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La guerra di Messina

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La storiografia più recente  sulla rivolta di Messina del 1674-78 – mi riferisco in particolare agli studi di Luis Ribot Garcia – ha interpretato l’evento come “una congiuntura che testimonia per la struttura”, se vogliamo riprendere una celebre espressione dello storico Pierre Vilar. Ossia come un episodio fondamentale nella storia della Sicilia che ha bene evidenziato la contrapposizione strutturale fra due modelli di sviluppo economico, sociale e politico: quello di Palermo, la “città del grano”, dominata dalla sua feudalità e dal baronaggio parlamentare, entrambi espressione degli interessi cerealicolo-pastorali e di un’economia fondamentalmente improduttiva; quello di Messina, la “città della seta”, dominata dalle sue oligarchie mercantili. Il conflitto fra le due città è stato così anche espressione della battaglia per il primato e la leadership isolana e per il riconoscimento della partnership privilegiata col governo spagnolo tra XVI e XVII secolo.

Il recente volume di Salvatore Barbagallo, La guerra di Messina 1674-1678. “Chi protegge li ribelli d’altri principi, invita i propri a’ ribellarsi” (Napoli, Guida 2017), pur riprendendo la linea storiografica suindicata, apre la ricostruzione dell’episodio ad una prospettiva più ampia, complessa e pluridimensionale. Intanto già il termine “guerra”, scelto per il titolo, configura un contesto assai più articolato, qualitativamente diverso e dalle implicazioni più larghe rispetto alle connotazioni del termine tradizionale di “rivolta”: un contesto nel quale entrano diversi protagonisti. E la novità della prospettiva scelta dall’autore consiste proprio nel cercare di stringere insieme i tre piani dell’insurrezione di Messina: quello attinente alla geopolitica mediterranea in cui il Mare Nostrum torna al centro delle relazioni politiche internazionali e stringe Mediterraneo e Atlantico soprattutto per l’ostilità inglese verso una Sicilia sotto il controllo francese; quello delle fazioni e divisioni interne alla città e legate alla lotta politica  nella Corte di Madrid; quello della storia della città di Messina entro il sistema imperiale spagnolo.

  Naturalmente non sempre i tre piani sono mantenuti in equilibrio e in relazione nel racconto di Barbagallo. Ma sicuramente i meriti dell’autore sono molteplici: in primo luogo, aver utilizzato nuove fonti, provenienti in prevalenza dalla Biblioteca Vaticana; in secondo luogo aver fatto tesoro di categorie recenti della storiografia spagnola e italiana, come quella di “sistema imperiale spagnolo”; in terzo luogo, utilizzare concetti, strumenti, letteratura interdisciplinare.

 Le difficoltà della Corona spagnola nell’affrontare la grave congiuntura messinese derivano, secondo Barbagallo, dalla sua incapacità di mediare fra interessi diversi: quelli della geopolitica mediterranea; quelli dei ceti feudali principali sostenitori della Monarchia; quelli dei ceti togati e mercantili. Fino a quando regge il compromesso spagnolo fra feudalità palermitana e riconoscimento rispettato dei privilegi mercantili messinesi, l’equilibrio sostanzialmente si conserva. La svolta autoritaria di Madrid da origine alla crisi del compromesso. Barbagallo così conclude: “La guerra di Messina riflette la difficile transizione che interessa soprattutto i regni mediterranei e il difficile rapporto che lega e talvolta confligge tra gli interessi dei ceti mercantili o di estrazione borghese con quelli del sistema imperiale spagnolo”.

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