Un blocco economico che rimanda drammaticamente al passato. E una storia, la nostra, che impone di rialzare la testa

Quest’anno l’anniversario dell’unità d’Italia è stato celebrato, per la prima volta nella nostra storia nazionale, in una condizione di reclusione domiciliare imposta per legge all’intera popolazione.

E con la prospettiva di una catastrofe economica che per certi aspetti potrebbe assumere dimensioni maggiori di quelle causate da ciascuna delle due guerre mondiali.
Ovviamente vi sono notevoli differenze rispetto a quei due conflitti, sul piano sia militare che politico, economico, finanziario. Tuttavia esse non sono tali da impedirci di parlare, per la condizione attuale, di stato di guerra, e soprattutto di valutare tutta la portata della catastrofe finanziaria ed economica che ci minaccia.

Se, infatti, va da sé che il numero delle vittime del coronavirus non possa, al momento, far pensare minimamente ai 650.000 caduti italiani della prima guerra mondiale o ai 440.000 della seconda, è però anche vero che i deceduti a poco più di un mese dall’esplosione del contagio si contano a svariate migliaia e che non sappiamo precisamente quanto le ostilità dureranno.

E il fatto che non si tratti di una guerra dichiarata da parte di nessuno degli Stati in essa coinvolti non impedisce di vedere che la condizione in cui è costretta a vivere la maggior parte della popolazione sia oggi molto vicina a quella creata da un coprifuoco permanente in tempo di guerra. Ma è sul piano economico e finanziario che gli effetti del conflitto in atto potrebbero risultare per l’Italia del tutto paragonabili e, su quello della finanza pubblica, addirittura più devastanti di quelli prodotti dai due conflitti mondiali. 

Certo non si avrà una distruzione fisica di strutture produttive e infrastrutture come quella causata dai bombardamenti e dagli atti di sabotaggio della seconda guerra mondiale. È vero però che le condizioni nelle quali molto probabilmente potrebbe precipitare l’economia italiana – in seguito al fermo prolungato delle attività produttive e al progressivo isolamento nel quale è venuto già a trovarsi il commercio estero nazionale – potrebbero lasciare sul campo un numero da brivido di impianti industriali cessati e attività commerciali chiuse.

Per quanto attiene infine alla finanza pubblica, e in particolare al debito pubblico, il deterioramento, a ostilità appena iniziate, è già peggiore quanto meno di quello esistente al termine della seconda guerra mondiale. Contro un rapporto debito pubblico/Pil del 114-113% del 1942-1943 sta un’oscillazione degli ultimi sei anni tra il 132 e il 133%.  Ed è forse catastrofismo a buon mercato il ritenere che, con la recessione già in atto e con l’indebitamento mastodontico che saremo inevitabilmente costretti a rilanciare, supereremo la vetta assoluta del 159% del 1920-21? Non credo proprio.

Se a ciò aggiungiamo che il divario Nord/Sud ha toccato livelli mai raggiunti prima e che abbiamo assistito, a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, a una svalutazione continua dei valori nazionali (a vantaggio da un lato dell’internazionalismo europeista e dall’altro del regionalismo e del localismo più sfrenati), si potrebbe ritenere che la corsa dello Stato unitario nato il 17 marzo 1861 sia prossima alla stazione di arrivo. E che la celebrazione di quest’anno dell’anniversario potrebbe essere stata se non l’ultima, una delle ultime che l’Italia unita abbia celebrato dal 1911.

Eppure, proprio in una delle ore più buie dei 158 anni della nostra storia nazionale, mi sembra che si possano cogliere segni sufficienti a non farci disperare del futuro dell’Italia come nazione moderna. Mentre sul fronte esterno constatiamo non solo un’assenza di solidarietà reale sconcertante nella generalità dei Paesi europei, ma addirittura tentativi di speculazioni borsistiche a danno delle nostre imprese, concorrenza sleale negli acquisti e blocchi alle frontiere di prodotti sanitari indispensabili alla salvezza dei malati italiani, sul fronte interno si tocca con mano come il faticoso rapporto tra Stato centrale e regioni renda macchinosa e rallenti ogni decisione. 

Soprattutto però emerge a tutto tondo l’assoluta insufficienza della dimensione regionale ad affrontare problematiche come quelle della battaglia al coronavirus, che è battaglia non solo sanitaria, bensì anche ecologica, scientifica, produttiva, economica, di controllo sociale, di confronto politico aspro con gli altri Stati del mondo, in primis europei. Una battaglia che solo a livello nazionale si può sperare di vincere, come la si vinse nel 1859-61, quando la nazione linguistica e culturale italiana ebbe la forza di darsi quella struttura statuale all’interno della quale vivere quel comune destino politico che ancora oggi viviamo.

Un destino dignitoso di potenza medio-grande: certo afflitta da gravi problemi e squilibri interni, ma pure capace di partecipare in posizione, a tratti anche di primo piano, a tanta parte dei più nitidi valori della civiltà e della democrazia moderna.

Ed è per questo che il 17 marzo resta ancora oggi la giornata più gloriosa della nostra storia nazionale, più del 2 giugno che festeggia un sia pur radicale cambiamento di regime che non sarebbe mai avvenuto se il 17 marzo 1861 non fosse nato il Regno d’Italia.

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