenuante di notizie da clickbait invade il mondo social, provocando sentimenti di avversione e ostilità verso il diverso, e un alleggerimento della propria coscienza, giustificata del proprio egoismo.

Le false notizie trovano quindi il loro potere di seduzione nella capacità di fornire una comoda risposta a problemi gravi, liberando dalle proprie responsabilità. Tale deresponsabilizzazione può assumere due direzioni temporali, l’una rivolta al passato, l’altra al futuro. Quella rivolta al passato consiste nella sottrazione della corresponsabilità verso i problemi globali in atto, la cui genesi è attribuita ad un complotto ordito da terzi. Quella rivolta al futuro consiste nella sottrazione della responsabilità verso l’azione collettiva, e nella giustificazione al disinteresse verso problematiche che esulano dalla sfera privata. Il risultato è l’appiattimento verso un eterno, annichilente, presente, in cui contano soltanto i problemi privati.
Nel caso in esame, Greta diventa il focus dell’interesse social, e sposta – suo malgrado – l’attenzione dal tema ambientale alla sua figura privata, che va demolita perché ci ricorda le nostre responsabilità, costituendo per questo un motivo di fastidio: ci riporta alla mente che, al di là dei nostri problemi personali, esiste un terreno comune sul quale ognuno di noi può esercitare una influenza, e davanti al quale nessuno può restare indifferente.

Ma l’indifferenza verso le realtà lontane è necessaria per portare avanti la nostra quotidianità in maniera serena, senza sentirci in obbligo di rispondere degli effetti delle nostre azioni, almeno degli effetti a lungo raggio. Per questo le fake news diventano virali: offrono una riposante giustificazione della propria indifferenza, alimentando un modo di pensare che concepisce la realtà come un insieme di enti o azioni non interconnesse tra di loro. È questa la base su cui poggia il processo di deresponsabilizzazione: concepire la realtà come un insieme di enti non comunicanti e di azioni che esauriscono gli effetti nell’immediato, per svincolare il singolo dalle sue responsabilità sociali, e inchiodarlo alla propria sfera privata, una gabbia che assume l’aspetto rasserenante del focolaio. L’individuo così intrappolato è portato ad autoconcepirsi come disgiunto dal resto del mondo.

La pericolosa disinformazione che nega la crisi ambientale in corso, e che sposta l’attenzione dal problema alla figura individuale di Greta, alimenta questo processo, offrendo valide – soltanto per chi le vuole ritenere tali – giustificazioni al proprio disinteresse. Questo è, a mio parere, l’effetto peggiore di tali notizie: oscurare le ragioni di una manifestazione, il cui compito era ricordarci di non essere individualità atomiche separate l’una dall’altra, ma esseri interconnessi che vivono in una realtà comune, che hanno la responsabilità di azioni il cui effetto non si esaurisce sempre nell’immediato. Tutto questo fa sì che, all’esaurirsi del dibattito su Greta, delle ragioni della sua battaglia non si parli più: si può tornare alla propria quotidianità priva di responsabilità. Dopo tutto, perché dovrei ritenere che le mie azioni possano giocare un ruolo sullo scioglimento dei ghiacciai, se abito in Italia?

Tale modus pensandi è, chiaramente, l’opposto di un atteggiamento ecologico. Uno dei principi basilari dell’ecologia, infatti, è che l’ecosistema è una rete interconnessa di fenomeni, che coesistono non come giustapposti, ma che interagiscono e retroagiscono l’uno sull’altro, in maniera interdipendente. Da un punto di vista ecologico, dunque, non è possibile sostenere che le azioni del singolo siano prive di effetto sull’ambiente: questo significa che ognuno di noi deve farsi carico delle proprie azioni e delle proprie responsabilità ambientali. Lo scioglimento dei ghiacciai e l’inquinamento degli oceani non sono certamente attribuibili al singolo, ma ad uno stile di vita consumistico che accomuna la maggior parte di coloro che vivono all’interno di sistemi capitalistici e neoliberisti. Per questo è funzionale al benessere di tali economie che le questioni ambientali siano messe da parte: ecco che le fake news complottiste contro Greta e i movimenti ecologisti offrono al capitalismo un formidabile strumento di distrazione.

L’atteggiamento anti-ecologico che queste notizie generano, nel quale l’individuo è concepito come singolarità monadica unicamente responsabile di se stessa, comporta uno dei paradossi della società globalizzata: l’iperconnessione e la contemporanea chiusura nella propria realtà privata. L’epoca in cui viviamo è infatti una realtà in cui le distanze sono annullate, la comunicazione è istantanea, tutti sono interconnessi in una rete che unisce anche chi abita dall’altra parte del globo; eppure, questa iperconnessione non genera un maggiore interesse verso i problemi della collettività o delle realtà apparentemente distanti, né aiuta a comprendere che, all’interno del pianeta, ogni fenomeno è collegato all’altro.

La globalizzazione è dunque una realtà che viene apprezzata quando favorisce i propri interessi privati: comunicare a tempo zero con parenti e amici che abitano dall’altra parte del mondo, acquistare su internet prodotti provenienti da lontano, entrare in contatto diretto con uomini dello spettacolo o della politica, interagire con i programmi televisivi, e così via. Che queste comodità poggino sopra razzia e colonialismo dei paesi del Terzo Mondo, consumo senza criterio dell’ambiente, sfruttamento della mano d’opera a basso costo, non importa: ciò che conta è realizzare i propri interessi privati. Eppure, la globalizzazione, che nella nostra sfera privata ci fa comodo, assume dei tratti sinistri appena si considerano gli effetti ad un livello sociale. Un esempio è il caso dell’immigrazione: i migranti, rappresentazione fisica delle distanze che la società iperconnessa ha annullato, diventano un pericolo per la collettività.

La loro presenza viene infatti percepita come una minaccia alle radici e all’identità della nazione che li accoglie: preoccupante segno che l’iperconnessione non corrisponde automaticamente all’abbattimento di muri e pregiudizi, ma spesso comporta, all’inverso, una chiusura nella propria tautologica autoidentità. Da qui si scatenano le paure di una società che, non ancora disposta a gestire l’iperconnessione quando non fa comodo, si rinchiude all’interno di fanatismi identitari. Nuovamente, un ruolo forte è giocato dalle fake news sui migranti, ulteriore esempio di quanto l’iperconnessione spesso favorisca la chiusura individualistica e pregiudiziale.
Analogo discorso vale per le tematiche ambientali: riconoscere che le azioni del singolo giocano un ruolo all’interno dell’ecosistema, e che i problemi ambientali riguardano tutti, vuol dire porsi in una prospettiva di corresponsabilità che stride con l’individualismo della società iperconnessa. E nuovamente, false notizie e negazionisti di tutto il mondo si uniscono per osteggiare questa presa di coscienza.

Così la globalizzazione, quando smette di farci comodo, diventa un nemico da combattere: non in nome dei crimini su cui – in alcuni casi – poggia, ma in nome di un avvaloramento della supremazia della sfera privata su quella pubblica. Questa è la contraddizione intrinseca alla globalizzazione: essa è una realtà di cui nessuno è disposto a fare a meno, nella misura in cui favorisce le nostre vite individuali, ma diventa un pericoloso strumento nelle mani dei poteri forti, appena apre a temi che esulano dal privato. Questo comporta che la rete di interconnessioni in cui viviamo non ha il carattere della relazionalità e apertura al diverso, ma è una rete consunta che ciascun individuo tira dalla propria parte, entrando in conflitto con le altre individualità. Tale atteggiamento può comportare un disastroso effetto: la frattura violenta della rete di interconnessioni, – di natura politica, economica, tecnologica, e di scambio di informazioni -, con tutte le sue conseguenze catastrofiche. Infatti, che una rete di connessioni sia indispensabile per la sopravvivenza è testimoniato già a livello biologico: ogni singolo vivente necessita di un legame simbiotico con altri organismi per mantenersi in vita.

La biologia ci dice dunque che l’isolazionismo non è una strategia funzionale per il vivente: l’organismo non è un individuo monadico, ma una pluralità interconnessa di organismi, che collaborano per mantenersi reciprocamente in vita.


Cfr.  HYPERLINK “Clima, manifestazioni in tutto il mondo. Gli studenti invadono le piazze: “Solo in Italia un milione

Cfr.  HYPERLINK “School strike for climate

Sull’Accordo di Parigi cfr. “Paris Agreement

Cfr. M. L. McCallum, “Vertebrate biodiversity losses point to a sixth mass extinction”, Biodiversity and Conservation, vol. 24 (2015), pp. 2497-2519. Cfr. anche D. Carrington, “Earth Has Lost Half of its Wildlife in the Past 40 Years, Says WWF”, Guardian, September 29, 2014.

Cfr.  HYPERLINK “Mathematics predicts a sixth mass extinction

Cfr. M. Schleuning et alii, “Ecological Networks are more sensitive to Plant than to Animal Extinction under Climate Change”, Nature Communications, vol. 7 (2016), pp. 1-9.

Cfr.  HYPERLINK “Greta Thunberg
Tra i suoi interventi ricordiamo quelli tenuti alla COP24, vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Katowicke, Polonia, 4 e 14 dicembre 2018), al World Economic Forum (Davos, 25 gennaio 2019), a Bruxelles (21 febbraio 2019). I video e i testi dei discorsi di Greta sono reperibili all’indirizzo “Greta Thunberg speeches

Cfr.  HYPERLINK “Donald Trump Still Doesn’t Understand Climate Change Science

Cfr.  HYPERLINK “Rita Pavone, Greta? Mi scuso tanto, non sapevo fosse malata” e “Altro che paladina dell’ambiente: ecco chi c’è dietro Greta Thunberg

Cfr. anche  HYPERLINK “Tutte le bufale su Greta Thunberg

Cfr.  HYPERLINK “Greta Thunberg: la rivolta garbata che piace ai signori del turbocapitale” e Simone Pillon

Cfr.  HYPERLINK “Donald Trump is using Stalinist tactics to discredit climate science

Cfr. ad esempio G. Della Casa, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo, Mimesis, Milano-Udine 2011, T. Morton, Dark Ecology. For a Logic of Future Coexistence, Columbia University Press, New York 2014, pp. 3-59, P. Wadhams, Addio ai ghiacci. Rapporto dall’Artico, Bollati Boringheri, Torino 2017, G. Pellegrino, M. Di Paola, Nell’Antropocene. Etica e politica alla fine di un mondo, DeriveApprodi, Roma 2018.

Cfr. Al Gore, Il mondo che viene. Sei sfide per il nostro futuro, Rizzoli, Milano 2013 e J. R. McNeill, P. Engelke, La Grande accelerazione. Una storia ambientale dell’Antropocene dopo il 1945, Einaudi, Torino 2018.

Cfr.  HYPERLINK “Renderci tutti come i migranti. Ecco cosa vuole il padronato cosmopolitico” e  HYPERLINK “Le 5 peggiori bufale (smentite) sui migranti

Cfr.  HYPERLINK “Riscaldamento globale e deforestazione: tutte le bufale dell’ambientalismo“,  HYPERLINK “Clima, battibecco a La7 tra Tommasi (Libero) e Pasini (Cnr). Lo scienziato alla giornalista: “Ragionamento banale”“, e  HYPERLINK “FLICC! Cinque caratteristiche di tutti i negazionismi“.

Cfr. C. Sini e C. A. Redi, Lo specchio di Dioniso. Quando un corpo può dirsi umano? Jaca Book, Milano 2018 e A. le Moli, Esseri viventi. Cura dell’anima e diritto dei corpi nel XXI secolo, reperibile in  HYPERLINK “Essere Viventi. Cura dell’anima e diritto dei corpi nel XXI secolo“.

 

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