Home Attualità Descrivere la modernità: a proposito di “public history”*

Descrivere la modernità: a proposito di “public history”*

692

Inizia un ciclo d’interventi del nostro direttore scientifico Aurelio Musi. Si tratta del testo delle lezioni svolte al Master in Public History presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università Statale di Milano l’8 e il 9 febbraio 2018. Tenendo fede alla mission che l’intera redazione de L’Identità di Clio si è posta, vi proponiamo dall’autorevole voce di Aurelio Musi queste riflessioni, nella speranza che possano essere l’occasione per l’apertura di un dibattito sulla Storia, sulla sua utilità e sul concetto di Public History.(n.d.r.)

Vorrei articolare queste mie lezioni in quattro parti:

  • analisi del concetto di “descrivere”;
  • analisi del concetto di “modernità” come tempo storico, struttura e sistema di valori, fondamento della didattica e della comunicazione della Storia Moderna;
  • racconto della mia esperienza giornalistica come editorialista delle pagine napoletane de “La Repubblica” e della pratica di “public history” in alcuni miei articoli;
  • descrizione del blog lidentitadiclio.com del quale sono direttore scientifico, esempio concreto di pratica della Public History.
  1. Descrivere

 Il termine “descrivere”, come si evince dalla consultazione di qualsiasi dizionario della lingua italiana, contiene due profili semantici fra loro correlati. Il primo è quello di rappresentare con parole, spiegare, tracciare e segnare seguendo una linea determinata. Il secondo è quello di raccontare. I significati scritti in corsivo sono quelli che maggiormente interessano la forma della conoscenza storica e il suo processo descrittivo. Tracciare e raccontare sono esattamente i due livelli, fra di loro strettamente intrecciati, del descrivere la modernità.

 Nella conoscenza storica soggettività e oggettività, narrazione e realtà sono fra loro legate in un rapporto complesso. Tracciare e spiegare storicamente significa ricostruire e interpretare sulla base di fonti, documenti, limiti invalicabili della conoscenza storica. [1]  E’ opportuno riflettere meglio sulla questione della traccia. Il documento come traccia è il segno di uno o più fatti. La traccia, cioè, in questo caso è una mediazione tra il fatto e la sua rappresentazione storica che ne limita fortemente il tasso di arbitrarietà.

  Molteplici possono essere i significati del termine traccia. Essa può essere un’impronta lineare lasciata sul terreno, uno schema, un indizio, un segno che testimonia di un fatto. La traccia in storia non può essere mai un’impronta lineare, perché non lineare, ma segmentato, tortuoso, molteplice è il tempo storico. Deve essere dunque necessariamente assunta come un segno, un indizio. Segni e indizi devono essere collegati tra di loro non per costruire intrecci o per il puro gusto di tessere una tela: gli intrecci e la tela devono sempre e comunque rappresentare realtà innegabili. Solo così la storia si legittima come forma di conoscenza.

  L’interpretazione della conoscenza storica come scrittura e genere letterario è stata proposta da Hayden White.[2] Distingue tra gli eventi, cioè gli accadimenti, e i fatti, cioè la loro descrizione linguistica. La storia, considerata come sistema di segni, costituisce la mediazione tra gli eventi descritti nella narrazione e il tipo di storia o mito che lo storico ha scelto come icona della struttura degli eventi. La narrazione non è l’icona: la sua funzione è descrivere eventi contenuti nelle fonti in modo tale sia da informare il lettore su quello che deve essere recepito come icona degli eventi sia da renderglieli familiari. Insomma per White gli eventi diventano strutture di intreccio e complessi di relazioni solo entro la narrazione storica. Storia-scrittura, dunque: la coerenza formale è il parametro del discorso storico e essa stessa principio di realtà. Ma White si spinge oltre. Egli scrive che l’oggetto della storia è la conoscenza del reale attraverso la conoscenza delle differenze o delle somiglianze con l’immaginabile: le radici della storia possono persino situarsi nell’immaginazione letteraria.

  Propongo alcuni elementi di discussione delle tesi di White. Egli ha ragione quando sostiene che i fatti non esauriscono i significati degli eventi. Ma essi ne costituiscono comunque la base. Nella prospettiva di White non è difficile giungere alla loro stessa negazione. La coerenza formale diventa  parametro del discorso storico e principio di realtà. E’ pericoloso anche il circolo, postulato da White, tra ordine narrativo, ordine storico, ordine morale. La storia come scrittura e il discorso storico come pura interpretazione saltano il momento della descrizione e della spiegazione.

  Lo storico descrive, racconta seguendo la linea indicata dalle fonti-tracce. Il rapporto fra soggetto e oggetto, fra lo storico e la realtà, rappresentata dalle fonti, è complesso e soggetto a pericolose oscillazioni del pendolo fra la visione deterministica, ingenuamente positivistica, della mitologia della fonte in grado di dire tutto, di rispecchiare integralmente i fatti storici, e la visione della storia come costruzione retorica, struttura narrativa e arbitraria, che non riesce a distinguersi dalla fiction. Lo storico non può certo attingere la verità assoluta dei fatti, ma può e deve osservare un insieme di regole che configurano i diversi stadi (logici e non certo cronologici) dell’operazione storica, dall’analisi critica delle fonti. alla loro correlazione e comparazione,  alla conoscenza e discussione della storiografia sul tema, al rapporto fra ricostruzione e interpretazione.

 Su questa base la “public history” si può configurare come un ampliamento del concetto di rappresentare e spiegare. Ampliamento nella direzione dell’identificazione e della pratica di più efficaci strumenti di comunicazione della storia, come è stato osservato, con e per il pubblico: uso di tecniche e metodi più diffusi e capillari come il digitale, rete e media; apertura di nuovi cantieri di ricerca come i “Memory Studies” e la storia orale, tesi ad estendere il repertorio stesso delle fonti e dei documenti; scelta di una prospettiva che, partendo dal livello locale e particolare, possa incrociare il profilo generale e globale dei problemi, realizzando quella che è stata definita una prospettiva glocal; possibilità di favorire, attraverso la diffusione e la pratica della “Public History”, nuovi sbocchi professionali[3].

  Il carattere strumentale della “Public History”, dunque, finalizzato ad una più penetrante e diffusa descrizione e narrazione della storia e ad esaltare il ruolo pubblico dello storico, non implica assolutamente, come pure da qualche parte si è sostenuto[4], la radicale critica e revisione dei fondamenti teorici ed epistemologici della ricerca storica. Così, per esempio, integrare fonti, forme e metodi della storia orale nella “Public History” non può significare la contrapposizione fra la grande “storia del Principe” e l’attenzione per le minoranze, le realtà marginali, fra la “storia dall’alto” e la storia “dal basso”, in un sistema gerarchico di valori che vede la prima delegittimata e la seconda assurgere al ruolo di protagonista dello studio e della rappresentazione del passato. Non esiste “l’alto” e “il basso” nella ricerca storica: esistono reti, intrecci, connessioni complesse che spetta allo storico e al “pubblico della storia” o alla “storia in pubblico” identificare e ricostruire….. (CONTINUA)

*Testo delle lezioni svolte al Master in Public History presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università Statale di Milano l’8 e il 9 febbraio 2018. Dedico questo piccolo scritto alla memoria del mio grande amico e maestro Giuseppe Galasso.

[1]Rinvio per un approfondimento di quanto segue ai miei libri, Memoria, cervello e storia, Palermo 2017 e Freud e la storia, Soveria Mannelli 2015.

[2]Cfr. G.GALASSO, Storiografia e storici europei del Novecento, Roma ; H.WHITE, Forme di storia. Dalla realtà alla narrazione, a cura di E.Tortarolo, Roma 2006.

[3]Numerose interviste a Serge Noiret,  presidente dell’International Federation for Public History”, pubblicate on line e su facebook,  insistono su questi caratteri. Si veda pure B.TOBAGI, Facciamo la storia pensando al pubblico, “La Repubblica”, 12 novembre 2017.

[4]Si veda, ad esempio, B.TOBAGI, art. cit.

Lascia un commento