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“Gloria della Madonna del Fervore, con la Trinità e Santi gesuitici in adorazione” di Domenico La Bruna (1699-1763).

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Breve studio storico e iconografico a cura di Antonino Lo Nardo

«La Congregazione mariana (CM) è definita come un’associazione dedita a fomentare nei suoi membri l’amore filiale per la Madonna e, sotto il suo patrocinio, a vivere una vita integralmente cattolica». Siamo davanti alla prima associazione religiosa i cui membri sono in maggioranza laici, inclusi i dirigenti.

Lo storico P. Alessio Narbone scrive che «sia detto a vanto della nostra Provincia: le mariane congreghe […] da questa ripetono la loro prima origine: così ne fan fede le nostre storie. Sebastiano Cabarrasio ne fu il primo istitutore nel Collegio di Siracusa fin dal 1560».

Le Congregazioni aumentarono col passare del tempo, il canonico Antonino Mongitore (1663-1743) – nella sua opera del 1719 – ne censisce dodici nella Casa Professa, dieci nel Collegio e una nel Noviziato. La Congregazione della Madonna del Fervore (quella che ci interessa) fu fondata il 17 aprile 1628 da venti fondatori di cui si conoscono i nomi.

L’oratorio di questa Congregazione era la sala cosiddetta “San Luigi” dove attualmente è allocata la sala manoscritti (o Fondi antichi) della Biblioteca Centrale della Regione siciliana, la cui volta conserva un affresco raffigurante la Gloria della Madonna del Fervore con la Trinità e Santi gesuitici in adorazione.

L’opera, poco nota, non porta alcuna indicazione né di data né di firma da parte dell’artista autore della stessa. Per la sua attribuzione al pittore trapanese Domenico La Bruna non possiamo, perciò, che fare affidamento sulla competenza e professionalità del prof. Vincenzo Scuderi il quale, su questo dipinto, ha elaborato una scheda alla quale rimandiamo.

Per il nostro breve studio storico-iconografico dell’opera faremo tesoro delle indicazioni del prof. Scuderi per cui esporremo i nostri commenti relativi ai singoli “blocchi trasversali di figure”.

Nel primo “blocco di figure” (partendo dall’alto) è rappresentata la SS. Trinità nei suoi tre componenti: Spirito Santo; Dio Padre e Gesù Figlio.

Il simbolo della colomba per indicare lo Spirito Santo è tradizionale nell’iconografia cristiana. Innumerevoli sono gli artisti che nelle loro opere hanno utilizzato la colomba come simbolo dello Spirito Santo. Su un piano leggermente più in basso dello Spirito Santo (colomba) (e a destra di chi guarda) troviamo la figura di Dio Padre (Onnipotente ed Eterno). Questa figura è stata interpretata in vario modo nella tradizione pittorica occidentale, inserita in vari modelli iconografici. Qui La Bruna fa ricorso ad un modello classico che vede Dio raffigurato come un vecchio profeta con una lunga barba fluente, braccio destro disteso all’indirizzo del Figlio con sguardo benevolo. Siede su un trono di nuvole, vestito con un manto rosa-glicine ed è assistito da angeli. Questa figura di Dio come vecchio patriarca è diffusissima.

Alla destra di Dio Padre troviamo, su un piano leggermente più basso, Gesù Figlio (il Cristo). La Bruna segue l’iconografia classica, affermatasi fin da tempi antichissimi, di un Gesù adulto raffigurato con i capelli lunghi e la barba.

È raffigurato seduto su un trono di nuvole assistito da angeli; avvolto in una specie di sudario (lenzuolo?) color rosa che lascia scoperta la parte superiore del torace rendendo visibile la piaga del costato. Il braccio sinistro è disteso all’indirizzo del Padre, mentre con il braccio destro abbraccia la Croce. Sia il Padre (nella mano destra) sia il Figlio (nella mano sinistra) reggono delle fiamme segno inequivocabile del “fervore”.

Al secondo “blocco di figure” appartiene «soltanto» la Madonna (la Vergine).

A Lei è dedicato l’affresco e, perciò, La Bruna Le ha assegnato un “posto” preminente. Sta assisa su un grande trono di nuvole circondata da angeli e angioletti con un manto “azzurro stinto” che le copre anche la testa. Ha occhi chiusi (o socchiusi), braccia aperte e palmo delle mani all’insù su cui si notano le stesse fiamme che stanno nelle mani di Dio Padre e Gesù Figlio. Sul costato, lasciato scoperto dal manto si intravede una fiamma ancora più grande. Questa, sappiamo, è la classica rappresentazione della Madonna del Fervore nella iconografia cristiana.

Il terzo è certamente il “blocco” più numeroso nel quale trovano spazio ben cinque figure.

La figura che si eleva al disopra delle altre, certamente riconoscibile, è quella di Sant’Ignazio di Loyola. Figura inconfondibile, qui formalmente vestito da sacerdote con la tunica e la pianeta color “oro rabescato”. Contrariamente ad altre rappresentazioni, Ignazio non ha nella mano sinistra una copia delle Costituzioni della Compagnia ma la stessa fiamma, simbolo del fervore, che hanno le altre figure dell’affresco.

Assiso ai piedi di Ignazio troviamo un angelo che con l’indice della mano destra indica un cartiglio nel quale si può leggere “Regulæ B.V. A Fervore”.

All’estrema destra (di chi guarda) del gruppo troviamo un altro santo gesuita facilmente riconoscibile: S. Francesco Saverio. Il Santo, protettore delle Missioni e canonizzato – lo stesso giorno di Ignazio – il 12 marzo 1622 è qui rappresentato in atteggiamento estatico e porta entrambe le mani al petto dove, da una apertura della cotta si intravede un cuore sovrastato da una fiamma. Indossa una cotta bianca (sopra la veste nera tipica gesuitica) e una stola dorata, simbolo dell’autorità sacerdotale. Tra Ignazio e Francesco Saverio, il La Bruna inserisce la figura di un ecclesiastico.

Abbiamo motivo di credere, per le ragioni che spiegheremo, che si tratta di Papa Gregorio I. Vediamo da vicino questo personaggio indicando le ragioni che ci portano a spiegare la sua “presenza” in questo contesto.

Papa Gregorio I, detto papa Gregorio Magno ovvero il Grande (Roma, 540 circa – Roma, 12 marzo 604), è stato il 64º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, dal 3 settembre 590 fino alla sua morte. La Chiesa cattolica lo venera come santo e dottore della Chiesa. Anche se la sua memoria si celebra il 3 settembre, giorno della sua ordinazione, Papa Gregorio è riportato, nel Martirologio Romano, sotto la detta della morte (12 marzo). Questa data ci offre il primo elemento storico di contatto tra papa Gregorio e i due personaggi più rilevanti di questo gruppo di figure: Ignazio e Francesco Saverio. Ricordiamo, infatti, che proprio il 12 marzo (del 1622) furono canonizzati da un altro Papa Gregorio (XV).

Abbastanza noto è il fatto che Ad maiorem Dei gloriam di Dio» sia il motto della Compagnia di Gesù. È  una frase latina, il cui significato letterale è: «Per la maggior gloria di Dio». Meno noto, certamente, è il fatto che questa frase si trova, per la prima volta, in uno scritto – proprio – di S. Gregorio Magno. La frase viene ripresa abbondantemente in tutti gli scritto ignaziani. Nelle sole “Costituzioni della Compagnia di Gesù” l’espressione compare poco meno di cinquanta volte che diventano circa 170 se si considerano anche le espressioni similari. Come motto della Compagnia comparve completo per la prima volta (e non abbreviato in A.M.D.G.) nel 1606.

Nell’arte citiamo il famoso dipinto del 1625 circa, “I Santi Gregorio Magno, Ignazio e Francesco Saverio” del Guercino alla National Gallery di Londra, anche se il la Bruna raffigura un San Gregorio Magno un po’ più avanti negli anni per conferirgli una maggiore autorevolezza.

Infine, in fondo a sinistra (sempre di chi guarda) troviamo la figura di un “giovane santo gesuita”. Che sia giovane lo vediamo dai tratti del viso (con le guance quasi imberbi); che sia santo lo immaginiamo trovandolo accostato ad altri santi; che sia gesuita lo comprendiamo dalla “veste nera”, tipica dell’Ordine. La nostra idea è che La Bruna abbia rappresentato una figura simbolo per riferirsi ai due santi “giovani” della Compagnia di Gesù: Stanislao Kostka (1550-1568) e Luigi Gonzaga (1568-1591).

Dopo aver reso omaggio ai due più grandi santi gesuiti (Ignazio e Francesco Saverio), La Bruna, per un’opera destinata ad un ambiente frequentato prevalentemente da giovani, vuole offrire a questi ultimi un esempio di santità più vicina alla loro età. “Unifica” (a livello artistico) le figure di Stanislao e Luigi in una sola per rendere così omaggio a quei santi, dati da Dio alla Chiesa. Vite di giovani da indicare quale fulgido esempio da imitare ad altri giovani i quali, come componenti della Congregazione della Madonna del Fervore, cercavano in  tutte le attività la gloria di Dio e la salvezza dell’anima. Vite piene di virtù prontamente riconosciute dalla Chiesa; ricordiamo, per inciso, che Stanislao e Luigi furono i primi due membri della Compagnia ad essere beatificati: Stanislao il 18 febbraio 1604 e Luigi il 19 ottobre 1605.

Ben nota e diffusa, grazie ai loro biografi e agiografi, è la devozione dei due giovani alla Madonna tanto che non è il caso di dilungarci, qui, su questo punto. Un’altra circostanza a supporto della nostra tesi è la data relativa alla canonizzazione congiunta dei due da parte di Papa Benedetto XIII: 31 dicembre 1726! E questa data si colloca quasi al centro del periodo (1720-1730) indicato dal prof. Scuderi come data dell’opera.

Nel quarto blocco (come nel secondo) compare una sola figura: un grande Angelo.

Ha le ali color grigio perla e un  mantello colore amaranto e la sua rappresentazione non ci lascia alcun dubbio sulla sua identità: si tratta di San Michele Arcangelo. La figura è qui rappresentata nella sua iconografia classica seduto su un trono di nuvole: ha le ali aperte ed è vestito da antico guerriero romano, con un ricco elmo piumato, corazza finemente lavorata, corta tunica, corto gonnellino ed alti calzari. L’altro elemento altamente rappresentativo di questo Angelo è sempre la spada; qui La Bruna sostituisce quest’arma con la fiamma del fervore divino rappresentata nella mano sinistra di San Michele.

Sulla storia della statua rimandiamo all’articolo “Un San Michele Arcangelo errante”, di Giuseppe Scuderi su questo sito (giugno 2017).

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