Home Proposte editoriali La congiura di Macchia

La congiura di Macchia

781

 

Definire “organico” questo volume (Francesca Fausta Gallo, La congiura di Macchia. Cultura e conflitto politico a Napoli nel primo Settecento, Viella, Roma 2018, pp. 425), dedicato ad un episodio che si svolse e si esaurì in pochi giorni, sullo scorcio del settembre 1701, e che è passato alla storia e alla tradizione come “congiura di Macchia”, ha due significati precisi. In  primo luogo si tratta di una ricerca che ricostruisce in maniera esaustiva, completa in tutti i suoi riferimenti contestuali, l’evento. Ma l’organicità è dovuta anche e soprattutto al fatto che l’autrice dedica quasi i due terzi del libro all’analisi della “fortuna”, per così dire, della congiura all’interno del Regno e nei principali paesi europei: scelta più che giusta, perché la risonanza dell’evento fu di gran lunga superiore alla sua consistenza.

La ragione è assai semplice. Come e ancor più della rivolta del 1647-48, la congiura di Macchia cadde in una congiuntura, interna al Regno e internazionale, assai critica. Alle difficoltà complessive del sistema imperiale spagnolo si erano aggiunte la morte di Carlo II il primo novembre 1700 e la crisi dinastica dovuta all’assenza di eredi. La titolarità dei possessi degli Asburgo di Spagna diventava così incerta e avviava una più complessa dinamica dell’equilibrio europeo. I pretendenti al trono di Spagna erano Luigi XIV, marito di un’infanta di Spagna che, formalmente, aveva rinunciato ad ogni diritto di successione al trono dei re cattolici per sé e per i suoi discendenti; Leopoldo I d’Asburgo che aveva sposato la sorella di Carlo II, Margherita; Vittorio Amedeo II di Savoia, figlio di una principessa spagnola. Colpo di scena alla lettura del testamento di Carlo II: era designato erede universale Filippo d’Angiò, nipote di Luigi XIV, che avrebbe assunto il nome di Filippo V. Una clausola importante del testamento vietava a Filippo di unire la corona di Spagna con quella di Francia. Tuttavia  gli equilibri stabiliti nella pace di Rysvwick erano così scossi: il rischio che al centro dell’Europa potesse costituirsi un’egemonia franco-spagnola era assai concreto. La mancata investitura di Filippo, peraltro, da parte del papa che temporeggiava, pareva favorire i disegni e le mire di una parte dell’aristocrazia, appartenente al “partito austriaco” e favorevole all’investitura imperiale del Regno di Napoli nella persona dell’arciduca Carlo.

 La scelta strutturale dell’autrice con certosina e scrupolosissima meticolosità ricostruisce “eventi, notizie, racconti”, le tre parti del volume.

 Seguiamo quindi la prima parte, “gli eventi”. All’origine il circuito delle trame segrete è compreso fra Napoli, Roma e Vienna. All’inizio del Settecento la congiura è ancora una forma di opposizione politica, che si avvale di una rete di agenti  operanti in centri privilegiati per lo smistamento delle informazioni come Roma. Punti di riferimento politico a Roma del “partito austriaco” napoletano sono il cardinale Vincenzo Grimani, appartenente a una prestigiosa famiglia veneziana, di radicale fede imperiale, e il conte Leopoldo Giuseppe Lamberg. Le loro dimore romane diventano il luogo di incontro della nobiltà napoletana filoaustriaca residente a Roma. Spiccano i nomi di Carlo di Sangro dei marchesi di San Lucido, Giuseppe Capece marchese di Rofrano, Angelo e Bartolomeo Ceva Grimaldi duca di Telese, Geronimo Acquaviva, Malizia Carafa. Questo è il nucleo che organizza e avvia la congiura. Nel giugno 1701 giunge a Napoli dalla Spagna Gaetano Gambacorta, principe di Macchia, “destinato a diventare l’eponimo della congiura”. I motivi di preoccupazione presso la corte imperiale derivano soprattutto dal timore che “qualcuno dei cospiratori si lasciasse sfuggire qualche parola di troppo, compromettendo il buon esito di tutta l’impresa che si era riusciti a mantenere segreta; ma il maggior timore era dato dalla forte conflittualità esistente all’interno del partito austriaco, dove era evidente la mancanza di una visione unitaria tra gli aristocratici aderenti che si contendevano la leadership e i favori della corte imperiale”. Le promesse che provengono dalla corte imperiale sono seducenti: l’aspettativa del Regno autonomo che non sarebbe diventato una provincia, cariche assegnate solo ai nazionali, un Senato composto dai nobili di Piazza. Il piano della congiura è studiato nei minimi particolari: uccisione del viceré Medinaceli, occupazione di Castelnuovo, del porto e delle galere, corteo per la città e acclamazione dell’arciduca Carlo come re.  Il viceré agisce su più piani. Arresta alcuni personaggi coinvolti nella congiura che, sotto tortura, ne rivelano i piani. Affida il comando delle truppe a Restaino Cantelmo, capitano generale dell’artiglieria e consigliere di Stato. Cambia le guardie sospette di Castelnuovo. Intanto i congiurati, nascosti nelle catacombe, entrano in conflitto tra coloro che vogliono ritirarsi e quelli, tra cui il principe di Macchia, Tiberio Carafa e Giuseppe Capece, che vogliono portare a termine l’impresa. Questi ultimi hanno la meglio. Ma la congiura fallisce dopo pochissimi giorni.

Inizia il secondo tempo: quello del protagonismo popolare. La violenza diventa protagonista con i consueti bersagli: assalto alle carceri, liberazione dei prigionieri, attacco all’eletto del popolo, al carceriere maggiore e all’avvocato fiscale della Vicaria. Il 23 settembre “più di seimila persone, comprese donne e bambini, si unirono ai congiurati e tutti insieme marciarono verso Castel Capuano, dove avevano sede i tre maggiori tribunali (Sacro Consiglio, Regia Camera, Gran Corte della Vicaria) e qui ebbero luogo alcuni tra gli episodi più violenti della rivolta”.

 La repressione è a due facce: si abbatte con severità e violenza su capi come il principe di Macchia, il duca della Castelluccia, il duca di Telese e Tiberio Carafa. Più morbido è l’atteggiamento nei confronti di esponenti della più prestigiosa nobiltà come il principe di Caserta. La dinamica dei rapporti conflittuali tra il viceré, che vuole severità, e il Consiglio d’Italia, che consiglia prudenza, si rispecchia nel passaggio dalla violenza della prima fase repressiva alla concessione dell’indulto e alla pacificazione, sulla cui scelta un peso notevole hanno anche il papa e le potenze straniere.

 Un giornalista de Les nouvelles de cours de l’Europe scrive alcuni anni dopo che il successo di una cospirazione è legato a quattro fattori: “la risolutezza, il segreto, il denaro e buone truppe”. Quasi nessuna di queste condizioni si realizza nel Regno di Napoli. Il fallimento dell’impresa è dunque inevitabile.

 Giungiamo così alla seconda parte dell’opera di Fausta Gallo: quella relativa all’analisi delle notizie diffuse da fonti come la corrispondenza diplomatica e politica sia di parte filoborbonica sia di parte filoasburgica, e alla stampa.  La parte dedicata alla stampa è particolarmente significativa in un’epoca in cui inizia la sua fioritura soprattutto in Francia, Inghilterra e Olanda. La lettura antiborbonica dell’evento da parte delle gazzette si contrappone a quella filoborbonica. Le gazzette inglesi e olandesi riprendono il motivo della mancata investitura del Regno di Napoli e quindi l’impropria definizione di “ribelli” attribuita ai congiurati. Sottolineano il fatto che i protagonisti non sono “feccia” e “plebe”, ma qualificati aristocratici, civili, popolo strutturato. Attaccano la violenza del viceré Medinaceli. Il loro riferimento polemico non è tanto alla corte spagnola, considerata ormai marginale nel contesto europeo, quanto a quella francese. Nella lettura filoborbonica la congiura è opera di una ristretta minoranza facinorosa. La maggioranza dei sudditi sarebbe fedele al “legittimo re”.

 I racconti presi in considerazione dalla Gallo sono tre: la Cojuratio inita et extincta Neapoli anno MDCCI, opera proveniente da ambienti franco-ispanici; la Principum neapolitanorum conjurationis anni 1701 historia di Giambattista Vico; le Memorie di Tiberio Carafa. In questa parte sono anche analizzate tragedie e opere in musica.  

 Dopo la conquista austriaca del 1707 cade il silenzio sulla congiura di Macchia. E nel passaggio dalla condizione di “provincia” a regno indipendente nel 1734 la parola d’ordine sarà: dimenticare Macchia.

Lascia un commento
Articolo precedenteHitchcock -Il film-
Articolo successivoil Bagno di sangue di Melbourne- non sempre è solo sport
Aurelio Musi
Professore ordinario di Storia Moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno. Membro del direttivo della Società Salernitana di Storia Patria. Giornalista pubblicista. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica". Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell'età moderna, sul Mezzogiorno spagnolo, su problemi di metodologia e storia della storiografia. Ha fatto parte di organismi di ricerca internazionale (ESF, GISEM, ecc.)