Gli accordi, i taciti consensi, i summit, i depistaggi e le rivelazioni, all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio

La domanda che, a questo punto, viene spontaneo porsi è: per ordine di chi agiva La Barbera? Il depistaggio quali responsabilità nella strage mirava a coprire? A proposito poi dell’uccisione di Falcone e Borsellino, il pentito Di Carlo ha affermato che la mafia da sola non avrebbe avuto il coraggio di uccidere Falcone e Borsellino aggiungendo che dentro Cosa Nostra vi sono uomini di potere in grado di dialogare con il mondo esterno.

Sempre secondo questa testimonianza, dopo il 1980 sarebbe avvenuta in una villa del Circeo una riunione dove erano presenti mafiosi ed uomini di Stato per decidere i destini d’Italia. La villa apparteneva a Umberto Ortolani, noto esponente di rilievo della P2. Alla riunione – in cui si era parlato di colpo di Stato ma non di stragi – erano presenti Nino Salvo, l’avvocato Vito Guarrasi, il capo del Sismi Giuseppe Santovito e un politico, forse un ministro di cui non ricordava il nome.

Proprio da queste dichiarazioni di Di Carlo (collaboratore ritenuto dai magistrati altamente attendibile) emerge con tutta evidenza quella convergenza di interessi tra mafia, politica, finanza, servizi segreti che potrebbe avere determinato le stragi. Convergenza che aveva come finalità la realizzazione e il mantenimento degli interessi propri di ciascuna delle componenti che partecipavano al summit e che non esitavano a ricorrere ad azioni delittuose ogni qualvolta questi interessi venissero posti in pericolo.

Le ombre sulle trattative Stato-Mafia nelle stragi di Capaci e via D’amelio

Se quanto fin qui detto ha un suo fondamento, si  può sostenere che la mafia soltanto in parte debba ritenersi responsabile delle stragi del 1992. D’altra parte lo stesso Buscetta – nel corso di un colloquio avvenuto casualmente in aereo con il giudice Imposimato ebbe a dirgli, a proposito dell’omicidio del Generale Dalla Chiesa, che la mafia non aveva interesse a colpire il Generale.

A loro non aveva fatto proprio niente: con ciò volendo dire che in questo come in altri delitti di mafia – ivi comprese le esecuzioni di Capaci e via D’Amelio – Cosa Nostra aveva agito non per volontà propria ma per input esterni. Un principio che, secondo Buscetta, era valido anche per gli attentati del ’93. D’altra parte che vi sia stato in questi attentati un suggeritore appare evidente ove si consideri che la mafia probabilmente nemmeno sapeva della esistenza della galleria degli Uffizi e degli altri monumenti storici colpiti.

Dopo il fallito attentato all’Addaura, Falcone aveva intuito il coinvolgimento di entità esterne, come può dedursi dal fatto che parlò di menti raffinatissime che orientavano le azioni della mafia. Non potevano certo essere quelle di esponenti di Cosa Nostra che tentarono di fare apparire quello dell’Addaura un falso attentato organizzato dallo stesso Falcone.
E l’allora vicedirettore della Direzione investigativa antimafia, in un appunto riservato del 27 luglio 1992 (otto giorni dopo l’eccidio di via D’Amelio), scrisse che vi era il sospetto che il progetto eversivo non fosse di esclusiva gestione dei vertici di Cosa Nostra ma che allo stesso potevano aver contribuito e partecipato  altri esponenti del potere criminale sia a livello nazionale che internazionale.

E sempre De Gennaro esprimeva tale convinzione quando, dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia dell’omicidio di Paolo Borsellino, affermava che tale omicidio presentava “una chiara anomalia del tradizionale comportamento mafioso, aduso a calibrare le proprie azioni delittuose si da raggiungere il massimo risultato con il minimo danno”. Ciò significa – considerati i notevoli danni che derivarono per Cosa Nostra dalla strage di via D’Amelio (l’immediata applicazione del decreto legge, emanato dopo la strage di Capaci, che prevedeva il carcere duro per i mafiosi) – che non la mafia ma altri, rimasti nell’ombra, decisero la realizzazione del nuovo eclatante delitto a così poca distanza di tempo da Capaci. E d’altra parte le indagini hanno accertato che le stragi non possono essere addebitate al solo Riina se è vero che, prima della loro attuazione, questi consultò ed incontrò persone esterne a Cosa Nostra tra cui massoni, neofascisti, esponenti dei servizi segreti.

Interessi e politica: il favoreggiamento alle operazioni criminali di Cosa Nostra

Va poi osservato che, mentre l’attentato di Capaci venne preparato accuratamente, quello di Via D’Amelio fu realizzato in poco tempo. Riina infatti, intercettato in carcere, dice: “venne quello e mi disse subito subito”. Il che induce a ritenere che l’omicidio fu sollecitato da soggetti esterni a Cosa Nostra che consideravano Borsellino un pericolo imminente per gli interessi illeciti non soltanto dell’organizzazione ma anche di soggetti esterni ad essa.

In proposito va ricordato che, proprio pochi cinque giorni prima dell’omicidio, nel corso di una riunione con il ROS dei carabinieri e prima ancora in Procura, il giudice aveva manifestato l’intenzione di riprendere l’inchiesta Mafia-appalti di cui trattava un rapporto dei ROS. Cioè intendeva indagare su un settore nel quale, come è noto, convergono gli interessi illeciti della mafia, della politica e dell’imprenditoria.

Peraltro io credo che la causa dell’omicidio di Borsellino vada ricercata non tanto nel fatto che lo stesso intendeva ostacolare la trattativa Stato-mafia (se così fosse avrebbe denunciato immediatamente all’Autorità giudiziaria quanto si stava verificando, cosa che non risulta abbia fatto) quanto nell’intenzione di riprendere le indagini sugli appalti. Mettendo così in pericolo gli enormi interessi che ruotano attorno a tale settore, in cui convergono mafia politica ed imprenditoria.

E che l’omicidio di Borsellino nasca da una convergenza di interessi tra mafia ed altri centri di potere sembra affiorare dalle dichiarazioni del collaboratore Antonino Giuffrè. Il quale apre uno scenario su mandanti occulti e politica allorquando parla di un “tavolino” con imprenditori e mafiosi impegnati in Sicilia nella spartizione dei lavori pubblici, intorno al quale potrebbe essere anche maturato il disegno delle stragi in cui morirono Falcone e Borsellino.

Summit di mafia: come costringere lo Stato a venire a patti con Cosa Nostra

Bisogna evitare tuttavia un equivoco che si verifica quando si parla di mandanti esterni a Cosa Nostra. È noto che l’organizzazione mafiosa non è abituata a prendere ordini da altri ma agisce quando si verifica una convergenza di interessi alla realizzazione di un delitto, tra la stessa organizzazione e entità esterne ad essa: siano essi soggetti politici, massoneria, servizi deviati, ambienti imprenditoriali. Questo concetto è stato affermato anche da Antonino Giuffrè il quale appunto ha parlato di “interessi convergenti” all’eliminazione di Falcone. Si pensi alla presenza sul luogo delle stragi di soggetti appartenenti ai Servizi deviati.

Nell’informativa della DIA del 1993 si legge infatti che

“dietro le stragi si muoveva una aggregazione di tipo orizzontale, in cui ciascuno dei componenti è portatore di interessi particolari perseguibili nell’ambito di un progetto più complesso in cui convergono finalità diverse”.

In termini più semplici l’informativa sostanzialmente dice che accanto ai boss di Cosa Nostra – cioè personaggi come Totò Riina, Messina Denaro, i Graviano, che perseguivano gli interessi propri dell’organizzazione mafiosa – vi erano altri elementi che si servirono della mafia per destabilizzare, con le stragi di Capaci, via D’Amelio e quelle del ’93, l’assetto politico.

Alcuni collaboratori di giustizia hanno parlato di un summit di mafia che verso la fine del 1991 ebbe luogo in un casolare delle campagne di Enna, al quale parteciparono tutti i capimafia della Sicilia convocati da Totò Riina. Nel corso di questa riunione fu fatto credere agli intervenuti che occorreva effettuare le stragi per costringere lo Stato a venire a patti per ottenere l’impunità e benefici penitenziari. Riina disse che bisognava prima fare la guerra per poi fare la pace.

In realtà in quella riunione si celava un progetto politico che stava dietro alle stragi, di cui era a conoscenza soltanto di Totò Riina e di alcuni vertici di Cosa Nostra ma che rimase nascosto ad altri capi ed esponenti mafiosi di minore rilievo. Il che è significativo di contatti ed incontri che Riina aveva intrattenuto con entità esterne a Cosa Nostra, interessate alla realizzazione di quel progetto e che solo lui e pochi altri come i fratelli Graviano, Santapaola, Madonia ed altri capi detenuti conoscevano. In particolare, per quanto riguarda i Graviano, questi sono depositari di segreti che non vogliono rivelare perché ritengono che vi sono dei poteri di fronte ai quali non potrebbero nemmeno essere difesi dallo Stato.

E a questo punto ci si chiede: cosa vi è di di così grave da far sì che le reali motivazioni della strage non vengono rivelate a tutti i capimafia?

Non va poi dimenticato, a proposito di entità esterne coinvolte nella strage di via D’Amelio, come il collaboratore Gaspare Spatuzza abbia riferito di un personaggio non appartenente a Cosa Nostra (che non è stato possibile identificare) che assistette al collocamento dell’esplosivo all’interno della autovettura utilizzata per la strage di via D’Amelio.

La trattativa Stato-mafia e gli omicidi politici

Ancora oggi sussistono numerose ombre su quelle che possono essere state le responsabilità nelle stragi di Capaci e via D’amelio e sul ruolo che hanno avuto in questi gravi delitti apparati investigativi e organismi nazionali ed internazionali, nonché pezzi dello Stato che potrebbero avere fornito copertura alla organizzazione mafiosa. Anche instaurando, con questa, in cambio di una sospensione della strategia stragista, un dialogo: ipotesi questa la cui fondatezza è stata al vaglio dei giudici di Palermo nel processo noto come trattativa Stato-mafia, conclusosi in primo grado con pesanti condanne non soltanto nei confronti di appartenenti alla organizzazione mafiosa ma anche nei confronti di appartenenti alle istituzioni.

Soltanto un collaboratore del peso di Totò Riina o un pentito all’interno delle istituzioni potrebbe fare luce sulle motivazioni reali che determinarono la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche sui cosiddetti “omicidi politici” quali quelli di Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Si tratta di delitti commessi non solo per fare fronte ad interessi di Cosa Nostra ma per attuare una strategia che era perseguita da altre entità politiche, finanziarie, imprenditoriali non soltanto nazionali ma anche internazionali.

E d’altra parte, come sostenuto da Buscetta ma anche da altri pentiti, si tratta di omicidi che la mafia era sotto un certo aspetto restia ad eseguire ma che ha eseguito anche per esigenze estranee a Cosa Nostra, nell’interesse cioè di entità esterne con le quali i contatti venivano tenuti soltanto dai vertici di Cosa Nostra e di cui venivano tenuti all’oscuro gli appartenenti di rango inferiore. Ciò trova conferma in quanto scrivono i giudici a proposito dell’omicidio del Generale Dalla Chiesa. Infatti i giudici che condannarono all’ergastolo i mafiosi responsabili dell’eccidio scrissero nella sentenza:

“Si può senz’altro convenire con chi sostiene che persistano ampie zone d’ombra, concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato mandato in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del Generale.” 

Si tratta, quindi, di segreti ben custoditi da chi è stato protagonista di queste vicende criminali e che nessun interesse hanno a rivelare, sia perché coinvolgerebbero loro stessi sia perché temono quei poteri forti di fronte ai quali non potrebbero essere difesi nemmeno dallo Stato. Una luce potrebbe venire qualora venisse tolto il segreto di Stato apposto sulle migliaia di documenti che riguardano gli avvenimenti e i personaggi che hanno fatto la storia del nostro Paese, custoditi negli archivi dei servizi segreti o in altri archivi e di cui non si ha un elenco o una mappa.

È questo il vero mistero italiano.

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Girolamo Alberto Di Pisa
Entrato in magistratura nel maggio 1971 è stato destinato con funzioni di Pretore, della Pretura mandamentale di Castelvetrano, (provincia di Trapani) zona ad alta densità mafiosa. Nel 1976 è stato trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Sostituto Procuratore dove, come componente del c.d. “Pool antimafia”, si è occupato prevalentemente di indagini e processi riguardanti la criminalità mafiosa e reati contro la pubblica amministrazione. Nel 2003 ha ricoperto l’incarico di Procuratore della Repubblica di Termini Imerese fino al 2008 anno in cui è stato nominato Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Marsala. Nel gennaio del 2016 è andato in pensione. Attualmente ricopre l’incarico di Commissario Straordinario del libero consorzio comunale di Agrigento.

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