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Una storia delle storie della rivoluzione francese nell’opera di Antonino De Francesco

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L’ultimo libro di Antonino De Francesco, La guerre de deux cents ans. Une histoire des histoires de la Révolution française, (Paris, Perrin 2018) è un modello di public history. Qui davvero la storiografia si misura con l’attualità in un dialogo continuo ed avvincente. Duecento anni di storie della Rivoluzione francese scorrono nelle pagine di De Francesco che unisce la padronanza e il rigore dello specialista  alla capacità di raccontare la “guerra” combattuta per due secoli intorno ad un oggetto storico e storiografico incandescenti.

Già l’avvio dell’opera è caratterizzato dalla relazione stretta fra un evento di attualità e il tornante storiografico. L’evento è il referendum del 2005 in Francia, allorché la maggioranza dei francesi ha rigettato la Costituzione europea. Il tornante storiografico è legato alla crisi degli Stati nazionali, che ha determinato la straordinaria attenzione per gli imperi e la global history. Le nuove linee di ricerca sulla rivoluzione hanno quindi assunto come oggetti privilegiati la Vandea, il cui studio ha consentito una lettura più equilibrata del decennio rivoluzionario, la scoperta del Direttorio, il nesso tra Rivoluzione e democrazia rappresentativa, la pluralità di crisi correlate fra loro nel mondo tra il 1776 e il 1789.

La più originale interpretazione recente appare all’autore quella di Pierre Serna che ha visto nel 1789 una guerra di liberazione e un’opera di decolonizzazione in rapporto alle manovre messe in atto dalla Corona lungo tutta l’età moderna. Il volume di Serna è del 2010 ed è fortemente suggestionato dall’esplosione delle primavere arabe e dalle aspettative che esse hanno suscitato con la conseguente delusione per il loro fallimento. Se De Francesco dichiara le sue simpatie per l’interpretazione del 1789 come guerra d’indipendenza ad opera di soggetti colonizzati (vedi il caso di Santo Domingo), d’altra parte non nasconde le riserve.

Critiche ancor più esplicite sono rivolte dall’autore al modello inglese: al tentativo cioè, da parte della storiografia britannica, di rimpiazzare il 1688, la Gloriosa Rivoluzione, al posto del 1789. La centralità dell’asse angloamericana è da mettere in stretta relazione alla crisi del progetto europeo.

E allora all’ordine del giorno è la rilegittimazione del Vecchio Continente. Ma a questo punto, rileva De Francesco, si presenta una dicotomia, un nodo che è difficile sciogliere. Da un lato il discorso pubblico sul Vecchio Continente non può essere più fondato sulle storiografie nazionali così come sono andate esprimendosi nella lunga durata della loro storia. D’altro lato il loro rigetto per costruire un’identità europea priva di strumenti che consentano di supportare il confronto col “nuovbo verbo della mondializzazione”.

E allora è urgente identificare e ricostituire il ruolo del 1789 per legittimare e rafforzare il Vecchio Continente in un quadro globale. “Vaste programme”, avrebbe chiosato De Gaulle.

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