27 giugno 2017

Giuseppe Scuderi

SAN MICHELE - DOMUS STUDIORUM (GS) (7)

Un San Michele Arcangelo errante.

Il 15 agosto 1588, per la Festa dell’Assunzione, si aprì per la prima volta il portone del Collegio della Compagnia di Gesù nel Cassaro: non era ancora il “Collegio Massimo”, titolo che ebbe nel XVIII secolo, ma già si avviava a diventare la grande Domus Studiorum che ha segnato la storia culturale, e anche artistica, siciliana. Sul portone fu sicuramente incisa una data, non abbiamo certezza di quale: Onofrio Manganante riporta MDLXXXV Collegium Societatis Iesu, e con lui concorderà poi il Mongitore, per Di Marzo Ferro era il 1535, per Sampolo e Filiti (che scrivono però a cancellazione avvenuta) era, rispettivamente, il 1553 o il 1588. Manganante nel suo testo (De parochiis panormitanis notitiae ac scripturae variae. Ms. presso la Biblioteca Comunale, fine del XVII secolo) disegna non senza fantasia sia la scritta che un Arcangelo, ad ali aperte, braccio alzato e spada brandita, che uccide il drago: e a questa statua rivolgiamo la nostra attenzione.

I quasi cinque secoli di vita dell’opera cominciano sicuramente nella prima metà del XVI secolo, quando viene realizzata per il Palazzo Ventimiglia al Cassaro, nel cui angolo si trova sino al 1586, anno in cui, demolito il palazzo per la costruzione del Collegio, la statua viene trasferita sul portale dello stesso, anche per la devozione dei Gesuiti ai Sett’Angeli, per cui il nostro passò a guardia del portone. E lì la descriveranno nel 1630 il Baronio (De majestate Panormitanae Ecclesiae, libri IV) “Finitimum huic ferme est Patrun Societatis Iesu Collegium, structura magnificum, magnitudine singolare. Ejus frontespicium palatii ne vulgaris imaginem praefert. Ipsi janue imminet S. Michael Arcangelus”, Mongitore (Storia sacra di tutte le chiese, conventi, monasteri, ospedali ed altri luoghi pii della Città di Palermo. Ms. sec. XVIII) “nel di sopra [dell’architrave del portale] un angelo di marmo di eccellente scultura, opera del Gagini… oggi si vede nello scudo il nome di Gesù [ove] erano l’armi della famiglia Ventimiglia”, e le tante guide ottocentesche che lo definiscono “eccellente lavoro del Gagini”, sino al 1874, anno del verbale per la consegna al Museo Nazionale di una statua del Gagini dal Palazzo della Biblioteca già dei Gesuiti, in previsione dei lavori per “l’abbellimento del prospetto” per il XII Congresso della Società Italiana per il progresso delle Scienze che, dal 29 agosto al 6 settembre 1875, si terrà nella sala della Biblioteca, e la dizione “Biblioteca Nazionale” (che ancora oggi leggiamo) sostituirà l’intitolazione al Collegio. Nell’Inventario del Museo del 1901 Salinas indica l’opera come “attribuita ad Antonello Gagini”, e nel 1954 la statua passa alla nuova “Galleria Nazionale della Sicilia” a Palazzo Abatellis, nel cui Itinerario della Galleria Nazionale della Sicilia (1962) il Soprintendente Raffaello Delogu la indica nella Sala delle sculture, con la stessa attribuzione.

A ulteriore prova della devozione della Compagnia di Gesù a San Michele ricordiamo che nella chiesa del Collegio, Santa Maria della Grotta, nella terza cappella a sinistra era collocato un dipinto ad olio su tela rappresentante San Michele ed altri arcangeli che vincono gli angeli ribelli, opera però smarrita se non trafugata, e nota soltanto per una fotografia fattane dalla Soprintendenza alle Gallerie della Sicilia nei primi anni Cinquanta dello scorso secolo. Ci limitiamo qui soltanto a ricordare che l’opera, sino al 1968, si trovava al Convitto Nazionale, insieme all’altra tela della Investitura gesuitica, pure scomparsa. Ma su questo argomento dovremo ritornare.

Per il nostro San Michele che trionfa sul demone apocalittico Azazel qui rappresentato come feroce chimera Vincenzo Scuderi (Dalla Domus studiorum alla Biblioteca centrale della Regione Siciliana. Il Collegio Massimo della Compagnia di Gesù a Palermo, 1995) ha scritto che “l’interesse artistico è connesso al linguaggio dell’opera, un esemplare di schietta impronta classicistica per la buona impostazione strutturale, associata ad uno slanciato modulo tipologico di equilibrato rapporto nelle sue varie parti, sicuramente meglio evidente prima che lo scudo venisse manomesso nella sagoma e nel contenuto per inserirvi il simbolo gesuitico in luogo dell’arme dei Ventimiglia. Nell’anzidetta armonia strutturale come nella tipologia del volto giovanile è dato certamente vedere un’eco della grande lezione del rinascimento toscano e dell’arte di Antonello, ma non tanto da confermarne, a nostro avviso, la paternità del più alto rappresentante della nota famiglia di scultori… Quest’ultimo, francamente, è il mio avviso, perchè in nessuna opera, ancorchè giovanile, Antonello mi pare che mostri un tale schematismo compositivo che in certi casi – vedi braccio destro, gambe, panciera, addome e torace – è quasi legnosità. E’ molto più facile trovare questi aspetti nelle opere dei figli. Siamo, qui, di fronte, probabilmente, ad un’opera di Giacomo, o Giandomenico come talvolta è chiamato.”

A supporto di questa attribuzione, vanno ricordate almeno due altre documentate prestazioni di Giacomo per la famiglia Ventimiglia, nel 1539 e nel 1541, per figure di animali e muse per due fontane, di cui una “pro loco ipsius spettabilis don Gaspare de Vigintimillis nuncupato cuba” (G. Di Marzo, I Gagini e la scultura in Sicilia, 1881).

Nel 2007 l’opera è stata oggetto di un impegnativo intervento, condotto presso il Laboratorio del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro a cura della Dott.ssa Pellegrino, restauratrice presso il Centro, e seguito dalla Dott.ssa De Castro, storica dell’arte presso la Galleria regionale, che hanno così sunteggiato lo studio.

“L’intervento ha restituito all’opera la sua peculiarità con riguardo alla materia costitutiva, il marmo bianco di Carrara e alla varietà cromatica che conferma la consuetudine gaginiana di esaltare i volumi, la plasticità e l’effetto naturale della candida materia marmorea tramite stesure di pigmenti a tempera grassa e anche dorature. Queste ultime, ottenute mediante l’applicazione di lamina metallica d’oro zecchino, si estendevano alle finiture della corazza, allo scudo e alle ali, come è stato possibile rilevare dalle ormai labili tracce rinvenute nei sottosquadra dei rilievi aggettanti e in alcune zone meno esposte dell’opera. Il restauro ha confermato inoltre la storia esecutiva dell’opera e le vicende successive, i traumi da essa subiti in probabile relazione con le alterazioni e gli spostamenti cui fu sottoposta nel corso dei secoli. Essa fu concepita già in origine per la collocazione su di un piano elevato ed entro nicchia e dunque lavorata solo sul fronte e ai lati, lasciando la superficie posteriore appena sbozzata. Le campagne diagnostiche, condotte con le moderne metodologie hanno consentito di acquisire informazioni rappresentative della natura dei pigmenti e dello stato di conservazione dell’opera… L’applicazione sull’opera delle tecniche di indagine geofisica… hanno consentito di rilevare, anche in profondità, le proprietà fisiche e strutturali dell’opera marmorea, di fondamentale importanza al fine di conoscere i punti deboli del blocco litico. La pulitura delle superfici non policromate o dorate si è avvalsa della strumentazione laser, che garantisce un selettivo e graduale livello di pulitura rispettoso della patina nobile, grazie al controllo dell’azione ablativa. Riguardo alle parti mancanti, localizzate lungo il lato destro dell’opera (la mano destra e l’arma che l’arcangelo serrava in essa, un pugnale o uno spadino), è stato rispettato anche questo segmento della storia dell’opera, ad eccezione della parte anteriore del piede destro, già presente come vecchio restauro”.

La statua di San Michele oggi, fortunatamente, è in ottime condizioni e ben esposta, destino che purtroppo non hanno avuto molte altre opere della Domus Studiorum e di Santa Maria della Grotta: argomento, questo, per altre ricerche e studi.

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