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Tra populismo storiografico e imposizione politica del giudizio storico

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Il senso comune storico oscilla oggi, e non solo da noi in Italia, fra due poli: il polo della ricostruzione e del giudizio fatti in casa, per così dire; il polo della loro definizione normativa, imposta da istituzioni politiche centrali e locali. 

Cerchiamo di spiegarci innanzitutto sul primo polo. Sta diffondendosi una sorta di “populismo storiografico”, variante di una più generale tendenza egemonica nella pratica politica di paesi europei, tra cui il nostro, e americani: e un certo modo distorto di concepire la Public History, come storia non solo per il pubblico, ma anche col pubblico, contribuisce non poco alla diffusione della tendenza. Nell’attacco generalizzato del populismo alle élite, dovunque esse si annidino, vengono coinvolti anche gli storici di professione, rei di voler formulare canoni interpretativi e trasmetterli nei modelli formativi dei giovani. 

Non si è riflettuto abbastanza sull’ambiguità di un’espressione quale “la storia siamo noi”. Nella celebre e splendida canzone di Francesco De Gregori il suo significato era preciso: donne e uomini sono i soggetti protagonisti di storia; le biografie individuali sono microcosmi, quasi specchi, della biografia collettiva delle comunità. Il cantautore non si sarebbe mai sognato di diffondere l’idea distorta di una storia “fai da te”, di un’appropriazione indebita della ricostruzione e interpretazione storica, di una verità a disposizione di tutti che diventa così il regno dell’arbitrarietà assoluta. E il rischio che le cose vadano in questa direzione è ben presente nel senso comune.

L’autodifesa corporativa degli storici di professione è una risposta assai fragile alla tendenza suindicata. Non basta richiamarsi al doveroso rispetto delle fonti e della documentazione, della loro analisi critica, del bagaglio di competenze portato dal professionismo storico, come ha fatto Fulvio Cammarano in un suo articolo pubblicato su “Il Corriere della Sera” del 14 aprile 2019. Certo ha ragione il contemporanei sta quando scrive. “Ognuno ritiene di poter ricostruire gli eventi sulla base di convinzioni formatesi avendo magari letto o ascoltato qua e là argomentazioni estemporanee, prive di confronti con la maggior parte della produzione storiografica. La storia ha rinunciato al suo statuto di scienza – continua Cammarano – proprio per meglio aderire alla complessità del reale, alle sue contingenze imprevedibili e di questo, oggi, sembrano voler approfittare non solo la miriade di opinionisti che nei social si esercitano in ricostruzioni molto discutibili e poco documentabili, ma, soprattutto, le sempre più numerose istituzioni pubbliche, locali o nazionali, che contribuiscono ad alimentare un uso pubblico della storia utile ad un esplicito obiettivo politico”.

E veniamo così introdotti al secondo polo dell’oscillazione del pendolo: quello delle decisioni e delle normative in materia di storia, di cui sono state e sono protagonisti soprattutto enti comunali e regionali. Si pensi, per citare alcuni esempi, all’istituzione della “giornata della memoria” per le “vittime meridionali dell’Unità d’Italia”, il taglio dei fondi di ricerca della regione Friuli-Venezia Giulia agli istituti sulle foibe.

Ma non si reagisce al populismo storiografico e alle manifestazioni dell’uso pubblico rivendicando il valore della storia come non-scienza. Deve passare nell’opinione comune un’altra idea di storia. Essa è comunque una scienza, sia pure di genere particolare. La sua validità, il suo fondamento di verità consistono nel rispetto di rigorose procedure che dall’analisi critica delle fonti attingono ricostruzione e interpretazione dei processi storici. 

E poi  la storia è utile per la vita: non solo perché consente di conoscere il passato, ma, soprattutto, perché fornisce gli strumenti più adatti a orientarsi nel presente, nell’attualità. 

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