15 agosto 2017

Franco Pelella

SABINO CASSESE (A CURA DI) Lezioni sul meridionalismo Nord e Sud nella storia d’Italia

Una riflessione a cura di FRANCO PELELLA

Le lezioni raccolte nel libro Lezioni sul meridionalismo, curato da Sabino Cassese (Il Mulino, 2016), sono state promosse, in collaborazione con la Camera di commercio di Avellino, per ricordare il novantesimo anniversario della pubblicazione della Rivoluzione meridionale di Guido Dorso. Esse sono state tenute da vari esperti presso il Centro Dorso di Avellino dal settembre 2015 al febbraio 2016 e hanno mirato a presentare un bilancio della formazione e dello sviluppo del dibattito storico sul Mezzogiorno, illustrando le idee dei maggiori meridionalisti. Le lezioni, però, non sono state dedicate solo ai meridionalisti; ce ne sono state anche alcune dedicate alla questione meridionale e tenute da Amedeo Lepore, Adriano Giannola, Guido Melis e Giuseppe Galasso. Ma va sottolineato anche che alla fine del volume vengono riproposti due vecchi scritti: uno studio di Antonio Giolitti dedicato alle “Opere” di Guido Dorso e un saggio di Giorgio Napolitano dedicato al dibattito meridionalista dopo la Liberazione.

L’introduzione di Sabino Cassese è interessante così come sono interessanti quasi tutti i testi riportati all’interno del volume. Il curatore mostra di condividere la cosiddetta “teoria culturalista”, la teoria cioè che afferma che l’arretratezza o la modernità di una società sono determinate non solo dal comportamento delle classi dirigenti ma anche dal comportamento del resto della società; egli sostiene, infatti, che c’è un forte nesso tra le istituzioni e la società e che non sono tanto le differenze istituzionali, anche di ordinamenti diversi, che vanno considerate, quanto le diversità dei contesti economico-sociali in cui operano. Egli, però, afferma anche che il buon governo e le buone istituzioni (assenza di corruzione, tutela della proprietà privata, rispetto della legalità e dei contratti, certezza negli investimenti, scarsa incidenza degli omicidi e tutela della persona, efficacia nell’azione di governo, ecc.) contano nella ricchezza e nella povertà delle nazioni; così fa rientrare, a mio parere impropriamente, all’interno delle istituzioni (che egli del resto giustamente considera organi o enti distinti dalla società) anche i comportamenti sociali su citati.

All’interno della sua lezione su Pasquale Villari Francesco Barra sostiene che si è dibattuto e si dibatte ancora vivacemente sulla proporzione del divario socioeconomico tra Nord e Sud all’atto dell’Unità; sono d’accordo con lui sul fatto che la questione è senz’altro importante, ma sinora è stata impostata in termini economicistici e quantitativi, trascurando invece la natura più seria e più profonda di tale divario, che è etico-politico, e che si esprime, innanzitutto, nella diversità dello spirito pubblico. Secondo Barra gli Stati cittadini e poi regionali del Centro-Nord riuscirono a produrre, sia pure con esiti assai differenziati, la coscienza di un’appartenenza e di un’identità comunitarie, che inoltre si espressero prima nelle lotte contro l’Impero e poi nelle lotte per il predominio regionale; nulla di analogo avvenne nel Sud, dove quasi otto secoli di centralismo monarchico non hanno creato nelle masse una coscienza nazionale. Francesco Barra riporta una lettera scritta da Pisa nel novembre del 1860 da Pasquale Villari a Terenzio Mamiani; nella lettera Villari compiva un’acuta e impietosa analisi del passato regime borbonico e del governo liberale in carica. Secondo Villari il sistema utilizzato dal governo borbonico per tenere sotto controllo la società era stato quello di «impiegare quasi tutta la popolazione, facendo dall’alto ricadere nelle sue mani tutto il danaro del Paese», così creando un numero abnorme e parassitario di impiegati; inoltre, nelle professioni libere, v’era un piccolo numero di persone che, per le loro relazioni col governo, avevano nelle loro mani quasi tutti gli affari, e tutti gli altri della medesima professione dipendevano da loro. Per Villari quella napoletana era quindi una «società fondata unicamente sugli abusi», caratterizzata da una spaccatura netta tra quartieri borghesi e popolari, come quelli del Mercato e del Pendino, abitati da «un’altra popolazione».

Va segnalato anche la lezione che Maurizio Griffo ha dedicato alla figura di Giustino Fortunato. Griffo sottolinea che il principale merito del meridionalista di Rionero in Vulture è stato quello di distruggere il mito del Mezzogiorno italiano come giardino d’Europa, un’idea che, almeno a partire dai resoconti dei viaggiatori del Grand Tour, si era diffusa ed era diventata quasi senso comune. Griffo sottolinea che la smentita fortunatiana era data con piena cognizione di causa dato che egli aveva una conoscenza diretta della configurazione geologica e idrografica del Mezzogiorno e da questa conoscenza diretta aveva tratto una conclusione molto netta: «l’Italia meridionale, per estremi difficilissimi di clima e di suolo, ed anche per la soverchia sua segregazione topografica, è sempre valsa e tuttavia vale assai poco».

Nella parte finale della lezione che Massimo Luigi Salvadori ha dedicato a Gaetano Salvemini lo storico torinese afferma che durante la dittatura fascista Salvemini andò in esilio negli Stati Uniti e che quando tornò il mondo e l’Italia erano cambiati ma la questione meridionale rimaneva sempre presente. Afferma ancora Salvadori che Salvemini negli anni di vita che gli rimasero riprese le fila del suo impegno a favore del Sud riflettendo sulla sua azione passata e rivedendo idee che un tempo non avrebbe creduto di dover rivedere. Secondo Salvadori questa fu la terza fase del meridionalismo di Salvemini nel corso della quale egli cambiò alcuni punti chiave del suo pensiero nel primo decennio del secolo e il più significativo fu la ritrattazione della tesi che lo aveva contrapposto frontalmente a Filippo Turati ed Ettore Ciccotti, e cioè che la forza propulsiva per lo sviluppo del Sud stesse nelle mani dei meridionali.

Non sono del tutto d’accordo con la lezione che Amedeo Lepore ha dedicato alla questione meridionale e alla Cassa per il Mezzogiorno. Egli comincia la sua riflessione partendo dall’Unità d’Italia; secondo lui l’Italia non presentava al suo interno, al momento dell’unificazione, ragguardevoli difformità di crescita in termini di prodotto interno lordo, proprio a causa di una mancata rivoluzione industriale mentre di altra natura erano le differenze iniziali di maggiore entità – scarsa dotazione di strutture produttive, agricoltura prevalentemente estensiva, infrastrutture di trasporto (strade, ferrovie) e servizi civili del tutto carenti, ampie piaghe di arretratezza sociale (analfabetismo, bassi tassi di istruzione e ridotta aspettativa di vita alla nascita) e vasti strati di povertà – che determinavano un accentuato squilibrio territoriale. Manca, però, nella riflessione di Amedeo Lepore un accenno alla particolare mentalità della popolazione meridionale indotta da secoli di arretratezza economica e sociale ma sicuramente presente al momento dell’Unità d’Italia; la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta erano già nate ed erano diffusi alcuni comportamenti che denotavano arretratezza culturale come le faide, il delitto d’onore, il comparaggio, il familismo, ecc. ecc. A mio parere sono soprattutto questi gli elementi che possono far parlare di arretratezza del Mezzogiorno al momento dell’Unità d’Italia.

Sono d’accordo, invece, con la lezione che Adriano Giannola ha dedicato alle caratteristiche della crisi economica meridionale e alle errate politiche fatte finora per quest’area. Secondo Giannola gli anni della crisi, iniziati nel 2008, rappresentano per l’Italia – a differenza di altre economie avanzate – l’accelerazione drammatica di un arretramento iniziato già nel corso degli anni Novanta; e il panorama negativo non cambia se consideriamo (per il prodotto pro capite) le dinamiche di lungo periodo delle nostre regioni rispetto a quella delle 271 regioni europee. L’opinione di Adriano Giannola è che i meccanismi «migratori» di oggi contrastano radicalmente rispetto a quelli del passato, quando essi erano parte essenziale della strategia della riforma agraria, orientata a garantire spazi all’industrializzazione del Sud e del Nord; se allora gli emigrati potevano partire portando simbolicamente con sé i beni salario per il loro sostentamento, contribuendo al contempo (a caro prezzo personale) a consolidare la ricchezza anche delle regioni di partenza, oggi il «ricco sottosviluppo dipendente» assistito ha intrapreso un  lungo percorso di impoverimento, esportando congiuntamente il suo miglior capitale umano e quote della sua ricchezza cumulata. Sostiene Giannola che se è vero che nelle grandi città si concentrano le funzioni direzionali, le economie di scala del terziario, i mercati e le risorse umane più qualificate, il primo decennio del XXI secolo vede le grandi aree urbane del Mezzogiorno perdere il 3,3% della popolazione e nello stesso periodo il Nord registra un incremento del 4,8%.

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