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Gea Palumbo, Centane. Dove si narrano i casi di Maria, delle sue figlie, dei loro discendi e collaterali vissuti tra Procida, Napoli e dintorni

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Gea Palumbo, Centane. Dove si narrano i casi di Maria, delle sue figlie, dei loro discendi e collaterali vissuti tra Procida, Napoli e dintorni, ed. Aracne, Roma 2018, pp. 247, euro 14,00

Quando ho iniziato a leggere il libro Centane, di Gea Palumbo, ho provato la delicata sensazione di essere presa per mano e condotta. Ci sono libri che non ti chiedono il permesso, che ti catapultano improvvisamente in mondi e realtà che senti inevitabilmente troppo distanti da te, mentre Centane ha saputo accompagnarmi lievemente indietro nel tempo, in un passato che tantissime volte ho provato ad immaginare e dal quale mi sento profondamente affascinata da quando risiedo a Procida. L’entrare in punta di piedi nell’anima del lettore è una dote letteraria formidabile. Mi sono sentita sulla soglia di un accesso spazio temporale dove Gea molto sapientemente mi accoglieva, indicandomi un tempo ed un luogo solo apparentemente perduti ma che, oltre quella porta, io potevo vedere più vivi che mai.

E poi ho varcato il passaggio. Mi sono ritrovata nella metà dell’Ottocento, nell’isola più bella e meno nota del Golfo di Napoli, l’isola di Procida. È questa una Procida profumata di antico, in bianco e nero, dove si avvicendano e si intrecciano storie di vita vissuta. Emergendo dalle pagine di questo libro si conoscono nel loro umile e semplice vivere quotidiano coloro che, come poi scopriamo, andranno a comporre un albero genealogico talmente forte e vigoroso da sfiorare quasi il cielo: i personaggi che ritroviamo appartengono a ben cinque generazioni di persone, uomini e donne, ma soprattutto donne che sono vissute nell’isola, o che dall’isola si sono poi allontanate ma senza mai smarrirne il ricordo.

La cura per i dettagli, a mio parere, regala percezione di familiarità. Anche un piccolo particolare diventa parte integrante di un insieme di descrizioni che sanno far sentire la lettrice o il lettore immedesimato e partecipe. I personaggi narrati da Gea diventano come amici, ci si affeziona alle loro storie, ci si arrabbia quando capita loro una sventura o ci si emoziona quando c’è un lieto evento, oppure, col fiato sospeso, si aspetta di sapere come andrà a finire.

Gea è stata con me per tutto il tempo della mia lettura. Mi sembrava quasi di non sentirmi mai sola. Il tono della sua voce, le sue parole calme e stracolme di sapienza, risuonavano in me pagina dopo pagina. Ho camminato tanto attraverso gli anni, attraverso vite che si univano e vite che si dividevano, attraverso la riscoperta di valori che credevo dimenticati per sempre, attraverso emozioni contrastanti che si presentavano di volta in volta, sempre più coinvolgenti e avvincenti. Ho camminato tanto senza essere mai stanca. Ho visto Procida con occhi diversi. E, particolare importante, ho conosciuto attraverso questo libro, non solo Procida, ma anche Monte di Procida, anche Napoli, anche Gaeta e Roma. Ho conosciuto prospettive che non mi erano mai appartenute e che mi hanno fatto riflettere, pensare, su quanto l’evoluzione corroda spesso e volentieri la bellezza delle cose che forse andrebbero lasciate proprio lì dove sono, incastrate nel passato come gemme preziose che brillano. E ho riflettuto su quanto sia bello, di tanto in tanto, concedersi un momento per fermarsi a ricordare, lasciarsi trasportare dai ricordi senza timore di dove essi ci possano condurre, perché hanno sempre qualcosa da insegnarci o un tesoro prezioso da svelarci o un mistero da tramandarci.

Il titolo del libro Centane si riferisce ad un quartiere di Procida, un posto periferico, immerso nella campagna, un piccolissimo mondo nell’isola, ove anticamente regnavano la tranquillità e la lentezza, al punto che i minuti sembravano ore, i giorni sembravano mesi e un anno pareva un secolo o meglio dire ” cent’anni ” …. (Centane). E tutto comincia da un ritorno a Procida, il ritorno di Gaia che sente forte il bisogno di ritrovare i luoghi della sua infanzia e della sua memoria ma, sorprendentemente, si trova di fronte ad una realtà totalmente diversa, mutata con lo scorrere del tempo, che a tutta prima sembra non appartenerle più. Ed è proprio il tentativo di riappropriarsi della miriade di tasselli che solo se perfettamente incastrati tra loro compongono il grande mosaico dell’esistenza, che fa comprendere a Gaia che il passato ”proprio perché non poteva più assumere la rassicurante, tranquilla bellezza di un nostalgico ricordo, esigeva di essere cercato, ricostruito, tradotto in parole ordinate nel tempo” (p. 17).

Conoscevo altri scritti di Gea, ma ora, per la prima volta, ho potuto scorgere tra le sue parole, non solo notizie storiche, interpretazioni originali, documenti nuovi, ma anche sentimenti e passioni paradossalmente più veri di quelli “storicamente documentati” degli altri suoi libri.

 Gea, accettando di farsi trascinare dal “panta rei” che tutto trasforma, giunge all’origine, all’alba di tutti i ricordi, quando da Pasquale e Mariantonia, nacque Maria. E così il libro descrive una realtà difficile per le donne di quel periodo, educate a sposarsi molto presto, a volte senza nemmeno rendersene conto (p. pp. 29-30). Una realtà di sacrifici senza fine, di vite spese a dedicarsi ai propri uomini e ai propri figli, nel silenzio della propria anima rassegnata a restare in disparte.

Poi, lentamente, man mano che il racconto prosegue attraverso l’instancabile crescendo temporale, si avverte chiaramente la sensazione che le generazioni femminili successive acquistano spessore e consapevolezza, prendono decisioni, percorsi e destinazioni, fiere di una forza inarrestabile che solo l’imprevedibile destino ha deciso di svelare ad esse che, dapprima docilmente inconsapevoli, si sono poi ritrovate a sfidare ostacoli e difficoltà e raggiungere grandi obbiettivi che sarebbero parsi, all’antenata Maria, delle assurde e ingannevoli utopie.

Quando ho terminato di leggere Centane ho sorriso dolcemente al tempo che scorre inesorabile e ho accolto la consapevolezza che in tutto ciò che siamo e saremo ci sarà sempre la preziosa traccia del passato, e che in tutto ciò che un tempo era, la scintilla del futuro già poteva intravedersi. Come, nel racconto di Gea, tutti i ricordi diventano scrittura insieme al movimento delle onde marine che la protagonista osserva dalla nave nel suo viaggio da Procida a Napoli (pp. 227-228 ). Certamente tante albe sono giunte a rischiarare l’oscurità e tante, forse troppe cose, sono cambiate nello scorrere delle generazioni di cui il libro ci parla. Non solo a Procida ma in tutti i luoghi in cui la grande famiglia di Gaia ha vissuto. Ed è soprattutto per questo che il libro è, per chi lo legge, un prezioso aiuto per non perdere la consapevolezza del tempo che è passato trasformando, oltre le cose, anche e soprattutto le persone.

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