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Nuove prospettive per una storia della finanza nella prima Età Moderna – Parte prima

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Accostarsi ad un libro è un momento sempre difficile come nei confronti di un piatto del quale vediamo l’aspetti esterno ma, siamo in dubbio sui sapori, sui retrogusti, sulla consistenza. Insomma, per capire un libro bisogna aggredirlo, bisogna leggerlo, bisogna morderlo. Solo così potremmo sapere se l’apparenza – copertina, grafica, schede di presentazioni – corrisponda ai contenuti.

Ecco perché la Redazione ha intitolato questa rubrica “Mordi un libro”, proprio per entrare dentro i contenuti, leggerlo e darne un’anticipazione al lettore.

Iniziamo il nostro percorso di lettura dal volume di Antonino Giuffrida, Le reti del credito nella Sicilia moderna, pubblicato nella Collana Quaderni d Mediterranea (https://www.newdigitalfrontiers.com/it/book/n-18-le-reti-del-credito-nella-sicilia-moderna_22/)


1 La storia della finanza nella prima età moderna si configura ormai come un vero e proprio corpus che, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, ha contribuito non poco a segnare tendenze e metodi della storiografia italiana e a formare una vera e propria tradizione di studi. Con questa tradizione si devono fare i conti oggi sia perché essa ha contribuito moltissimo a illuminare alcuni passaggi decisivi della storia dei nostri antichi Stati sia perché ha consentito di verificare continuità e novità rispetto a un filone di ricerche che, iniziate durante il secolo dei Lumi, hanno visto un ulteriore sviluppo tra Ottocento e Novecento, a partire soprattutto dalla stagione positivistica.

Tuttavia, in particolare nella seconda metà del Novecento, i temi posti al centro delle ricerche – storia della banca, rapporti tra finanza pubblica e finanza privata, tra fiscalità e finanza, analisi della legislazione, dei meccanismi e delle procedure, sociologia del credito, ecc. – sono stati raramente confrontati e comparativamente considerati in maniera tale da realizzare una sintesi e una visione più unitaria dei processi coinvolti nell’analisi. Cosicché l’impressione che molto spesso se ne ricava è quella di una logica a compartimenti stagni, di un’accumulazione di casi più che verifiche e risultati di confronti, della mancata realizzazione di un equilibrio tra contestualizzazione e comparazione.

L’interesse di un libro come quello di Antonino Giuffrida, che offre lo spunto per le note che seguono, sta anche nell’introduzione, l’uso e la verifica empirica di una nuova categoria come quella di “reti del credito”. Essa riveste significati diversi e, al tempo stesso, tra loro coordinati che costituiscono il filo rosso del lavoro di ricerca: l’attenzione al sistema dei rapporti interni fra i diversi soggetti del credito; le relazioni molteplici e complesse fra amministrazione, politica e finanza; l’analisi delle formule e delle procedure non come pure nomenclature e strumenti tecnici, ma come “specchio dei cambiamenti”.

2 Un primo esempio degli intrecci che riesce a esprimere il concetto di “reti” è nella possibilità di spiegare il governo del credito come una delle variabili dello Stato giurisdizionale. Questa formula è stata utilizzata dagli storici delle istituzioni, ma anche dall’autore di queste note nel suo volume Il feudalesimo nell’Europa moderna (Bologna, il Mulino 2007), per rappresentare una fase della storia dello Stato, compresa fra il tardo Quattrocento e il primo Settecento, in cui questa nuova forma di organizzazione politica non si è ancora imposta come unico detentore del potere e del monopolio della forza legittima, ma deve convivere con una pluralità di giurisdizioni: esse esercitano la loro azione concorrendo su uno stesso territorio e su materie simili, alternando momenti e occasioni di collisione, cioè conflitto, a momenti di collusione, cioè collaborazione.

Giuffrida dimostra che, durante il Cinquecento, in Sicilia la potestas della Corona si impone sugli altri soggetti del credito: «Il processo politico-giuridico che si sviluppa è la costruzione di una giurisdizione sovrana, che assume il governo di questo specifico settore del mercato del credito sottraendolo alle consuetudini cittadine (. . .) I viceré con le loro prammatiche ampliano la sfera di intervento nei confronti del settore del credito tentando di risolvere le criticità del sistema» (pp. 27 e 29). Tuttavia, la giurisdizione del viceré non annulla, ma si sovrappone a quella delle Corti cittadine come nelle regole da seguire per ottenere la licenza dell’apertura di un banco. Si prevede, infatti, che l’istanza debba essere presentata alle Corti cittadine; tutta la documentazione debba essere trasmessa al viceré; il viceré, al termine dell’istruttoria, invii alle Corti un’approvazione formale della lista dei fideiussori.

Mi sembra un caso particolarmente esemplare di quel pluralismo giurisdizionale che caratterizza buona parte dell’antico regime europeo ma che – almeno a me così pare – finora non era stato ancora considerato sotto il profilo del governo del credito.

3 La congiuntura economico-finanziaria che vive la Sicilia fra gli anni Trenta e gli anni Sessanta del Cinquecento è da mettere in relazione con il contesto complessivo della storia del Mediterraneo e delle conseguenze di una ridefinizione degli equilibri mondiali che, negli anni centrali del regno di Carlo V, stanno spostandosi dal baricentro fiammingo-germanico a quello spagnolo. Proprio a partire dagli anni Trenta viene formandosi una nuova entità politica, il sistema imperiale spagnolo, destinata a esercitare l’egemonia mondiale durante il regno di Filippo II. L’ingresso di Genova e degli hombres de negocios liguri in tale sistema a partire dal 1528 ridisegna sia il complesso dei rapporti tra finanza pubblica e finanza privata sia la struttura, l’organizzazione e la dinamica del credito nei reinos spagnoli.

Tempi e modalità del processo non sono dappertutto sincronici: nel Regno di Napoli, già a partire dagli anni Trenta, la banca genovese insidia il primato toscano nel controllo dei principali settori finanziari e commerciali; in Sicilia, come dimostra Giuffrida, il rilievo dei banchieri toscani, soprattutto pisani e lucchesi, dura ancora qualche decennio, e solo la catena di fallimenti a metà Cinquecento contribuirà a scalzarlo. Giuffrida analizza i meccanismi dell’apertura del banco e la rete di interessi che si rispecchia nelle garanzie politiche ed economiche dei fideiussori. La fideiussione è la chiave di volta «sulla quale si costruisce l’edificio di una giurisdizione con la quale si governa la nascita o la morte dei banchi del ‘500 siciliano» (p. 39). L’Autore studia il formulario e registra i principali cambiamenti che si verificano nella prassi giurisdizionale: la ricezione della normativa delle prammatiche regie in materia di funzionamento dei banchi pubblici; il progressivo passaggio, dalla Corte Pretoriana alle magistrature regie dei controlli e dell’affidabilità dei fideiussori; l’affermazione di una nuova identità dei banchieri come “ufficiali pubblici”.

Di particolare interesse è la possibilità del confronto tra i «plegi» napoletani e i «plegi» siciliani: tra coloro cioè che sono obbligati a versare una cauzione allo Stato per aprire banco. «Il confronto tra queste due realtà – scrive giustamente Giuffrida – impone una riflessione sul ruolo che assume il banco nel governo dei processi economici e sociali attraverso i quali il mercante forestiero s’insedia nella struttura portante del mercato del Mezzogiorno. Infatti, così come avviene nel Napoletano, il banco costituisce lo snodo che collega la realtà della produzione con il mercato nella sua più ampia accezione del termine» (p.51). L’Autore propone ampi riferimenti al mio saggio su Mercanti genovesi nel Regno di Napoli (Napoli, ESI 1994), in cui prendevo in considerazione la composizione di alcune «pleggerie», ritrovandovi i maggiori rappresentanti dei “poteri forti” del Regno di Napoli nei primi decenni del Cinquecento: la finanza internazionale, hombres de negocios catalani, spagnoli inseriti ai vertici dell’amministrazione napoletana, famiglie del patriziato napoletano ascritte ai Seggi della capitale, esponenti illustri del baronaggio feudale.

In Sicilia si rende necessario ampliare il numero dei sottoscrittori del capitale iniziale di un banco, per acquisire flussi finanziari al di fuori del circuito che tradizionalmente fa capo all’attività mercantile. Ci si rivolge cosi soprattutto a «uomini nuovi che hanno fatto le loro fortune controllando gli uffici pubblici, gli arrendamenti dei feudi o la concessione dei diritti di estrazione del grano» (p. 85). Essi partecipano in una prima fase alla società di gestione. Così il catalano Benedetto Ram coinvolge nel 1517 il protonotaro del Regno Aloisio Sanchez; nel 1529 il potente gruppo dei Bologna, collegato all’attività della Secrezia di Palermo, «luogo dell’intermediazione relativa all’importazione di prodotti protoindustriali come i tessuti catalani, e all’esportazione di merci come lo zucchero prodotto nei cannameleti siciliani» (p. 87), viene associato nella costituzione del banco Torongi.

Si vorrebbe sapere di più sia sulla sociologia dei «plegi» sia sulla composizione dei soci dei banchi siciliani cinquecenteschi: i casi, riportati da Giuffrida, sono alquanto limitati e non consentono, al di là della loro efficacia esemplare, di disporre di un quadro esauriente per tracciare un bilancio dei rapporti tra banca e società nel Cinquecento siciliano. Del resto, le stesse ricchissime fonti, utilizzate dall‘autore, consentono di approfondire questi aspetti, capaci di offrire una ricostruzione “a part entière“, per così dire, della questione.

Più chiari ed esaurienti invece risultano il quadro della gestione del credito da parte dei mercanti-banchieri non regnicoli e la dialettica per l’egemonia. Il loro obiettivo principale, «al di là delle appartenenze territoriali, è quello di garantirsi il controllo dei flussi della bilancia commerciale siciliana legati all’esportazione di prodotti come il frumento o la seta – compensati dall’importazione di manufatti da distribuire sul mercato del consumo – oltre a partecipare all’affare della gestione del debito pubblico» (p. 92). Quanto alla mappa dei gruppi egemoni sulla principale piazza finanziaria, si configura la seguente evoluzione: agli inizi del Cinquecento è ancora molto solida la finanza pisana; intorno agli anni Settanta gli equilibri mutano a favore dei genovesi con i banchi Lomellino, Promontorio, Gentile e Gastodengo.

Testo pubblicato in “Nuova Rivista storica”, a. XCVI (gennaio-aprile 2012)

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