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Editoriale – Eugenio Scalfari e lo sviluppo del Mezzogiorno

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Anche un grande giornalista come Eugenio Scalfari, prestigiosa firma e tra i più influenti opinionisti italiani, può incorrere in macroscopici errori di prospettiva storica e lasciarsi condizionare da stereotipi e luoghi comuni, utilizzati dalla più becera propaganda antiunitaria. In un’intervista a Repubblica TV, a cura di Antonio Gnoli, Scalfari sostiene, senza mezzi termini e senza alcun distinguo, che l’unificazione della penisola fu in realtà una occupazione piemontese. Risuona l’eco di una lunga tradizione che, dalla pubblicistica borbonica di personaggi come Giacinto De Sivo e Pietro Calà Ulloa, arriva fino ai nostri giorni: senza che il neoborbonismo attuale, ben s’intende, possegga lo spessore culturale ed etico-politico, per così dire, dei suoi illustri progenitori. Anche il fondatore del giornale La Repubblica si allinea così alle posizioni dei sostenitori del Mezzogiorno colonizzato dai Savoia, delle magnifiche sorti e progressive del Regno napoletano bloccato nel suo sviluppo dalla conquista piemontese, dell’ideologia dei primati borbonici.

E Scalfari continua: Se l’unità l’avesse fatta il Regno di Napoli, che era molto più ricco e potente, sarebbe andata diversamente. La mentalità savoiarda non era italiana. Cavour parlava francese. E gli italiani hanno detestato quel nuovo Stato.

Che dire? La counterfactual history, la storia con i se e con i ma, andava di moda qualche decennio fa. Venne, come tutte le mode, dagli Stati Uniti e dalla corrente della New Economic History. Poi svanì, lasciando poche orme. Il nostro provincialismo sembra aver contagiato anche un intellettuale raffinato come Scalfari, che simula un processo di unificazione promosso dal ben più ricco e potente Regno di Napoli e attribuisce l’origine di tutti i mali e, in particolare, dello scarso senso istituzionale degli italiani all’imposizione forzata della mentalità savoiarda sul nostro popolo.

La fatica di tanta seria e accreditata storiografia, che si è sforzata di dimostrare che il Mezzogiorno non era così sviluppato e potente nel 1860 e che i primati borbonici erano solo un mito, viene così frustrata in una breve battuta: essa porta acqua al mulino del senso comune neoborbonico. Insomma Eugenio Scalfari come Pino Aprile! Il capolavoro di Cavour, che fece di un piccolo Stato e di un insieme di piccoli Stati una realtà politica unitaria capace di entrare a pieno titolo in Europa, è svuotato del suo significato. L’unità della penisola, certo costosa per i prezzi che dovè pagare l’intero paese e soprattutto il Mezzogiorno, ma inevitabile e necessaria per i tanti patrioti anche meridionali che la promossero, viene svuotata di senso.

Su una sola cosa si può dare ragione a Scalfari: sul fatto che tanti liberali meridionali coltivarono il sogno della doppia patria e sperarono, per lo meno fino al 1848, che dalla plurisecolare nazione-Regnum napoletana potesse partire la spinta per la costruzione unitaria italiana. Un’aspirazione legittima perchè quella realtà politica aveva una storia di lunga durata: dal 1130. Ma, come ben si sa, le cose non andarono così. E bisogna pur farsene una ragione. Per chi volesse saperne di più, suggerisco la lettura del mio Mito e realtà della nazione napoletana (Guida 2016).

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Aurelio Musi
Professore ordinario di Storia Moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Salerno. Membro del direttivo della Società Salernitana di Storia Patria. Giornalista pubblicista. Collaboratore del quotidiano "La Repubblica". Ha svolto ricerche sulla storia delle istituzioni europee nell'età moderna, sul Mezzogiorno spagnolo, su problemi di metodologia e storia della storiografia. Ha fatto parte di organismi di ricerca internazionale (ESF, GISEM, ecc.)