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Sull’utilità della storia per la vita e per il tempo presente

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Finalmente i media si accorgono dell’importanza della storia. “Repubblica” ospita in prima pagina l’appello di Liliana Segre per ripristinarla nella prova scritta agli esami di maturità, abolita dagli esperti nominati dal ministro. Bussetti, a sua volta, replica sostenendo che è presente e spalmata su più argomenti proposti. Intervengono storici, tra i quali Andrea Giardina, che ritengono risibile la difesa d’ufficio del ministro e rivendicano la specificità e l’importanza della conoscenza storica.

Insomma il dado è tratto, il risveglio è in atto dopo le disattenzioni che hanno caratterizzato sia le autorità responsabili sia l’opinione pubblica? Si colgono i segni di una ripresa di interesse, di una fuoruscita dall’angolo della marginalità che ha relegato la storia nei processi di formazione, che ne ha ridotto sensibilmente il tempo e la spazio nei programmi scolastici e corsi di studio universitari? La risposta a queste domande è purtroppo negativa per più ragioni.

In primo luogo la questione della prova scritta alla maturità è solo la punta più vistosa dell’iceberg, l’emergenza e la spia di processi più profondi che hanno investito sia il senso comune sia strutture e processi formativi negli ultimi anni. E le istituzioni responsabili, invece di favorire l’inversione di tendenza, hanno operato e stanno operando in tutti i modi per assecondarla. Non a caso il ministro difende la sua scelta assumendo come parametro la bassissima percentuale (mi pare il 3%) degli studenti che negli ultimi anni hanno scelto il tema di storia.

In secondo luogo nulla lascia presagire che l’insegnamento della storia, nelle sue diverse scansioni temporali e di periodizzazione, nelle forme generaliste o in quelle più specifiche e specialistiche, torni a riguadagnare nelle università italiane quella centralità che aveva conservato fino ad un passato recente.

In terzo luogo – ed è il punto su cui qui più preme insistere – anche il dibattito mediatico, da cui prendono le mosse queste brevi note, è viziato da un limite di fondo: la confusione ricorrente fra storia e memoria, l’accento posto prevalentemente sul bisogno di conoscere il passato, che costituisce solo la dimensione più scontata della conoscenza storica. Messa in questi termini, la questione è destinata a non suscitare molto interesse se non negli addetti ai lavori, nei professionisti della disciplina e ad essere immediatamente accantonata dall’opinione pubblica e dal senso comune.

Nella famosa II Considerazione inattuale, Sull’inutilità e il danno della storia per la vita,  Nietzsche, dopo aver messo in luce l’utilità della <<storia antiquaria>> per la vita, la sua pietas, la custodia e la venerazione del passato, ne mette in luce anche il danno. Essa n on può essere scienza perché <<ha un campo visivo molto limitato>>, che le consente di vedere poco e di vederlo troppo vicino e isolato, perché non sa misurare, selezionare, stabilire gradazioni di importanza, relazioni fra le cose. Il danno per la vita è la <<cieca furia collezionistica>>. La pietas, la disponibilità all’ascolto dei messaggi depositati nel passato, privi di qualsiasi alimento nella <<fresca vita del presente>> si trasformano in mera erudizione. Qui la polemica del filosofo è soprattutto nei confronti della visione positivistica del passato, nel culto feticistico della fonte, dei documenti e della loro accumulazione, della <<storia monumentale>> che riduce tutto a un puro percorrimento parassitario.

Andrebbero ricordate le considerazioni di Nietzsche per capire come oggi sia necessario e urgente combattere per difendere l’utilità della storia e delle sue forme di conoscenza per la vita. Esse servono per ricostruire e interpretare il nostro presente: e la storicizzazione del presente è indispensabile per sfuggire al senso comune dell’inutilità della storia per la vita. Come mi diceva continuamente il mio compianto maestro Giuseppe Galasso: <<non è la storia maestra di vita, ma la vita maestra di storia>>.

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