L’omicidio del presidente Kennedy rappresentò un momento cruciale per gli USA, un Paese diviso, allora come oggi, tra conservatori e progressisti.

22/11/63: la morte del presidente John Fitzgerald Kennedy

AR 8255-3K 25 November 1963 Funeral Services for President Kennedy. Honor Guard prepares to fold flag. Arlington, Virginia, Arlington National Cemetery. Photograph by Abbie Rowe, National Park Service, in the John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.

Dichiarata alla 12.30 (ora locale di Dallas), la morte di John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America, non fu la semplice conseguenza del gesto folle di uno squilibrato. JFK venne colpito fatalmente da un proiettile che ne trapassò il cranio mentre attraversava Dealey Plaza, salutando la folla dalla limousine presidenziale.

Una morte derivata dalla tensione sociale di un Paese diviso. Nonché da decisioni politiche che aumentarono le distanze preesistenti tra democratici e repubblicani, tra progressisti e conservatori, tra cultura e ignoranza, tra una vecchia ed una nuova, allora nascente, America.

Il mondo di Kennedy

Sul fronte internazionale, sebbene Kennedy fosse riuscito a tenere brillantemente testa al governo sovietico prima durante la crisi di Berlino del 1961 (legata alla costruzione del muro tra le due Germanie e l’inasprimento dei rapporti tra USA e URSS) e successivamente nel corso della crisi missilistica di Cuba, questo non era bastato per fare digerire all’elettorato repubblicano il fallito tentativo di rovesciare Fidel Castro con lo sbarco presso la Baia dei porci. 

L’America di Kennedy

L’omicidio Kennedy avvenne in un contesto sociale, politico ed economico particolarmente complesso, scandito da eventi storici fondamentali, dalla Guerra Fredda alla rivoluzione cubana e alla discutibile quanto discussa scelta del presidente di perseguire un maggiore coinvolgimento americano nella crisi vietnamita.

Tuttavia, le maggiori difficoltà e resistenze al proprio piano di sviluppo, JFK le incontrò all’interno di un paese spaccato come mai prima di allora, nel quale le diseguaglianze economiche causavano un diffuso malcontento e dove le politiche del presidente venivano osteggiate da gran parte del governo e dell’opinione pubblica.

Kennedy e la “Nuova frontiera”

La presidenza di John Fitzgerald Kennedy si aprì con uno slancio al rinnovamento esemplificato nel concetto della “Nuova Frontiera”. Una serie di piani di sviluppo e investimenti per la ricerca scientifica, l’innovazione e la corsa spaziale, ritenuti dall’amministrazione democratica il modo più rapido efficace per uscire dalla stagnazione economica che aveva colpito gli Stati Uniti sul finire degli anni Cinquanta. 

Le politiche sociali di Kennedy

A questo piano di rilancio economico, l’amministrazione Kennedy aveva affiancato l’idea di una diffusa riforma delle società americana. A partire dalla volontà di un progressivo disarmo nucleare, passando per una serie di provvedimenti volti a combattere la povertà, la disoccupazione e la diffusa sperequazione economica in un Paese nel quale la ricchezza era concentrata nelle mani di pochissimi a discapito dei molti.

Le battaglie per i diritti civili e le leggi a favore dell’istruzione, unite a una serie di provvedimenti contro la discriminazione razziale nei luoghi pubblici, favorirono la nascita di un diffuso malcontento verso il presidente da parte delle classi sociali più agiate.

Kennedy il traditore

Le manifestazioni di dissenso da parte degli ultra conservatori, sponsorizzate negli stati del sud anche da esponenti in vista del KKK, avevano già causato tafferugli a Dallas. La situazione era indubbiamente tesa, tanto da portare i consiglieri di Kennedy a cercare di dissuadere un presidente già preoccupato per un possibile attentato alla sua vita. Nei giorni precedenti la visita, nella città di Dallas si erano susseguite minacce pubbliche (tramite radio e carta stampata), che accusavano apertamente JFK di tradimento verso l’America e gli americani.

Il luogo dell’omicidio Kennedy

Dealey Plaza, rimasta nella storia come il lungo dell’attentato Kennedy, è un luogo tatticamente poco difendibile. Uno spazio aperto circondato da edifici su tre lati e con un ampio giardino sul quarto. Intitolata a George Bannerman Dealey, ex sindaco della città ed editore del Dallas Morning, viene riportato che nella piazza – nella quale confluivano le tre principali arterie cittadine – sorgesse un tempio massonico ormai distrutto.
Si tratta di uno spazio ampio, capace di ospitare una folla di sostenitori e altrettanti potenziali attentatori.

Una scelta sbagliata dal punto di vista della sicurezza di un presidente rimasto famoso anche per aver sempre reso difficile alle sue guardie del corpo riuscire a proteggerlo. Dal 1993 Dealey Plaza è stata dichiarata luogo di interesse storico nazionale, compreso il Texas school book depository, l’edificio da cui il killer Lee Harvey Oswald fece fuoco, alle spalle del corteo presidenziale e dove venne ritrovato il fucile usato per sparare il colpo fatale.

Un palazzo che oggi ospita il Sixth Floor Museum, struttura museale dedicata alla vita dì Kennedy.

L’assassino di Kennedy

Lee Harvey Oswald è l’uomo ritenuto responsabile dell’assassino di Kennedy. Un ex marine mentalmente instabile che avrebbe ucciso il presidente sparando tre colpi usando un fucile Mannlicher-Carano con un’ottica riadattata. L’allora direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover, descrisse Oswald come un comunista filo castrista, determinato a diventare famoso uccidendo il presidente.

>> Leggi anche: Il “proiettile magico” che uccise il presidente Kennedy

Avendo vissuto per anni in Unione Sovietica, il cecchino era già noto sia alla CIA che all’FBI e da molti ritenuto, come da lui stesso dichiarato, un capro espiatorio. Arrestato poche ore dopo la morte del presidente, Oswald morì due giorni dopo Kennedy. Il 24 novembre venne infatti ucciso da Jack Ruby, un prestanome della mafia che affermò di averlo fatto per risparmiare alla First lady il dolore del processo all’uomo che aveva ucciso suo marito.

Jacqueline Kennedy: la First lady

Jacqueline Kennedy Onassis si trovava al fianco del marito quando questo venne colpito a morte, crollando tra le sue braccia. Jackie Kennedy nacque il 28 luglio 1929 e morì il 19 maggio 1994, passando alla storia per la propria, stoica, fedeltà al marito. Ritenuta ancora oggi l’epitome della First lady, aveva sposato John Fitzgerald Kennedy quando era ancora senatore, il 12 settembre 1953, entrando alla Casa Bianca quando il marito sconfisse alle elezioni Richard Nixon. 

Subito dopo l’omicidio, Jackie non abbandonò mai il fianco di JFK, restando ostinatamente accanto al corpo rifiutando perfino di pulire gli abiti macchiati dal sangue del marito. “Voglio che vedano ciò che hanno fatto a John”, avrebbe detto apparendo in televisione per il giuramento del vicepresidente Lyndon B. Johnson senza essersi ripulita, scegliendo di mostrare a tutti gli americani le tracce lasciate su di lei dall’orrore dell’omicidio del marito.

L’altra donna del presidente: Marilyn Monroe

Marilyn MonroeAmica, confidente e forse amante. Il legame di Marilyn Monroe con John e Bob Kennedy non è mai stato chiarito fino in fondo, così come resta un alone di mistero intorno alla sua morte, avvenuta ufficialmente a causa di un avvelenamento da barbiturici.
Secondo alcuni teorici del complotto, la Monroe sarebbe stata uccisa perché sapeva troppo, o forse per essere rimasta incinta di Bob Kennedy, fratello del presidente con cui avrebbe avuto una relazione prima di morire. Sedicenti esperti affermano anche Robert fosse presente la notte in cui Marilyn morì, portando via alcuni documenti dalla casa della donna. Il ruolo della diva hollywoodiana per antonomasia nella vita del presidente, già sposato all’epoca in cui la conobbe e anche un ben noto libertino, ma restano documentati vari incontri tra JFK e la Monroe a cavallo tra il 1954 ed il 1961. Compreso un volo sull’Air Force One e incontri in vari alberghi e resort in giro per gli Stati Uniti. 

L’assassinio di Kennedy e le teorie del complotto

La morte del presidente Kennedy da adito ancora oggi a numerosi dubbi e teorie del complotto, che vedrebbero indiziati di volta in volta la Mafia italo-americana, il Ku Klux Klan, la lobby americana delle delle armi, Fidel Castro e perfino il direttore stesso dell’FBI.

John Fitzgerald Kennedy aveva indubbiamente molti nemici, interni ed esterni al proprio paese, ma tra testimoni che hanno ritrattato le proprie dichiarazioni, il filmato del sarto ebreo Abraham Zapruder (che darebbe adito alla famosa ipotesi dei tiratori multipli) e infine la teoria della pallottola magica.

Le indagini sull’assassinio di Kennedy

Assassinio Kennedy

Il lavoro investigativo sull’omicidio del presidente venne assegnato prima alla “Commissione Warren” (dal nome del presidente della corte suprema Earl Warren), che, lavorando a cavallo tra il 1963 ed il 1964, ricostruì lo scenario del singolo cecchino (1963-1964). Tesi che non convinse l’opinione pubblica, tanto da portare nel 1976 all’istituzione di un nuovo organo, L’HSCA (House of Representatives Select Committee on Assasination), che indagherà anche sulla morte di Martin Luther King.

Questa seconda indagine, nel 1979 , ricostruì i fatti del Dealey Plaza ipotizzando la presenza di un secondo tiratore, per un totale di quattro colpi esplosi contro la vettura presidenziale (al contrario dei tre attribuiti a Oswald). Questa teoria giustificherebbe le incongruenze con i sette fori di entrata ed uscita presenti su Kennedy e sul governatore del Texas Connally (la citata teoria del proiettile magico), seduto nella limousine davanti al presidente. Pallottola rimasta intatta, che per colpire entrambi avrebbe dovuto fisicamente deviare a mezz’aria.

L’ucronia dell’omicidio Kennedy

Curiosamente, nell’immaginario americano, la morte di JFK rappresenta quello che nella letteratura fantascientifica britannica viene definito “punto fermo” o “nodo storico”. Un evento talmente fondamentale da avere influenzato negativamente il futuro degli USA, non solo per aver lasciato spazio all’elezione di Richard Nixon, ma soprattutto per il mancato compimento del piano di riforme sociali voluto da Kennedy.

Citando brevemente “X-Men: giorni di un futuro passato”, nel quale Magneto afferma Kennedy fosse un mutante e progettasse un piano di integrazione tra umani e mutanti (ennesima lettura del rimpianto per le mancate riforme sociali dovute alla sua morte), sono soprattutto serie tv e romanzi Sci-Fi (ucronici o suoi viaggi nel tempo) ad analizzare l’evento.

Dalla storica “Quantum Leap”, dove il protagonista Scott Bakula finisce per trovarsi nei panni di Lee Harvey Oswald, nella più recente Timeless, dove i viaggiatori temporali consegnano al presidente un avvertimento potenzialmente utile per evitare il pericolo che lo attende a Dallas.
La seconda stagione di “Umbrella Academy” legge l’omicidio di Kennedy come causa della forte scissione sociale presente nella società americana.

Infine il romanzo del 2011 “11-22-63” di Stephen King (da cui nel 2016 è stata tratta una miniserie televisiva), che vede il protagonista tornare ripetutamente indietro nel tempo senza mai riuscire ad impedire l’omicidio del presidente, letto appunto come immutabile punto fermo della storia americana.

 

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