Quel giardino a piazza Marina per dimenticare roghi e forche

Per l’assolato e desertico piano della Marina, residuo del prosciugamento di un braccio dell’antico porto, più volte era stata immaginata qualche maniera per renderlo vivibile e che invogliasse la gente a frequentarlo o impiantarvi attività che facessero dimenticare roghi e forche. 

Per riparo dai raggi solari dei nostri climi meridionali, escluse le costose soluzioni porticate, si fece ricorso a folte alberature che, oltre a ombreggiare i percorsi pedonali, venivano apprezzate nel loro benefico influsso riguardo alla salute del «consorzio degli abitanti».

Scarso successo ebbero, dai primi decenni del secolo XIX fino all’epoca garibaldina, i costanti, coraggiosi e testardi tentativi del Municipio di formare viali geometrici affiancati da filari di alberi e corredati da sedili ed altri arredi: disordini sociali, limitata manutenzione, ma soprattutto danneggiamenti e furti continui ne vanificarono sempre gli effetti sperati. 

La sistemazione definitiva della piazza, insieme alla regolarizzazione altimetrica ed alla pavimentazione lastricata delle quattro strade di contorno, portò alla formazione del Giardino intitolato a Giuseppe Garibaldi, progettato con linee sinuose da Giovan Battista Filippo Basile e dal noto vivaista torinese Prudente Besson, che fece giungere in città un gran numero di alberi, arbusti e piante da fiore provenienti da ogni parte del mondo.

La protezione da ladri e vandali venne affidata ad una magnifica recinzione in ferro e ghisa, su progetto di Basile, realizzata dalla Fonderia Oretea dei Florio, con parti scultoree che riprendevano i temi della natura e della caccia.

 

 

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