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Fare Storia tra nuove connessioni: a proposito di Public History

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Seconda Conferenza Nazionale di Public History (Pisa 11-15 giugno 2018)

Silvia Mantini

Professore Associato di Storia Moderna

Dipartimento di Scienze Umane, viale Nizza 14

Università degli Studi dell’Aquila

La Storia in realtà non si ferma: un terremoto fa parte della Storia, lascia la sua cicatrice, un segno che appartiene al corpo di territori e città, alcune sempre risorte dalla loro genesi. Riportare memorie non è una necessità solo figlia di traumi e catastrofi, interruzioni, sparizioni. E’ una pratica che riguarda le costruzioni e le intersezioni di identità con cui gli storici, e non solo, si confrontano nelle loro esperienze di ricerca e di trasmissione del sapere. La seconda Conferenza Internazionale dell’Associazione Italiana di Public History, conclusasi pochi giorni fa a Pisa, ha rappresentato molte opportunità e modalità in atto in Italia, all’interno delle Università, dei mondi delle Biblioteche e degli Archivi, dei Musei e delle Associazioni del territorio. La Public History oggi offre dialettiche ricchissime proprio per il dialogo tra i nuovi generi di fonti e i rinnovati approcci, per gli attraversamenti  disciplinari, per l’uso di codici trasversali diretti alle sensibilità di una collettività sempre più presente nell’impegno di conoscenza del  Passato nel Presente.

Il caso dell’Aquila è un caso unico di questo decennio in Italia. Un laboratorio di confronto con la Memoria che in poche ore nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, questa sì, si è fermata.

Quale è il ruolo della Public History nel far dialogare i Beni Culturali e le comunità, e, in particolare, in una realtà post-sisma?

Un sisma sgretola luoghi e memorie. Un centro storico sparisce per un decennio, disabitato, silenzioso, rotto. Le ricostruzioni ripartono e restituiscono città nuove, diverse da quelle di prima. Restauri pregiatissimi abbelliscono luoghi lucidi, splendenti, estranei come musei disabitati.

Dopo una catastrofe la Storia è chiamata a relazionarsi con nuovi linguaggi, connessioni, archivi digitali, ricostruzioni virtuali e tridimensionali per riportare alla luce, oltre alle nuove architetture, ciò che è sparito per sempre, o in parte, nella sua forma originaria, ma di cui si possono percepire le tracce. Urgente è allora riportare la Storia nei Palazzi, nelle Chiese, nelle Piazze, per far rivivere, con identità perdute, la Storia dei secoli che l’hanno prodotta: attraverso i media e le ICT (Information and Comuncation Technologies) il recupero delle tracce architettoniche sparite e riapparse, che racchiudono la memoria del territorio, la piazza del mercato, nel Duomo, nel Teatro, nell’Università. Questa proposta rappresenta un caso di studio e riguarda la città dell’Aquila, dopo quasi un decennio dal terremoto del 2009. Il sisma ha indotto repentini e profondi cambiamenti, secondo processi ancora in atto e lungi dal potersi dire conclusi, connessi a numerosi e differenti fattori: lo svuotamento abitativo; le limitazioni di uso e di accesso; il trasferimento e trasformazione delle attività e delle modalità di utilizzo dei luoghi; il modificarsi delle quinte urbane sia in ordine ai puntellamenti che agli interventi di ricostruzione; le tempistiche di ricostruzione/restauro.

Noi storici siamo stati chiamati a intervenire nel piano di ricostruzione con un progetto di Public History, tra storia urbana e ICT, nella cornice del progetto INovating CIty Planning through Information and Communication Technologies INCIPICT. Nell’ambito del progetto INCIPICT sono in atto sperimentazioni relative ad alcune parti del centro storico dell’aquila, realizzando ricostruzioni 3D dei paesaggi urbani così com’erano in epoche passate. Applicazioni di realtà aumentata consentono di correlare le visualizzazioni allo stato attuale dei luoghi, sovrapponendo informazioni di tipo didascalico e condivise dagli utenti. L’obiettivo perseguito per step e con un Palazzo-pilota del XV secolo, sede dei Gesuiti dal 1596 (e nel 2009 palazzo della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università), sarà quello di rendere fruibile il patrimonio culturale e religioso cittadino, implementando la comunicazione di siti mediante la traduzione della ricerca scientifica in sapere collettivo. Le ICT potranno virtualmente ricreare ambienti architettonici e storici, non più visitabili post-sisma, contemplando al loro interno applicazioni ipertestuali capaci di restituire oltre alle immagini, la ricostruzione storica e la decifrazione dei simboli, per creare un link tra passato e attualità per la creazione di percorsi didattici, turistici, scientifici. Questo ambito applicativo, che ricade nel modello della Smart City, oggi sperimentato all’Aquila, presenta caratteristiche tali da costituire un caso d’uso di interesse per evidenziare il potenziale offerto dalle nuove tecnologie per la comunicazione.

L’idea di fondo prevede lo sviluppo di una piattaforma tecnologica aperta che sarà indispensabile per rendere possibile quella che viene sempre più spesso chiamata la Digital History, come parte delle Digital Humanities.

Ruolo dei public historien è quello di trasmettere, attraverso solide ricerche documentarie condotte in archivi e biblioteche la storia dei luoghi, delle architetture, degli eventi e dei soggetti che nei secoli hanno costruito l’identità della città dell’Aquila, interrotta e riemersa in ogni evento sismico che ha segnato la sua vita. Fornire alla comunità sempre più affamata della sua Storia, interrotta in questo caso per dieci anni, diventa dunque non un ritrovamento, ma una costruzione.

Il linguaggio sinergico dei public historien si interseca con quello degli ingegneri, degli storici dell’arte, degli architetti, dei restauratori, degli archeologi in un cantiere volto alla comunicazione delle tracce: questa pratica potrà mostrare a chi non ha visto la città, come questa era prima del Great Divide del sisma.

Già lo scorso anno, nel panel presentato a Ravenna nel 2017 avevamo illustrato, insieme ai colleghi informatici e geomatici, un modello di ricostruzione virtuale e reale di memorie e testimonianze in una realtà  della chiesa capo Quarto di Santa Maria Paganica del secolo XIII, completamente distrutta dal sisma, tranne che per le mura.

E’ un modello esportabile che può rappresentare una saldatura tra una esperienza professionale richiesta ai public historien con  nuovi percorsi di comunicazione e nuovi linguaggi che richiederanno la creazione di gruppi di lavoro transdisciplinari.

L’obiettivo della realizzazione di connessioni tra la Storia e le nuove tecnologie è quello di rendere fruibile, in un contesto di Public History, il patrimonio culturale regionale, implementando la comunicazione di siti con la traduzione della ricerca scientifica storica in sapere collettivo.

Gli ingegneri delle Telecomunicazioni che coordinano il Progetto INCIPICT hanno sentito il bisogno di chiamare gli storici, perché noi potessimo portare il racconto del passato nel presente creando un prodotto che, partendo da fonti primarie d’archivio trasformasse la nostra ricerca storica in esperienza di comunicazione. Un esercizio non facile che aspetta i public historien. E non facile in modo particolare quando si parla di secoli non di storia contemporanea, cioè di quella Storia che non dispone di fonti fotografiche e di filmati, ma solo di manoscritti, stampe o iconografia pittorica.

Ma è necessario che ci sia un modello-terremoto per poter lavorare all’interno di questo modello? Tutti noi ci auguriamo di no, ovviamente. E’ chiaro che L’Aquila rappresenta un laboratorio particolare perché il terremoto ha creato in un certo senso una bonifica di un centro storico creando alle Soprintendenze e ai Provveditorati alle Opere Pubbliche molti quesiti. Ricostruire “dove era e come era”? Riportare gli edifici con le loro storie al Quattrocento, eliminando tutta la ricostruzione Barocca, secondo gli orintamenti anni Sessanta della damnatio memoriae del Barocco? Si stanno facendo scelte complesse che tengano conto delle stratificazioni riemerse e dell’anno 0 della Storia dell’Aquila contemporanea e cioè il 6 aprile 2009. Si stanno riportando le opere al 6 aprile 2009, ma con l’evidenziazione del pregresso prima sconosciuto.

Questo modo di procedere, che deve saldare la storia non tanto ad una scelta architettonica delle istituzioni preposte, ma ad una ricostruzione di identità per le giovani generazioni che sono nate nel 2009, sono cresciute tra i puntellamenti e dovranno abitare la città futura,  questo modo di procedere, dicevo, può essere applicato a molte realtà di ricostruzioni dovute non solo alle criticità della nostra Penisola (in seguito a frane, alluvioni, eruzioni) ma anche, ad esempio, alle trasformazioni e agli scavi per i sottoservizi o per le metropolitane, che portano alla luce nuove storie da condividere.

Il caso di studio “L’Aquila” rappresenta una proposta che attua modalità e intersezioni proficue tra la storia accademica e la public history nella condivisione delle metodologie e nell’acquisizione di professionalità reciproche. La forma “cantiere” non si lega solo alla costruzione di mattoni reali, ma soprattutto all’attivazione di pratiche di comunicazione che contemplino la proposta di un modello, da esportare in altre realtà, con particolare attenzione alla storia moderna e all’età pre-Lumière. Una sfida da raccogliere.

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