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Slobodan Praljak. Ultimo atto

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Affrontare le ultime condanne del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, senza limitarsi alla semplice cronaca, risulta un esercizio che difficilmente può mantenersi oggettivo; in primo luogo perchè mantenere una totale imparzialità sugli eventi in questione, dove per eventi non si intende certo il processo in se, ma le cause che hanno portato al processo, è una di quelle paludi che storiografia e analisi sociopolitica ancora faticano ad affrontare.
La dissoluzione della Jugoslavia ritrova al proprio interno costanti interpretazioni e revisionismi e un evento come quello del tribunale speciale dell’Aja sembra però essere passato in secondo piano a causa del suicidio dell’ex generale Slobodan Praljak.
Le immagini che hanno fatto il giro del mondo e, come vuole la recente tradizione, sono state private del loro messaggio principale, distaccandosi dal significato del gesto.
Citando testualmente un breve elenco, reperibile con molta semplicità attraverso un paio di parole chiave si trova “Accusato di incitamento all’odio etnico-religioso, pulizia etnica, saccheggio, furto, omicidio, violenza sessuale, detenzione e trattamento crudele contro i bosgnacchi” che resta comunque fin troppo generico considerando che il Tribunale in questione: “ penale internazionale per l’ex Jugoslavia” ha lo scopo, appunto, di giudicare gli imputati per crimini di guerra. Praljak ovviamente non poteva risultare tra gli imputati per bancarotta fraudolenta.
Bisogna approfondire i capi d’accusa:
Slobodan Praljak: il generale che ordinò la distruzione del ponte di Mostar è uno dei sei imputati accusati di far parte di un’impresa criminale costituita dal novembre 1991 all’aprile 1994 per bonificare etnicamente i non croati da alcune zone della Bosnia ed Erzegovina istituendo e gestendo una rete di campi di prigionia, tra cui il campo di Dretelj famoso per essere stato uno dei simboli della pulizia etnica operata dal consiglio di difesa croato nei confronti di bosniacchi e serbo bosniaci
Tralasciando momentaneamente il rapporto che esiste tra la distruzione di un simbolo della coesistenza di due popoli (come appunto il ponte di Mostar) con le basi difensive della strategia militare è fondamentale oggi concentrarsi su quella che è stata senza alcun dubbio la sua ultima esibizione attoriale ( Praljak è stato, prima della guerra, regista, attore e direttore di prestigiosi teatri), con una valenza mediatica non indifferente che ha rinvigorito un nazionalismo mai domato, basti pensare alle dichiarazioni del primo ministro croato Andrej Plenković “il gesto di Praljak mostra la profonda ingiustizia morale nei confronti di questi sei croati e del popolo croato” e proseguendo “è assurdo che non ci sia stato alcun verdetto internazionale che abbia stabilito la responsabilità dell’allora leadership della Serbia”. Si conferma, dunque, una vecchia riflessione ora più che mai torna attuale: quanto è Serba, Croata o Bosniaca questa giustizia che sembra indebolire piuttosto che agevolare il processo di riconciliazione?

 

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