La donna, l’artista, la bambina fragile in cerca di approvazione. Storia di un talento straordinario e massacrato

Non fa mai piacere scoprire che un attore che abbiamo amato, di cui abbiamo una certa immagine, abbia avuto una vita difficile, travagliata. Lascia sempre un po’ sgomenti e amareggiati.

Questo tuttavia non avviene col film “Judy” di Rupert Gold, vincitore dell’Oscar per la migliore attrice protagonista, una strepitosa Renée Zellweger: nonostante racconti tutto quello che la Garland ha vissuto a telecamere spente.
Un vero e proprio inferno.
Il film mostra l’ultimo periodo della diva hollywoodiana, una sorta di “Viale del Tramonto” della Garland che però è lungi dall’essere patetica come una vecchia gloria. Il ritratto che ne emerge è quello di una donna fragile, che cerca di rilanciarsi nel mondo dello spettacolo, dopo essere stata ferma diversi anni, a causa dei suoi problemi personali.
Nel corso del racconto, il regista rivela, con una serie di flashback ricorrenti, l’origine di quei problemi che hanno tenuto l’ex bambina prodigio a lungo lontana dalle scene finendo per condizionarne l’intera vita.

Ecco allora Judy, la ragazzina che a 16 anni stava girando il “Mago di Oz” con un carico notevole di vere e proprie torture psicologiche che le venivano inflitte, in nome del mondo dello spettacolo. Ma anche, soprattutto, per il sadismo del produttore della pellicola che la rese celebre, e che in lei non vedeva nient’altro che una macchina per fare soldi. Niente cibo, niente sonno (e perché reggesse tutto questo, alla ragazza venivano somministrate robuste dosi di farmaci, ciascuno con uno scopo diverso, a seconda delle “prestazioni” richieste). Niente vita privata. Tutto questo lascerà dei segni indelebili sulla psiche di Judy.

La Judy adulta è una donna dipendente dall’alcol e dagli psicofarmaci, disperatamente in cerca di amore (non è un caso che si sia sposata cinque volte), e alla ricerca di un posto nel mondo (anche in senso letterale, a partire da una casa, che non ha) e profondamente legata ai suoi figli, da cui ad un certo punto è costretta a separarsi. Una donna che, nonostante l’ansia intollerabile che le mette l’andare in scena, continua ad avere un legame fortissimo col suo pubblico, con il suo lavoro e con la celebrità.
Rupert Gold racconta tutto questo con uno sguardo indulgente e per niente giudicante. Anzi con una pietà empatica. E tutto questo può riuscire grazie alla straordinaria interpretazione di Renée Zellweger, meritatamente insignita dell’Oscar.

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Paola Castello
(Palermo, 1978) si è laureata in Lettere Classiche all’Università Cattolica di Milano. Specializzata poi in Giornalismo ed Editing alla LUISS a Roma, Paola ha lavorato per cinque anni alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, occupandosi di comunicazione, redazione web e ufficio stampa (al Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita e presso l’Unità Tecnica di Missione per le Celebrazioni Nazionali dei 150 anni dell’Unità d’Italia della Presidenza del Consiglio dei Ministri). Si occupa ormai da anni di Ufficio stampa e Comunicazione istituzionale in Confagricoltura. Alla passione per la scrittura affianca da sempre la sua passione per il cinema (nell’ambito del quale ha seguito a Roma due corsi di sceneggiatura con docenti del Centro Sperimentale di Cinematografia).

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