Dalle “ragioni dei vinti” al “politicamente corretto

Circa la storia della colonizzazione europea del “Nuovo Mondo”, scrive Aurelio Musi in “Le vie della modernità” (Sansoni, 2000): «Bisogna evitare due approcci entrambi inadeguati: quello di stampo coloniale che vuole celebrare i fasti delle potenze europee civilizzate sui «selvaggi» e su popoli cosiddetti «senza storia» e quello che vuole dare spazio solo ai «vinti» e condanna senza appello lo sterminio, il genocidio compiuto dai conquistatori».

L’oscillazione del “pendolo della storiografia” sull’argomento sembrava, ad inizio secolo, essersi attestato su un “asse medio” che teneva conto delle “ragioni dei vinti”, senza perciò stesso “demonizzare” le imprese dei conquistatori.

Lo “stato dell’arte”, però, era destinato ad essere sconvolto da un’ideologia prepotente: quella del “politicamente corretto”.

L’ideologia è figlia di una concezione lineare della storia «… per cui la civiltà umana non soltanto tenderebbe a perfezionare sé stessa, a evolversi, ma che questa marcia verso la perfezione debba essere guidata attraverso un percorso politico, secondo un programma ideato e gestito dalla politica, coadiuvata da un ceto intellettuale ad essa «organico», come nota Eugenio Capozzi (“Politicamente corretto”, Marsilio, 2018).

E uno degli aspetti precipui del “politicamente corretto” è la colpevolizzazione dell’«Occidente», intendendo per tale la civiltà europea sviluppatasi negli ultimi 500 anni, con un’operazione prettamente ideologica, che individua nell’«Occidente» l’origine di tutti i mali, tanto da far coniare a Roger Scruton (“Manifesto dei Conservatori”, Cortina 2007) il neologismo di etimo greco “oicofobia”, per riferirsi a ideologie che ripudiano la propria cultura e lodano quelle altrui.

Logicamente, il bersaglio principale dello “storicamente corretto” è il passato coloniale dell’Europa, quel passato che ha reso il vecchio continente protagonista assoluto della storia dalla scoperta dell’America fino alla Seconda guerra mondiale.

Il fenomeno più eclatante di questa furia oicofobica è la recente sollevazione che, scatenata dall’uccisione di un afroamericano da parte della polizia di Minneapolis, ha travolto anche quelli che sono stati considerati simboli del colonialismo e del razzismo a questo sotteso. Prese di mira le statue di Cristoforo Colombo, di Winston Churchill, di Indro Montanelli, di Thomas Woodrow Wilson, di Theodore Roosevelt, rilanciate le riletture in chiave antirazzista dei grandi classici della letteratura, da Dante Alighieri tacciato di “islamofobia” per Maometto all’Inferno a William Shakespeare tacciato di “antisemitismo” per il personaggio di Shylock nel “Mercante di Venezia”.

E il passato coloniale è visto solo come genocidio, sopraffazione, annientamento dell’«altro», recuperando il terzomondismo del periodo della decolonizzazione, con vaghi richiami al mito del “buon selvaggio” erroneamente attribuito a Rousseau. Secondo questa concezione, le culture dei popoli extraeuropei assoggettati dal brutale colonialismo dell’«uomo bianco» erano depositarie di un’«innocenza» originaria macchiata dai dominatori. 

In realtà, questa iconoclastia verso i simboli della propria Storia è macchiata da gravi aporie, figlie di un bigottismo tutto americano, che ha l’arroganza di leggere l’intera storia con le lenti deformanti del richiamo all’attualità.

Con un brutto termine, si “decontestualizza” il passato, pretendendo di giudicarlo con i parametri del giorno d’oggi.

Ma, soprattutto, questa pretesa è macchiata da pregiudizi ideologici che portano a stravolgere la realtà.

Perché, va detto a chiare lettere: le civiltà sottomesse dagli Europei non incarnavano il “buon selvaggio”, erano ben lungi dal vivere in quello “stato di innocenza” vagheggiato dalla “politically correctness”.

I “conquistadores” trovarono civiltà avanzate, ma in lotta tra loro, con reciproche pretese egemoniche, con una rigida suddivisione in classi che portava fino alla dedizione agli dèi di esponenti delle classi sottomesse.

Quando il “pendolo della storiografia” era tutto dalla parte dei “vinti”, si era parlato di “calunnie” dei missionari sulle pratiche di sacrifici umani, ma le scoperte archeologiche hanno ritrovato prove inconfutabili di tali pratiche.

E non erano mancati i genocidi: i Maya furono completamente annientati dai Mejica, tanto da essere confinati nello Yucatan assieme ad un’altra popolazione sconfitta: i Toltechi. I Chimu erano stati massacrati dai Mochica, a loro volta cancellati dai Quechua. 

Ci sono echi dei genocidi nelle saghe tramandate dai popoli centroamericani: la saga di Uiracocha ricorda la sparizione degli Aymaras dopo la conquista Quechua. L’Inca Túpac Yupanqui è ricordato per avere sterminato i Cañari (i pochi superstiti si allearono con Pizarro contro gli antichi nemici).

Né va sottaciuto che il crollo demografico degli amerindi fu determinato soprattutto dalle epidemie.

Tutto ciò non significa e non può significare tacere o sottovalutare le atrocità commesse dai Conquistadores: significa solo riportare il “pendolo della storiografia” nella sua giusta posizione.

E significa, soprattutto, non farsi travolgere dallo “storicamente corretto”. I Taliban e DAESH distruggono le statue. 

È assolutamente da evitare che al fanatismo religioso si sostituisca un “fanatismo laico” che alle religioni trascendenti sostituisca la religione del “politicamente corretto”.

 


Le vie della modernità di Aurelio Musi

 

Politicamente corretto. Storia di un’ideologia di Eugenio Capozzi
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Luigi Morrone
63 anni, avvocato cassazionista del foro di Crotone, appassionato di storia e di cultura classica. Responsabile per la Calabria del service “La storia del Sud prima dell’Unità” per il Distretto Lions 108 YA. Scrive di analisi politica, di storia e di cultura classica sul Quotidiano della Calabria, sul blog “La nostra storia” del Corriere della Sera, su EreticaMente, su Destra.it e su Nuova Rivista Storica.

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