13 giugno 2017

Carlo Ottaviano

Prigionieri austro-ungarici in Sicilia

Ci sono pagine di storia poco note, seppure già indagate dagli storici, che sollevano grande curiosità. Così è stato nel caso della rubrica “Bianco&Nero” che curo sull’edizione siciliana di Repubblica. Una foto mostrava un folto gruppo di militari in posa: gli ufficiali seduti e i soldati di truppa in piedi o accosciati. E fin qui nulla di particolare. L’interesse di molti lettori è nato per il contesto poco noto. A essere inquadrati erano infatti prigionieri austro-ungarici nei campi di concentramento siciliani durante la prima guerra mondiale. In Sicilia i lager di Piazza Armerina, Termini Imerese, Cefalú, Marsala, Milazzo, Torrelunga, Baghería, Sciacca, Vittoria ospitarono alcune decine di migliaia di soldati “nemici”, in gran parte originari della Bosnia-Erzegovina e della Slovacchia. La Sicilia – assieme alla Sardegna – fu la zona di prigionia in assoluto più lontana dal fronte di guerra.  “Nel complesso – scrive Giuseppe Barone, docente all’Università di Catania, in “Gli Iblei nella Grande Guerra” (Cliomedia 2015) – sono circa 600.000 i prigionieri dell’Impero asburgico, due terzi dei quali catturati nel 1918 dopo il successo militare italiano di Vittorio Veneto. Le condizioni di vita e il trattamento loro riservato sembrano essere stati decisamente migliori di quelli subiti dai nostri connazionali nei lager austro-tedeschi: rispetto ai 100.000 morti italiani (con un numero uguale di prigionieri) quelli austro-ungarici si attestano sulla cifra di 40.000, di cui 27.000 per malattia e denutrizione”.

Di questo miglior benessere ne è testimonianza appunto lo scatto pubblicato da Sergio Tazzer, giornalista e storico trentino, nel suo “Grande Guerra grande fame” edito da Kellermann. A incuriosirci sono i baffi alla Francesco Ferdinando che hanno ben 35 dei 37 militi inquadrati, segno del legame profondo con l’arciduca d’Asburgo il cui omicidio nel 1914 era stato la scintilla del primo conflitto mondiale. Nel ricevere la foto ad attrarre i parenti dei soldati prigionieri sarà stata invece la ricca vegetazione di fichi d’India, pianta sconosciuta alla loro latitudine. E naturalmente il buon stato di salute dei soldati. Le cronache raccontarono di situazioni drammatiche dei prigionieri al momento del loro arrivo. Dopo pochi mesi, stavano invece già tutti meglio. Nei campi di concentramento siciliani i soldati prigionieri potevano infatti svolgere una vita tutto considerato normale. Secondo la convenzione dell’Aia del 1907 non dovevano lavorare più di 10 ore al giorno e il salario doveva corrispondere a quello dei civili. Prevalentemente i prigionieri furono impiegati nei lavori nei campi (molisismi nei vigneti sull’Etna) e i soldati boemi, che nei loro paesi erano minatori, furono impegnati negli scavi per realizzare strade di montagna sulle Madonie e nei Nebrodi. Nel comune di Caltavuturo, nel Palermitano, vennero costruita una consistente rete di trazzere lastricate e muri di divisione, tutt’oggi ammirabili nei pressi della “Masseria Chiusa”.  Due volte la settimana i prigionieri potevano anche uscire dai campi – seppure accompagnati – per fare la spesa e non solo per recarsi sui luoghi di lavoro.

In Sicilia il campo che accolse più prigionieri di guerra fu realizzato a Vittoria.  In una delle quattro (delle 37) baracche rimaste in piedi, c’è ora il Museo italo-ungherese purtroppo aperto a singhiozzo. Conserva i lavori artigianali dei prigionieri donati agli italiani come dimostrazione di buone relazioni:  una penna in ossa, un portasigarette, un portacartina e dei portauovo in legno che recano la scritta “Ricordo prigionieri di guerra. Vittoria 1918”, ma anche due accendini ricavati da grossi bossoli di proiettile. In “La cappella ungherese” di Giancarlo Francione e Dezsö Juhász (edito dal Comune di Vittoria) sono raccolte le testimonianze di alcuni soldati, particolarmente significative quando raccontano del diverso atteggiamento dei siciliani rispetto a quello degli altri italiani. Sándor Szabó (1895 – 1987), un insegnante di disegno di Ózd catturato nel 1016 e deportato in Sicilia per tre anni, scrive nel suo diario: “Gli italiani non erano comprensivi, quando un treno per il trasporto dei prigionieri, si fermava in qualche stazione venivamo accolti da frasi ingiuriose. Soltanto in seguito si cambiò opinione. Anche a Piazza Armerina, gli abitanti, venendo a conoscenza che eravamo ungheresi e non austriaci, ci considerarono veri amici”.

Le tensioni comunque non mancarono, come ricorda ancora Barone: “La coabitazione forzata tra civili e detenuti stranieri non è sempre rose e fiori, anzi degenera talvolta in scontri e polemiche astiose. Il razionamento del grano e della farina, ad esempio, colpisce soprattutto la popolazione civile, mentre i rifornimenti alimentari del campo sono più puntuali e garantiti dalle Autorità militari. Anche la sconfitta di Caporetto genera tensioni, perchè i prigionieri austriaci galvanizzati dal successo del loro esercito nel novembre del 1917 cominciano a provocare disordini. Sono frequenti, inoltre, risse interne per motivi etnici e religiosi, come riferisce il cappellano militare Orazio Spadaro: “qui è un manicomio. Ieri c’è stata una grande zuffa tra serbi e tedeschi. Teste rotte e ossa slogate in quantità. I nostri soldati dovettero sparare in aria ripetutamente. Sembra un serraglio di animali feroci”.

Un quadro molto dettagliato della presenza in Sicilia di prigionieri è stato redatto in occasioni delle celebrazioni del Centenario della Prima Guerra Mondiale da Giuseppe Mazzaglia, presidente del Comitato “La grande guerra in Sicilia 1915-18”. Secondo Mazzaglia la Sicilia “ospitò” circa 10.000 unità tra ufficiali e militari di truppa e accolse anche un numero sostanziale di  profughi (21.500) provenienti da diverse zone del Veneto e del Friuli tra il mese di novembre del 1915 e dopo la “rotta di Caporetto” dell’ottobre 1917.  I prigionieri austro-ungarici erano stati catturati tra la 1ª e la 9ª battaglia dell’Isonzo e giunsero a partire dal novembre 1915. Nel dicembre del 1915, il Genio Militare di Messina diede disposizione di costruire un grosso campo di raccolta nel Sud dell’isola, a Vittoria, nell’allora provincia di Siracusa (oggi Ragusa). Inizialmente i prigionieri furono mandati a Palermo (nelle carceri mandamentali) e Trapani (nell’ex pastificio ICA). Altri furono portati a Marsala, Cefalù (presso la Caserma Botta), Caltavuturo, Campofelice di Roccella, Lascari, Cerda e sulle Madonie. I prigionieri furono dislocati anche nei paesi di Terrasini, Balestrate, Cinisi, Torretta, Carini, Palazzo Adriano, Monreale. Nell’Agrigentino furono sistemati a Sciacca e a Favara. Tutti i prigionieri morti in provincia di Palermo furono raccolti nel cimitero dei Rotoli di Palermo, tranne alcuni sepolti nel cimitero di San Giuseppe Jato. Tutti gli ufficiali furono concentrati per lo più nel monastero delle Benedettine SS. Trinità a Piazza Armerina e nel Castello Ursino di Catania.

L’attento studio di Giuseppe Mazzaglia prosegue informandoci che altri luoghi del versante sud dell’Etna in cui soggiornarono dei prigionieri austro-ungarici furono i comuni di Tremestieri Etneo, Zafferana Etnea, Trecastagni, San Giovanni La Punta, Adrano.

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