30 ottobre 2017

Andrea Vito

 “Typis Regiis”, la Reale Stamperia di Palermo tra privativa e mercato di Rosario Lentini

Pubblicato da Palermo University Press – Collana frammenti – 10€

 

 

Typis Regiis è un “frammento” dedicato alle origini e alla vita della Reale Stamperia di Palermo.

Nel secondo cinquantennio del Settecento, nel capoluogo siciliano, avviano la loro attività 21 stamperie, tra le quali quella regia, oltre alle 9 già esistenti.

Rosario Lentini focalizza la sua attenzione sullo stabilimento tipografico autorizzato da Ferdinando IV, illustrando quali fossero la sua articolazione e la sua struttura produttiva: un direttore, da cui dipendevano tutti gli addetti; un sovrintendente della meccanica che custodiva stampe, libri, provviste di carte; un capo compositore, responsabile della consegna dei “rami”, dei legni di figure e degli alfabeti in legno; un capo torcoliere, che era responsabile di tutti i torchi; e un limitato numero di figure dipendenti e ausiliarie.

Il primo direttore della Stamperia fu Giuseppe Antonio De Espinosa che svolse il suo incarico con scarso entusiasmo e sciatteria, (ometteva persino di apporre la sua firma nelle relazioni inviate alla Deputazione degli Studi). A lui seguirono direttori ben più capaci e scrupolosi: Gregorio Speciale, Mercurio Ferrara e Corradino Garajo.

Il più alto grado di efficienza la Stamperia lo raggiunse quando, tra gli anni venti e trenta, l’incarico di capo compositore fu affidato prima a Bartolomeo Affrunti e poi a Pietro Morvillo. La Stamperia era stata voluta dalla Deputazione dei regi studi per attivare una struttura anche a supporto delle attività editoriali promosse dalla stessa. Sin dalla sua fondazione, offrì una produzione di elevato livello qualitativo facendo fronte alle richieste che provenivano dall’Accademia (poi Università), da privati committenti o da tutti gli uffici dell’amministrazione.

La Stamperia – pur se all’inizio la sua attività si concentra sulla modulistica e su altri prodotti di modesto impegno tipografico – pubblica la raccolta delle prammatiche, l’opera dell’Abate Vella, la numismatica del principe di Torremuzza, la storia della Sicilia del Caruso. Nel 1785, il viceré Caracciolo si avvale di essa per pubblicare le sue Riflessioni sull’economia e Michele Pasqualino il Vocabolario siciliano etimologico italiano e latino (1785-1795).

La Reale Stamperia non era paragonabile agli stabilimenti privati, che potevano decidere agilmente gli indirizzi delle loro imprese artigianali, e le tensioni per aggiudicarsi le committenze furono costanti. Nel 1782, il tipografo Gaetano Bentivegna contestava alla Giunta dei presidenti e consultore che la Stamperia si fregiasse del titolo di regia e pretendesse l’esclusiva sui lavori tipografici commissionati dal senato cittadino. Ci fu la netta opposizione della Giunta e del sovrano, ma la tensione rimase.

Il declino della Reale Stamperia derivò principalmente da problematiche rinviate o affrontate in modo inadeguato, conseguenti ad una cronica insufficienza di risorse finanziarie e al rapporto squilibrato tra numero delle copie tirate ed esemplari effettivamente venduti. Molti testi scolastici erano prodotti con carta di pessima qualità (e finivano per marcire in magazzino). I problemi finanziari dell’Università di Palermo si riverberavano inevitabilmente sulla Stamperia.

A inizio anni cinquanta si era arrivati all’epilogo dell’esperienza della tipografia regia che aveva perduto di fatto il privilegio della privativa, mentre cadeva nel vuoto l’appello dell’accademico Giuseppe Bozzo, rivolto all’Università palermitana, affinché assumesse l’onere del rilancio dello stabilimento in analogia a quanto fatto dalle università di Napoli, Firenze e Milano.

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