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BENEDETTO CRAXI. Detto Bettino

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Esattamente diciotto anni fa, Benedetto, detto Bettino, Craxi morì ad Hammamet. Erano passati quasi otto anni da quando, Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, veniva colto in flagranza di reato, dando inizio ad un periodo in cui le inchieste giudiziarie di “Mani pulite” finirono per travolgere il sistema dei partiti su cui si era retta per quasi mezzo secolo la Repubblica italiana.

Le vicende scaturite da quelle inchieste giudiziarie segnarono profondamente la vita di Craxi, scatenando in tutto il territorio nazionale un’onda di trasversale indignazione fomentata da un sistema mediatico sempre più protagonista della formazione del dibattito pubblico. Dall’iniziale cono d’ombra imprenditoriale i riflettori delle inchieste vennero puntati tutti su quella «società politica» che già da anni si trovava ad attraversare una fase di crisi identitaria. In quel frangente in Italia si respirava un clima da hit parade, le maggiori testate giornalistiche pubblicavano notizie sulle inchieste e gli avvisi di garanzia sbattuti in prima pagina, troppo spesso si trasformavano in condanne preventive da parte dell’opinione pubblica. In questo clima Bettino Craxi assurse a simbolo del potere partitocratico da spazzar via. Colpito da svariate sentenze, alcune della quali passate in giudicato, condannato, si trasferì ad Hammamet presso la sua residenza privata, sottraendosi in questo modo alla giustizia. Da quel momento, fino alla sua morte cercò sempre di dare la sua versione dei fatti, di raccontare quegli anni dal punto di vista di “Bettino”.

Dalla sua morte si scatenerà una guerra di memoria, tutta giocata sulle opposte categorie di esilio e latitanza. Da una parte i corifei del partito della latitanza, Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, impegnati nell’urlare una memoria di un personaggio corrotto, ladro e latitante. Dall’altra parte, una fetta della vecchia dirigenza del Psi, personaggi di un certo rilevo dal punto di vista culturale (giornalisti e storici) che di quel mondo avevano fatto parte, in qualità di “testimoni” oppongono la loro contronarrazione delle vicende degli anni Ottanta e Novanta, scrivendo saggi, pubblicando memorie, organizzando seminari per onorare la memoria del leader morto in esilio.

Proprio mentre scrivo un gruppo di militanti socialisti si è recato ad Hammamet, nel consueto pellegrinaggio verso la tomba del leader morto in esilio, con Stefania Craxi, l’ancella della memoria del padre, in testa al gruppo. La mia vuole essere una riflessione sul peso che occupa la memoria ingombrante di una figura storica certamente rilevante per una parte della nostra storia repubblicana. Il nuovo corso socialista, il rapporto con Nenni, La notte di Sigonella, le sue posizioni di politica estera ed interna, il bilancio sul governo più lungo della Prima Repubblica sembrano essere stati oscurati dalla coltre di fumo memoriale della notte dell’hotel Raphael, quando si parla di Craxi, ci si ricorda solo del lancio delle monetine. Questo può assurgere a paradigma di una società italiana quasi bloccata, immobilizzata, come se per una parte di essa, la storia si fosse fermata a quel giro di boa. Sono convinto che per uscire da questa situazione, possa essere utile per tutti l’inizio di una ponderata riflessione storiografica su quella vicenda, anche correndo il rischio di scottarsi su vicende troppo calde, che non abbiano ancora lasciato le pagine della cronaca per riempire quelle di storia. Poiché, per dirla con Febrve, «la generazione che ha vissuto [gli] avvenimenti deve essa stessa darne per prima la sua versione».

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