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Quante storie d’Italia – Aurelio Musi

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Le grandi storie nazionali, in più volumi, frutto di lavoro collettivo, sono imprese culturali che esprimono meglio il proprio tempo. Sono e saranno sempre la massima riflessione che un paese o un popolo può fare su se stesso; nella sua lunga durata, nel suo essere storico. La composizione di una sintesi di storia nazionale dovrebbe essere fatta ciclicamente, di generazione in generazione. Ora, per capire a che punto siamo nel ciclo della riflessione sul passato tutto dell’Italia, abbiamo uno studio di Aurelio Musi più che mai opportuno: Storie d’Italia, edito da Morcelliana (Brescia 2018).

L’Italia unificata attese qualche anno (il 1876) prima di vedere diretta da Pasquale Villari la Storia politica d’Italia, scritta da una società d’amici, la prima sintesi storica, edita da Vallardi di Milano. Opera più d’occasione che di riflessione. Secondo Musi, solo nel 1920-21 si coglie la necessità di una storia d’Italia descritta nel suo lungo periodo come raccordo, una specie di canone e paradigma, per tutta la storiografia italiana. Musi si riferisce al progetto di Gioacchino Volpe, Storia dell’Italia in collaborazione, del 1920, la prima ricostruzione “possibilmente organica e integrale”. Un progetto ambizioso, pensato in 17 volumi, che doveva riuscire a rappresentare la totalità della storia italiana dalla fine dell’impero romano al Novecento; un’Italia non chiusa in se stessa, bensì in costante confronto con l’Occidente e l’Oriente d’Europa. La storia politica, le istituzioni e le varie forme dello Stato, avevano certo la priorità, ma in simbiosi con economia, società e cultura. Il progetto fu ampiamente discusso, ma l’avvento del fascismo sparpagliò la possibile squadra di autori e alla fine nulla si fece. Fu l’occasione mancata di avere una prima coerente narrazione storica, i presupposti per la biografia della nazione, come già ha evidenziato Eugenio Di Rienzo negli studi su Volpe e la storiografia prima e dopo il 1943-45.

Rispetto alla visione del Volpe, negli stessi anni emersero altre prospettive. Benedetto Croce, con la sua classica quadrilogia di storie sul regno di Napoli, l’età barocca in Italia, l’Italia e l’Europa in età liberale mise in discussione il senso di una storia unitaria d’Italia prima dell’Italia unita e si rifiutò di unire fra loro storie diverse delle diverse Italie. All’estremo opposto si collocava Arrigo Solmi, noto storico del diritto e convinto fascista. Alla base dei suoi Discorsi sulla storia d’Italia c’era l’idea di un’unità etnica, di un popolo italiano presente sin dalla tarda Roma repubblicana. Un’attribuzione genetica al passato italiano (allora in linea con tanta storiografia europea) contestata da Volpe, che  vedeva la formazione di un corpo nazionale italiano semmai come unità morale nell’ambito dei comuni medievali. L’etnicismo di Solmi fu duramente criticato pure da Croce, che considerava l’entità-nazione dispiegata nel tempo come qualcosa a metà strada tra la mitologia e la zoologia. Tuttavia, antichisti come Corrado Barbagallo e uno storico di ampie vedute come Luigi Salvatorelli  trovavano nella popolazione dell’Italia romana i primi elementi di comunanza nella penisola. A Salvatorelli si deve il noto Sommario di storia d’Italia pubblicato nel 1938 (Torino, Einaudi), a quasi un secolo di distanza dal classico e omonimo Sommario di Cesare Balbo  (Torino 1846). Sommari che ebbero una lunga fortuna di pubblico.

Nel 1936 fu lanciata la Storia d’Italia illustrata dalla Mondadori, in otto volumi, curata da Pietro Fedele e completata negli anni Cinquanta. Fu la seconda grande sintesi dopo quella della Vallardi, aggiornato con nuovi autori fino al 1910 e rilanciata in una terza edizione dal 1937, sotto la direzione di Arrigo Solmi. Musi sottolinea come la Storia Mondadori fosse lontana dal mostrarsi compatta, priva di una linea ideale, e incline al servilismo di regime. Così si approda alla crisi del 1943. Nel passaggio da una all’altra Italia, dal fascismo alla democrazia, si ricorda Carlo Antoni con lo scritto Della storia d’Italia (1943), in cui le differenze insite all’Italia sono presentate come prevalenti sulle comunanze. E si ricorda Fabio Cusin, la sua Antistoria d’Italia (Torino, Einaudi, 1948). Cusin, in polemica anticrociana e antivolpiana, si mostra contrario a “chi esalta il Medioevo e considera le repubbliche italiane come un momento alto della storia del paese”, e sottolinea sconsolato che “ogni tentativo di storia ideale e ottimistica d’Italia in quei secoli si conclude in un’impotenza storiografica” e che il fascismo è “la vocazione storica degli italiani”. Giudizi che sarebbero stati criticati da Ernesto Sestan, ma che comunque rimangono.

Nell’Italia repubblicana la storiografia fu rilanciata da storici affermatisi prima, se si pensa a Delio Cantimori, Federico Chabod, Ernesto Sestan e Nino Valeri. Non ci fu una discontinuità, bensì un adeguamento alle nuove esigenze. Le Storie Mondadori e Vallardi furono aggiornate nella curatela e negli autori. I cent’anni dell’unità d’Italia furono celebrati con iniziative editoriali tra cui la Storia d’Italia Utet, coordinata da Nino Valeri: un’opera in cinque volumi, precisa, ma non ambiziosa, non di rottura. Negli stessi anni Giorgio Candeloro avviava il trentennale lavoro sulla sua grandiosa Storia dell’Italia moderna, pubblicata tra il 1956 e il 1986. Un’opera, per Musi, che trova ispirazione nel pensiero di Gramsci ma anche in Gentile, per cui il Risorgimento è inteso come rivoluzione nazionale che portò alla modernità, e si va dal Settecento all’Italia repubblicana. E c’è anche, sempre negli stessi anni, l’interesse per gli italiani come soggetto storico, se si pensa alla Storia degli italiani di Niccolò Rodolico (1954) e all’omonima Storia di Giuliano Procacci (1968), una sintesi riuscita, aggiornata e leggibile. Rodolico rimane molto tradizionale, mentre Procacci applica le categorie marxiste e gramsciane. Ma in entrambi i casi si segue Volpe, nel senso che di italiani si può parlare solo dopo l’anno Mille.

La parte centrale del libro di Musi è dedicata alle grandi Storie d’Italia, avviate negli anni Settanta e Ottanta. Due sono state dimenticate rapidamente. Della Storia della società italiana, coordinata da Idomeneo Barbadoro e pubblicata in 25 volumi dall’editore Teti di Milano fra il 1981 e il 1991, Musi considera utopica l’idea portante, che ci sia appunto una società italiana come oggetto storico attraverso il tempo, nell’enfasi (tutta anni Settanta) per la storia sociale; ciò non toglie che la Storia Teti presentasse molti contributi pregevoli. Della Storia d’Italia Bompiani, uscita nel 1989 in 12 volumi, curata da Ruggiero Romano, rimane scarsa traccia nelle biblioteche italiane; fu un’iniziativa derivata dalla rottura tra Romano e la casa editrice Einaudi.

Di gran lunga, e inevitabilmente, Musi si sofferma sui due massimi monumenti storiografici italiani: la Storia d’Italia Einaudi, diretta da Corrado Vivanti e Ruggiero Romano, e la Storia d’Italia Utet, diretta da Giuseppe Galasso. La Storia dell’Einaudi si pone tra Gramsci e le Annales. I coordinatori erano legatissimi a Fernand Braudel. Fu una Storia decisa e definita sì a Torino, ma pensata anche a Parigi. In merito Musi ha fatto una ricerca d’archivio e riporta i passaggi per cui Delio Cantimori, che sarebbe dovuto essere il primo redattore, fu soppiantato da Vivanti e Romano. E rivela una vera e propria chicca, trovata tra le carte d’archivio Einaudi: la lista degli autori considerati all’altezza (tra cui Arnaldi, Sestan, Lopez, Le Goff, Tenenti, Geremek, Jones, Procacci, Villari, Hans Baron, Venturi, Romano, Berengo, Villani, Della Peruta, Renzo De Felice, Pavone, Mack Smith, Ragionieri) e quelli non idonei, perché ritenuti “vegliardi”, “eresiologi”, “logorroici”, “senza-idee”, “arrivisti giovani e vecchi”, presuntuosi e “deboli in retorica”. Alla fine fu un’impresa sì italiana ma anche internazionale; vi concorsero i migliori storici europei degli anni Sessanta. Grandi nomi che hanno detto la propria sull’argomento assegnato. La Storia Einaudi fu certo qualcosa di nuovo – si pensi al volume primo dedicato ai caratteri originari – e di rottura anche sul piano internazionale, ma non si può dire che abbia rivelato una visione coerente in ogni sua parte. È una storia organizzata per temi, problemi, non per geografie e tempi. La cronologia risente del pensiero di Gramsci: l’antico regime va dalla fine di Roma imperiale al Settecento, poi c’è il Risorgimento, poi l’Italia contemporanea. Una Storia che ebbe grande successo commerciale e che proseguì con i volumi sulle regioni d’Italia dall’Unità ad oggi (dal 1977) e gli Annali, organizzati per tematiche (dal 1978). Rimane un riferimento imprescindibile.

La Storia d’Italia Utet, realizzata dal 1977 al 2011, fu una e molteplice, come la definì Galasso, ideatore e direttore. L’impostazione è certamente più tradizionale rispetto all’Einaudi, ma alla fine, a distanza di anni, si può dire che regge al tempo. I tre volumi iniziali sono dedicati all’alto medioevo; il quarto volume è di raccordo per il tardo medioevo. Seguono le situazioni regionali, l’Italia molteplice, descritta da una decina di specialisti Tra il Quattrocento e l’Ottocento è la volta delle storie degli antichi Stati italiani del Centro-Nord, assegnate agli studiosi più autorevoli. L’ultima ad essere realizzata fu la storia del regno di Napoli, scritta da Galasso stesso. Ebbene, Galasso ci ha dato molti volumi eccellenti, ma qui ha superato se stesso. Il Regno di Napoli è il suo opus magnum e si dispiega in sei grossi volumi (più uno di indici) per oltre 6.500 pagine (per capirci: A Study of History, di Arnold Toynbee, la più ampia opera storiografica di un singolo autore in lingua inglese, ha 6.200 pagine).  Il diciannovesimo volume, scritto da Galasso e Luigi Mascilli Migliorni, fa da raccordo rispetto all’Italia moderna (1454-1861). Chiudono i volumi dedicati alla storia dell’Italia unita. Per Musi la Storia Utet “ha dimostrato e dimostra una coerenza di ispirazione” tra il progetto di Galasso e i singoli autori, una sintonia evidente come in nessun’altra storia d’Italia.

Dopo quella dell’Utet non si pubblicano più storie d’Italia “così come il Novecento le ha conosciute”. Sono passati trent’anni dall’ultimo tentativo, quello della Bompiani (1989). Musi sostiene che la crisi ha “investito la storia come forma di conoscenza e come strumento fondamentale di interpretazione della realtà”. Ciò perché “la pratica storica è andata frammentandosi, parcellizzandosi in segmenti sempre più specifici e particolari della ricerca”. C’è il primato della storia contemporanea, del Novecento soprattutto. Il senso dell’Italia è sempre più ricercato nell’Italia recente, nella repubblica italiana, interpretata in ogni suo aspetto. Infine, la World History, per Musi, “ha messo radicalmente in discussione la possibilità di ricostruire storie nazionali”. Quasi come in risposta alla crisi, già negli anni Novanta si è avviato il discorso sull’identità nazionale e sulla patria, con libri e iniziative editoriali promosse da Ernesto Galli della Loggia e altri storici, ma, secondo Musi, si ripropongono anche qui le solite dicotomie narrative, i soliti temi: unità/disunità, paese vecchio/nazione giovane, primato/decadenza, continuità/discontinuità, popolo/classe dirigente.

Si può aggiungere che la caduta della visione storica italiana di lunga durata riflette i tempi in cui ci troviamo. Il tramonto delle metanarrazioni è degli anni Ottanta. Non ci sono più idee storiche. Rimangono o il racconto rievocativo o le mode storiografiche, i vari turn. Sono questioni note. Di questi ultimi tempi è poi la fuga degli storici italiani dai temi italiani, nel forsennato bisogno, tra i più giovani, di dimostrare che si fa ricerca internazionale. Eppure l’Italia con le sue Storie d’Italia ha raggiunto risultati che solo oggi riusciamo a intravedere. E qui sta il merito principale del libro di Musi. Osserviamo le ultime quattro Storie d’Italia: Einaudi, Utet, Teti e Bompiani. Un lavoro impressionante, realizzato in soli trent’anni. La Storia d’Italia Einaudi con le Regioni e gli Annali raggiunge 54 tomi e complessive 54.286  pagine; la Storia d’Italia Utet 35 tomi e 26.155 pagine; la Storia della società italiana Teti 25 volumi e 11.627 pagine; la Storia d’Italia Bompiani 12 volumi e 4.478 pagine. Sommate insieme, le quattro iniziative hanno realizzato qualcosa come 126 tomi, per un totale 96.546 pagine. Lo si vede nelle biblioteche. La Einaudi e la Utet sono vere e proprie cattedrali storiografiche. Come ampiezza complessiva, le Storie d’Italia si avvicinano alla maggiore enciclopedia del mondo, l’Enciclopedia universal ilustrada europeo-americana, realizzata tra il 1908 e il 2003 per un totale di 118 volumi e 105.000 pagine. L’impresa delle ultime quattro storie d’Italia non ha eguali tra i paesi d’Europa e probabilmente nel mondo.

Appare chiaro forse solo oggi che dagli anni Settanta al Duemila, a fronte della crisi nel paese dei settori artistici e culturali (si pensi al cinema e alla letteratura), la storiografia italiana ha dato prova di forte capacità creativa. Accanto alle grandi Storie c’è tutto un corpus parallelo di pregiate opere di taglio regionale, come la Storia del Mezzogiorno o la Storia della cultura veneta. C’è un crescendo di lavori collettanei e un moltiplicarsi di monografie più analitiche, di biografie, edizioni critiche, storie di città, di microstorie, tanti capolavori. Una storiografia tacciata immeritatamente, dagli stessi storici italiani, di provincialismo. Un patrimonio immenso che rischia un rapido oblio; talmente imponente che deve essere letteralmente introdotto, spiegato alle generazioni più giovani. Per salvarci dall’eterno presente.

Seminario a cura del prof. Egidio Ivetic (Università degli Studi di Padova) – 14 maggio 2019, ore 12:30 – Aula Magna, Palazzo Luzzato Dina
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