9 maggio 2017

Ninni Giuffrida

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Via Serradifalco ossia Domenico Antonio Lo Faso Pietrasanta, duca di Serradifalco

 

Via Serradifalco collega piazza Ottavio Ziino con Piazza Principe di Camporeale. Una strada lunga, stretta la quale costeggia lo splendido giardino di Villa Malfitano segnando il confine dei giardini e degli orti che caratterizzavano il quartiere con la realtà che nell’ottocento costituiva la periferia della città. Non a caso Il terminale di questa strada era la tenuta di Domenico Antonio Lo Faso Pietrasanta, duca di Serradifalco nel piano dell’Olivuzza. Una casina, circondata da un giardino realizzato secondo modelli ispirati al romanticismo con ruderi medievali e laghetto con cigni, che la speculazione edilizia degli anni ’50 spazza via. Unica traccia rimasta di questa realtà è un brandello di giardino occupato da un vivaio e una edicola votiva davanti all’ingresso di villa Malfitano, il resto dell’area è stato consumato con la costruzione di palazzi.

Un giardino e una casina che erano lo specchio della formazione culturale del duca di Serradifalco nato a Palermo nel febbraio del 1783 ma trasferitosi ben presto a Milano dove studiò architettura, letteratura ed archeologia. Una formazione che non fu solo culturale ma anche politica in quanto a Milano frequentò i circoli liberali e giacobini. Ritornato in Sicilia si dedico ad una intensa attività di ricerca archeologica nei principali siti archeologici siciliani: Taormina, Selinunte, Agrigento, Segesta. Numerosi studi e i disegni da lui fatti nel corso delle campagne di scavo testimoniano il suo impegno di studioso e di architetto. Il volume Vedute pittoriche degli antichi monumenti della Sicilia su disegni del Duca di Serradifalco, edito a Palermo nel 1843 e consultabile su Google, mostra non solo la sua preparazione tecnica ma, anche, l’influenza su di lui esercitata dalla cultura romantica e dai modelli di rappresentazione delle antichità classiche elaborati e utilizzati nelle coeve rappresentazioni dei viaggiatori stranieri in Sicilia. Partecipò alla progettazione del palchetto della musica nel Foro borbonico (ora Foro Italico) e del Palazzo delle finanze.

Fu uno dei protagonisti della rivoluzione del 1848 e ricoprì la carica di Presidente della Camera dei Pari e Ministro degli Esteri. La restaurazione borbonica lo costrinse all’esilio a Firenze e non ritornerà più in Sicilia. Dopo l’Unità è chiamato al Senato del Regno dove ricoprirà la carica di Presidente della Commissione di antichità e belle arti. Morì nel febbraio del 1863 senza ritornare in Sicilia.

Anche se fisicamente assente dalla Sicilia, in realtà, il Duca di Serradifalco mantiene i contatti con la realtà siciliana grazie ad una fittissima corrispondenza con i suoi amministratori e con il nipote Giovanni. Un frammento di questo suo epistolario è conservato nella biblioteca della Storia Patria insieme a una copiosa documentazione di altro tenore. Giovanni Pignatone ha studiato e schedato nella sua tesi, discussa nel 2013 all’Ateneo di Palermo, questo materiale. Il duca aveva un patrimonio molto rilevante costituito non solo da feudi ma, anche, da due miniere di zolfo e da altre proprietà immobiliari poste a Palermo. Le lettere sono ricchissime di notizie non solo sull’amministrazione dei beni del duca ma, anche, sugli avvenimenti che segnarono la vita di Palermo dal 1853 al 1863. L’avventura garibaldina del 1860 costituisce la filigrana delle lettere inviate dall’amministratore Bertolini: bombardamenti, movimenti di truppe, stalle occupate dai cavalli dei garibaldini. L’altro protagonista delle lettere dell’amministratore è il colera: puntuali le informazioni sull’andamento dell’epidemia, sulla sua diffusione, sulle sue ricadute economiche.

La memoria del ruolo che ha avuto Domenico Antonio Lo Faso Pietrasanta, duca di Serradifalco, nel nostro Risorgimento è ormai sbiadita come la targhe della strada a lui intestata, la lettura delle sue lettere e dell’altra documentazione conservate alla Storia Patria la fanno rivivere. Sarebbe molto importante procedere allo studio delle carte del suo archivio non soltanto per chiarirne meglio il ruolo assunto nel contesto della storia politica e culturale della Sicilia ma, anche, per una rilettura del nostro Risorgimento.

 

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