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Il rischio della storia

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Giovedì 25 aprile 2019 il quotidiano “la Repubblica” ha ospitato tra le sue pagine un appello in difesa dell’insegnamento della storia nelle scuole, a firma dello storico Andrea Giardina, della senatrice a vita Liliana Segre e dello scrittore Andrea Camilleri (1). Gli studiosi sottolineano il fondamentale ruolo della storia nella formazione culturale e civica degli studenti, e denunciano l’inquietante tendenza delle politiche scolastiche a relegarla sempre più in secondo piano. Secondo Giardina, Segre e Camilleri, tre sono le spie dell’atteggiamento antistorico su cui si sta avviando il mondo della scuola: il ridimensionamento della prova di storia nell’esame di maturità, la riduzione delle ore di insegnamento, il decremento delle cattedre universitarie (2). I tre lanciano un appello per richiedere il ripristino della prova di storia negli scritti dell’esame di Stato delle scuole superiori, un aumento delle ore dedicate all’insegnamento della storia, la valorizzazione della ricerca storica nelle università. L’appello ha subito riscosso grande successo e raccolto migliaia di firme tra le quali gli storici Eva Cantarella e Luciano Canfora, il filosofo Roberto Esposito, il direttore d’orchestra Riccardo Muti, gli attori Claudio Bisio, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, i cantautori Francesco Guccini e Roberto Vecchioni e molti altri (3). 

Negli stessi giorni, tra le pagine de “Il Sole 24 Ore” un articolo del 12 maggio a firma di Gilberto Corbellini si muove in una direzione opposta (4). Secondo lo studioso, l’appello in difesa della storia nasconde tendenziosamente un abuso della disciplina “al servizio di una qualche ideologia”. 

Corbellini sostiene infatti che l’insegnamento della storia sia troppo poco legato a criteri oggettivi e verificabili per essere d’aiuto allo sviluppo del pensiero critico negli studenti. A suo avviso sarebbe molto più utile insegnare statistica. Eppure questa materia – che nella sua pretesa di oggettività poco si presterebbe a scopi ideologici – non viene insegnata, né riceve appelli in sua difesa. Corbellini argomenta riprendendo le tesi del filosofo della scienza Alexander Rosenberg che spiegherebbero, secondo lui, “perché gli studi storici, a parte quelli quantitativi o che usano approcci controllabili, sono falsi”.

La tesi di fondo è che gli storici cercano di ricostruire gli eventi attraverso narrazioni influenzate da un’interpretazione di carattere pseudoscientifico, ossia l’analisi degli stati mentali dei protagonisti. Questo tentativo di ricostruzione poggia su una cieca fiducia verso la teoria della mente, ossia la tendenza ad attribuire agli altri credenze, scopi e desideri che ci spinge a leggere i comportamenti altrui proiettando i nostri stati psichici per renderli più intelligibili, senza conoscere davvero le motivazioni che stanno alla base. Ciò è spesso causa di fraintendimenti, già a partire dalla vita quotidiana. Al contrario, le scienze verificabili che pretendono di essere oggettive e non ideologiche “trova(no) la verità perché il metodo che usa(no) annulla gli effetti distorsivi della teoria della mente”. Il valore di verità della storia è dunque equiparato a quello delle pseudoscienze.

Last but not least, Corbellini sostiene che la memoria storica, contrariamente all’opinione comune, non eviterebbe il ripetersi di orrori e tragedie; anzi, “ricordare, al di là della falsità che caratterizza la nostra memoria, può non avere gli effetti che auspichiamo.” (corsivo nostro).

L’articolo di Corbellini non è passato inosservato: numerose voci si sono sollevate per esprimere preoccupazione e perplessità nei confronti delle sue parole. Il 26 maggio, due settimane dopo la pubblicazione dell’articolo, diversi intellettuali del CNR hanno manifestato dissenso dal loro stesso direttore (5). In questo appello, che conta numerose firme, si sottolinea un radicale problema di carattere culturale: un’insufficiente considerazione del lavoro svolto dagli storici ed al contempo una svalutazione della disciplina su tutta la linea. Nell’articolo gli studiosi sostengono che la critica alla metodologia storica mossa da Corbellini dimentichi che “fin dai tempi di Lorenzo Valla” gli strumenti di ricerca storici sono stati oggetto di una profonda riflessione epistemologica “in sintonia con le altre scienze sociali”.

Sempre il 26 maggio, il quotidiano “Il Sole 24 Ore” ha ospitato una risposta a Corbellini a firma degli storici Caffiero e Pezzino; nello stesso articolo troviamo la controrisposta di Corbellini (6). Le critiche mosse dagli studiosi mostrano perché l’idea che la storia sia fondata sulla teoria della mente non renda conto delle nuove metodologie di indagine. Infatti, secondo loro, “gli storici fondano le loro interpretazioni del passato sui documenti, dunque su elementi esistenti.” Come sostengono Caffiero e Pezzino, tali documenti, – ad esempio gli atti notarili, gli archivi, ma anche i documenti falsi -, sono esenti dalle problematiche interpretazioni legate alla teoria della mente. Dal momento che queste fonti costituiscono lo strumento di lavoro principale di uno storico, allora l’indagine storica non è riducibile ad un’ingenua teoria della mente.

Non tardano ad arrivare le controrepliche di Corbellini. Lo studioso risponde in primo luogo passando in rassegna “numero e fascia delle [sue] pubblicazioni” che, a suo dire, testimonierebbero le competenze necessarie a rispondere all’appello alla storia. Rispetto al primo articolo, le argomentazioni non cambiano nel contenuto. Piuttosto, cambia il tono. Corbellini si mostra infatti poco propenso a rivalutare le proprie posizioni e le ribadisce in maniera perentoria, rivendicando contro le critiche ricevute le proprie idee. Egli sostiene che proprio la sua tesi offra ai suoi – fortunati – studenti “strumenti per orientarsi senza anacronismi e trappole cognitive”. Corbellini entra nel merito delle critiche soltanto per affermare che il dispositivo della teoria della mente sia un meccanismo necessariamente in azione, che non può essere acceso o spento “come un interruttore” tramite la volontà. Secondo lo studioso non accettare ciò “significa non voler capire il problema.”.

Un’ulteriore risposta, firmata da Aurelio Musi, è apparsa sulle pagine del Corriere della Sera lo scorso 28 maggio. Lo storico denomina ironicamente gli articoli di Corbellini “corbellerie” (7) e ribadisce come la visione dell’epistemologo sia condizionata da due pregiudizi positivisti ampiamente superati dalla comunità scientifica: la storia come volontà di restituire i fatti per come si sono realmente svolti, analizzando gli stati mentali dei protagonisti, e la storia come narrazione “senza soluzione di continuità con la fiction”. Musi si fa, al contrario di Corbellini, portavoce di un’istanza di dialogo tra la storia e le scienze dure che si basano su un approccio quantificabile. Le stesse neuroscienze, che fino a poco tempo fa apparivano diffidenti verso questa possibilità, riscoprono oggi “il valore della storicità”, ad esempio nelle “analogie tra i meccanismi neurocerebrali e le procedure della memoria storica”. Il dialogo tra le due differenti prospettive può dunque rivelarsi fecondo anche per le scienze dure: “ma tutto questo, ben s’intende, non interessa a Corbellini”.

Come queste critiche ben mettono in luce, le metodologie e le tecniche dell’indagine storica si sono trasformate riconoscendo l’impossibilità di restituire il “nocciolo duro dei fatti” (8). In questo senso certamente l’idea di Corbellini non rende giustizia alle metodologie ed alle competenze di chi opera nel settore, visto che la ricerca in ambito storico non si riduce all’analisi dei suoi protagonisti o alla ricerca di una verità di fatto, ma si esprime nello sforzo di restituire attraverso personaggi ritenuti significativi contesti e dinamiche sociali la cui estensione varia a seconda del livello di osservazione. Nessun riferimento alla differenza tra macro- e microstoria, come pure nessun richiamo alle discipline storiche sussidiarie compare infatti nell’interpretazione di Corbellini.

Anche rispetto al ruolo della storia/memoria per la comprensione del presente, le tesi di Corbellini presentano più di un problema. Portando il ragionamento alle sue logiche conseguenze, infatti, non avrebbe senso riportare alla memoria un evento negativo, come ad esempio la strage di Capaci,  perché ci sarebbe il concreto rischio di provocare la ripetizione di tragedie del genere. Sostiene Corbellini: “diversamente dall’idea comune è solo cancellando il passato che si riduce la probabilità di vederlo tornare”. Ma la visione che emerge da questo articolo oscura il carattere genuino dell’insegnamento storico: oltrepassare la datità del presente in vista di una domanda incipiente dal futuro. Se la storia – secondo Corbellini – può favorire il ripetersi di orrori, al contempo è nella sua disposizione più propria il contribuire a creare coscienza critica. Questo è l’autentico senso del rimemorare: in ciò Corbellini individua un rischio, ignorando il possibile profilo di salvezza (9). Il compito dello storico allora non è tanto ricostruire secondo una pretesa di totale oggettività eventi e stati mentali dei protagonisti. Piuttosto, da un lato fornire strumenti e metodi per comprendere una totalità temporale complessa nella quale siamo costantemente immersi e, dall’altro, il tentativo di portare alla luce genesi e linee di sviluppo di questioni umane dal carattere contingente e, dunque, non meccanicisticamente prevedibile (10).

Per queste ragioni l’identificazione di finalità e metodi dello studio storico da parte di Corbellini è certamente riduttiva e sostanzialmente inutile ad una discussione metodologica sullo statuto e sul ruolo della disciplina. Un discorso diverso riguarda la posizione “filosofica” che Corbellini rintraccia alla base dell’atteggiamento storico tout court. In questo senso il “merito” della posizione di Rosenberg, prima che di Corbellini, sta nell’aver sottolineato il rapporto possibile tra teoria della mente e comprensione storica (11). Infatti, sia il tentativo da parte dello storico di interpretare le fonti, sia la fonte in quanto prodotto di una intenzionalità, sono inevitabilmente non neutrali. Lo storico si muove all’interno di un orizzonte interpretante e non può dunque fare a meno di un atteggiamento intenzionale. Al contempo la fonte – qualsiasi genere di documento – presuppone un’intenzionalità operante che ne costituisca la genesi. O almeno, affinché la fonte possa manifestare una sua significatività, lo storico deve presupporre che essa presupponga una qualche intenzionalità. 

Chiariamo meglio il punto. Ogni fonte, sia essa un atto notarile, una lettera, un edificio, un monumento, non ha di per sé il carattere della testimonianza, ma lo assume nel momento in cui lo storico legge tale fonte come il prodotto di una o più menti che agiscono intenzionalmente, ossia sulla base della teoria della mente. Ad esempio, un elenco di coloro i quali venivano considerati cittadini all’interno di una qualsiasi polis greca ci potrebbe dire molto su chi fosse considerato tale: rimarrebbero fuori abitanti come meteci, schiavi e in alcuni casi addirittura le donne. Leggere tale dato senza interpretarlo porterebbe al paradosso di concepire la polis come una comunità formata interamente da cittadini in pieno possesso di diritti, ovvero uomini adulti liberi e oriundi. Ciò mostra che la statistica, che nella tesi di Corbellini è un assoluto modello di oggettività e scientificità, risulta una pseudoscienza se pretende di restituire immediatamente la realtà dei fatti: il dato bruto, senza un’esplicazione interpretativa da parte dello storico, rischia di essere fuorviante.

Occorre dunque dare il giusto spazio all’intelaiatura teorica della theory of mind, sottolineando come l’epistemologo tenda a restringerne il campo. Corbellini ne propone una visione demonizzata, ponendo l’accento sulle possibilità di fraintendimento che essa può provocare. Ma ciò che egli non mostra è che questa possibilità ha come suo presupposto il fraintendere come modalità del comprendere: non si dà fraintendimento senza la possibilità della comprensione (12). Troviamo già in On denoting di Russell (1905) una formulazione ante litteram della teoria della mente in cui il filosofo riconosce la possibilità di avere accesso ai “pensieri degli altri” pur non avendone “percezione diretta” (13). La vera e propria formulazione della teoria della mente risale ad un articolo del 1973 a cura di Premack e Woodruff (14). Secondo i due studiosi “un individuo ha una teoria della mente se attribuisce stati mentali a se stesso o ad altri” (15). La ricerca, finalizzata a stabilire se si possa attribuire agli scimpanzé una teoria della mente, ci offre un interessante spunto: “nell’assumere che gli altri individui vogliono, pensano, credono, e simili, si inferiscono stati che non sono direttamente osservabili, e si utilizzano tali stati in maniera anticipatoria, per prevedere il comportamento degli altri, così come il nostro. Queste inferenze, che sono dovute ad una teoria della mente, sono, a nostra conoscenza, universali negli adulti umani” (16). Dunque, secondo i due studiosi, la teoria della mente è la disposizione naturale universale con cui possiamo interagire con gli altri comprendendoci. Premack e Woodruff ipotizzano che a livello ontogenetico questa capacità di attribuzione di stati mentali si sviluppi dapprima dall’osservazione del comportamento altrui e che solo successivamente passi al livello dell’introspezione (17). 

Tra i numerosi studi dedicati alla teoria della mente (18) ci si può limitare a citare un articolo del 2002 in cui Sperber e Wilson individuano, all’interno di una prospettiva generale della teoria della mente, un sottomodulo specificamente dedicato alla comprensione linguistica, sia essa scritta o orale (19). Da questo punto di vista la possibilità della comunicazione intraspecifica umana, pur essendo irriducibile in toto alla teoria della mente è da essa condizionata. Da ciò possiamo dedurre che la teoria della mente, se correttamente intesa, è alla base della nostra possibilità di comprenderci, sia nel linguaggio scritto che in quello orale Lo stesso Corbellini non avrebbe potuto scrivere l’articolo senza presupporre che i suoi lettori siano soggetti intenzionali dotati di capacità di comprensione ossia senza quella stessa “teoria della mente” senza la quale nessuna presunta provocazione può avere speranza di funzionare.

Marco Antonio Pignatone – Federico Di Blasio


1 Cfr. https://www.repubblica.it/robinson/2019/04/25/news/la_storia_e_un_bene_comune_salviamola-224857998/

2 Ibidem. Cfr. anche https://www.repubblica.it/robinson/2019/04/27/news/_non_cancellerete_lo_studio_della_storia_-224955792/ e https://www.repubblica.it/robinson/2019/04/30/news/storia_bene_comune_ecco_l_italia_che_non_vuole_perdere_la_memoria-225203269/

3 Cfr. https://www.repubblica.it/robinson/2019/04/27/news/pioggia_di_adesioni_all_appello_per_la_storia-224955316/. Cfr. anche https://www.repubblica.it/robinson/2019/05/03/news/1000_la_storia_non_si_cancella_le_firme_hanno_superato_il_migliaio-225423109/, https://www.repubblica.it/robinson/2019/05/06/news/diventare_cittadini-225546889/  e https://www.repubblica.it/robinson/2019/05/14/news/appello_per_la_storia_le_firme_dei_lettori_7-226277314/.  

4 Cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2019-05-14/questa-storia-e-davvero-molto-falsa–085915.shtml?uuid=ABAXajuB.  

5 Cfr. https://www.alfabeta2.it/2019/05/26/al-cnr-la-storia-e-una-scienza-una-risposta-allintervento-di-gilberto-corbellini/

6 Cfr. http://www.ow9.rassegnestampa.it/SistemaUniversitarioPisanoRassegnaStampa/PDF/2019/2019-05-26/2019052642252271.pdf?fbclid=IwAR1WlutcMS42-9V1sLzWdfaMEyjz4UsXQtdsVQzn8WVVPFn4xjW1MkDpMEQ.

7 Cfr. http://lanostrastoria.corriere.it/2019/05/28/le-corbellerie-sulla-storia-dello-scienziato-corbellini-2/.

8  Cfr. E. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino 2000, p. 29.

9 F. Hölderlin, Le liriche a cura di E. Mandruzzato, Adelphi, Milano 1977, p. 667: “Dove però è il rischio/ anche ciò che salva cresce”.

10 Cfr. H.-I. Marrou, La conoscenza storica, Il Mulino, Torino 1988, pp. 203- 287.

11  Cfr. A. Rosenberg, How History gets Things Wrong. The Neurosciences of our Addiction to Stories, MIT Press, Cambridge, Massachussets 2018, pp. 31-140.

12 Cfr. M. Heidegger, Essere e Tempo, Longanesi, Milano 2015, pp. 176-189.

13 Cfr. B. Russell, Sulla denotazione, in A. Pasquinelli (a cura di), Il Neoempirismo, Utet, Torino 1969, p. 98.

14  Cfr. D. Premack, G. Woodruff, Does the chimpanzee have a theory of mind?, The Behavioral and Brain Sciences (1978), 4, 515-526.

15 Ivi, p. 515, traduzione nostra.

16 Ivi, p. 525, traduzione nostra.

17 Ivi, p. 524.

18  Cfr. ad esempio D. Dennett, L’atteggiamento intenzionale, MIT Press, Cambridge, Massachussets 1987, pp. 38-42, L. Camaioni (a cura di), La teoria della mente. Origini, sviluppo e patologia, Laterza, Roma-Bari 1995, S. Nannini, L’anima e il corpo. Un’introduzione storica alla filosofia della mente, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 168-170, G. Attilli, L’evoluzione della Teoria della Mente, Rivista internazionale di Filosofia e Psicologia (2015) 6 (2), pp. 22-2 237, P. Perconti, Filosofia della mente, Il Mulino 2017, pp. 14 e 29.

19 Cfr. D. Sperber, D. Wilson, Pragmatics, Modularity and Mind-Reading, Mind & Language (2002) 17.1, pp. 3-23, specificamente 11-12.

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