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Mezzogiorno mitologico. Meridionalismi e neoborbonici

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L’annunciata “discesa in campo” di Pino Aprile ha dato l’occasione all’illustre storico Aurelio Musi di affrontare una volta di più il fenomeno dei “neoborbonici”, con un articolo su Repubblica (edizione di Napoli) del 22 agosto 2019: “Il falso mito dei neoborbonici che minaccia il Mezzogiorno”. Musi non è nuovo ad approcciarsi: ricordiamo, ex plurimis, in sede giornalistica, gli articoli, sempre su Repubblica del 2 agosto 2017 (“Chi usa la memoria per cercare consenso”) e del 21 agosto 2017 (“La ricerca storica sull’unità d’Italia”), in occasione della proposta di istituzione di una “giornata della memoria” per ricordare le vittime meridionali della fondazione del Regno d’Italia, nonché in sede scientifica, con “Mito e realtà della Nazione Napoletana”, fino al recente lavoro “Masaniello. Il masaniellismo e la degradazione di un mito”.

La costante di questi interventi è l’attribuzione, ad un determinato gruppo, di un uso strumentale della storia, mercé “invenzione di una tradizione”, secondo la famosa definizione di Eric Hobsbawm. Ma è un terreno pericoloso. Perché proprio Hobsbawm, ma soprattutto i suoi epigoni, Gellner, Thereschenko, Anderson, Höffe, McNeill, Theretschenko, riconducono alla “invenzione della tradizione” la stessa “idea di nazione”, ritenuta una “creazione” dei nazionalismi (celebre la frase di Gellner: “Non è la Nazione che crea il nazionalismo, ma è il nazionalismo che crea la Nazione”), grosso modo quanto sostenuto proprio da quei “neoborbonici” contro cui Musi appunta i suoi strali, che scrivono “Itaglia” o – per rimanere ad Aprile – che scrivono “L’impoverimento del meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia” (testualmente tratta dal suo bestseller “Terroni”), con ciò attribuendo al concetto di “Italia” un connotato “mitico” costruito al solo scopo di “rapinare” il Sud. E di questo si rende conto lo stesso Musi, che nel citato “Mito e realtà” paventa due pericoli: quello di assumere quale unico punto di riferimento il concetto romantico di “nazione” affermatosi nel XIX secolo e quello – sopra ricordato – di considerare il concetto stesso di “nazione” quale invenzione.

Ma si può tranquillamente parlare delle “piccole Patrie” senza scadere nel sentimento antinazionale che serpeggia non solo nell’ambito genericamente chiamato “neoborbonico”, e rimanendo nell’ambito di una più ampia visione nazionale?

Gioacchino Volpe ne era sicuro e, sulla sua scia, ne è certa la medievista Gabriella Rossetti. Di conseguenza, perché si teme il richiamo identitario alla “nazione napoletana” come contraltare ad un sentimento nazionale italiano? Non si rinviene alcuna incompatibilità in questo.

Ed è lo stesso Musi, che – scegliendo un percorso interpretativo che eviti i pericoli sopra citati – in “Mito e realtà” afferma perentoriamente: «Il Regno di Napoli presenta un’identità forte che coincide con la nazione-Regnum», per cui la “nazione napoletana”, come ben dimostrato dalla monografia di Gigi Di Fiore, non è una “invenzione”, ma una solida entità storica, che può interagire come cerchi concentrici con l’identità italiana senza che l’una identità escluda l’altra.

Certo, il mondo di cui Pino Aprile rappresenta il “vettore mediatico” con il suo «rifugio nostalgico in una mitica “età dell’oro”» rappresentato dalla Borbonia Felix (come fu nel caso della rivolta di Masaniello il regno di Carlo V) non può essere certo il punto di riferimento per una seria analisi storica sulla identità della “nazione napoletana” e sulla sua integrazione più o meno forzata nella “nazione italiana”.

Ma il rifiuto acritico di prendere in considerazione qualunque ipotesi di discussione sul bilancio dell’unificazione e sui “costi” sopportati dal Sud nel processo non aiuta certo a far emergere in tutta la sua evidenza l’inattendibilità del mito della Borbonia Felix.

Musi, che oltre ad essere un illustre storico è anche un brillante polemista, sa bene quanto sia vero quanto affermato da Paolo Mieli: «Ci stiamo accorgendo che i conflitti culturali rendono un argomento molto meglio di una generica esposizione. Se noi riusciamo a creare il polo A e il polo B attraverso i quali scocca una scintilla, il lettore dovendo scegliere se ha ragione il polo A o il polo B capisce meglio ciò di cui si sta parlando. Il conflitto è una cosa che delimita i campi, che focalizza l’attenzione».

Per il grande pubblico, non è tanto l’acribia nell’analisi delle fonti che attira, quanto la capacità di veicolare le tesi.

E, certamente, il grande pubblico vede da una parte il “Paradiso Borbonico” vagheggiato dai “neoborbonici” e, dall’altra, la “Guerra di liberazione che ci liberò dalla bieca tirannia borbonica”. E quanto sia fallace la “leggenda” di un Sud borbonico preda di un’asfissiante pressione fiscale ed in balìa delle consorterie criminali è il grande Giuseppe Galasso a dirlo nella Intervista sulla storia di Napoli:

«Nel Mezzogiorno borbonico vediamo poche tasse, poca pressione dello Stato sulla società, finanza pubblica in ordine, regime bancario sicuro, scarsa criminalità al di fuori di certe zone e di certe figure di reati» Se si rifiuta un serio dialogo, non ci sarà spazio per un approccio del grande pubblico ad un’analisi più articolata, ancorché condotta in modo divulgativo.

Non basta mettere in ridicolo i sostenitori del “complotto inglese” nella caduta del Regno delle Due Sicilie per evitare che l’idea si propaghi nel grande pubblico. Perché è indubbio che il Regno Unito influì e non poconel propiziare il successo dell’impresa Garibaldina. Non sono soltanto i“neoborbonici” a dirlo. Lo dicono studiosi del calibro di Gilles Pécoud e di

Eugenio Di Rienzo. Perché non affrontare con serietà il problema delcontesto europeo in cui s’inserì la caduta dei Borbone?

Non basta ironizzare sui “primati” sbandierati dai neoborbonici: il grande pubblico vedrà sempre, contrapposta a questa, la tesi di un’Italia già spaccata nel 1860 tra un Nord “progredito” ed un Sud “arretrato”, tesi di nessuna rilevanza scientifica. Perché l’Italia del 1860 era ovunque un paese arretrato. Sostiene in proposito Guido Pescosolido: «In questa minorità produttiva il punto di partenza fra il Centro-Nord e il Sud non è troppo dissimile».

Partire da questi dati è indispensabile per una seria discussione, non si può deridere a priori chi decanta la “terza potenza industriale” se si enfatizzano i 900 Km di ferrovie del Regno di Sardegna, quando già da un ventennio il piccolo Belgio era collegato con Francia e Prussia e possedeva una fitta rete di collegamenti interni che univa le maggiori città e i distretti minerari.

Non si può esecrare il grandguignolesco balletto delle cifre sulle vittime della cosiddetta “lotta al brigantaggio” se non si prende atto, una volta per tutte, che fu combattuta una vera e propria guerra civile, con motivazioni che spinsero i combattenti a militare dall’una e dall’altra parte.

E tali motivazioni furono svariate, alcune delle quali inconfessabili, quanto in tutte le guerre civili, come evidenziato dagli storici da Sallustio in poi. Ecco perché, per arginare il “fenomeno Aprile”, occorre aprirsi al dibattito in modo da portare il grande pubblico a “capire” le ragioni di quelli che vengono percepiti come “schieramenti contrapposti”. Il fenomeno si esaurirà per mancanza di ossigeno per la combustione.

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