11 maggio 2017

Aurelio Musi

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Maiestas

 

Un luogo comune e una consolidata tradizione, che conta tra i suoi fondatori nomi importanti della storiografia angloamericana,  hanno esaltato l’umanesimo fiorentino e sottolineato la contrapposizione repubblica/monarchia, sottolineando i valori positivi del sentimento civico repubblicano contro la negatività della forma monarchica.

  L’importante volume di Guido Cappelli, Maiestas. Politica e pensiero politico nella Napoli aragonese (1443-1503), Carocci editore 2016, mette in discussione il luogo comune e analizza il contributo decisivo della cultura napoletana all’Umanesimo politico italiano. Il filo conduttore del libro di Cappelli è la parabola di Giovanni Pontano: dalla lucida teorizzazione della maiestas aragonese al tempo di Ferrante alla disillusione e al disincanto negli anni della fine del Regno indipendente. Ma intorno alla figura del Pontano ruotano altri protagonisti della vicenda umanistica napoletana come Brancato, Patrizi, Diomede Carada, Maio e De Ferrariis.

  La tesi centrale di questo lavoro è la definizione dell’umanista come intellettuale “organico”, mediatore fra re e sudditi, ispiratore di un nuovo modello di legittimazione del potere fondato sulle virtutes esemplari del principe e sulla loro “visibilità” da parte dei sudditi. L’organicismo, di cui qui si parla, è ovviamente quello della tradizione classica dell’omologia tra corpo fisico e corpo politico, dell’integrazione fra il tutto e le parti. Ma quella tradizione viene riletta dall’Umanesimo politico napoletano per fornire al sovrano tutti gli strumenti utili al fine di un più efficiente ed efficace esercizio del potere. E il passaggio dal sangue, dal primato dinastico, alla virtus come principale elemento di legittimazione della sovranità è uno snodo importante del rapporto umanistico napoletano di continuità e innovazione rispetto alla tradizione classica. Così Giovanni Brancato esalta soprattutto la magnanimitas, la sapientia, l’assenza d’ira fra le principali virtutes di re Ferrante e la sua condotta politica “quando tutti lo abbandonano”.

  Centrale, come si diceva, è la teoria dello Stato di Pontano. Lo Stato umanistico è la comunità come corpo politico (organicismo). Il motivo portante del De principe, scrive Cappelli, è il binomio amor/maiestas: il primo come coesione sociale, il secondo come padronanza dei meccanismi di controllo nella gestione del potere. Nel De obedientia la comunità politica come corpus trova nella naturalità e nella razionalità del governo di uno solo la possibilità stessa della sua esistenza e del suo vivere in armonia.

  In Pontano, secondo Cappelli, si attuerebbe il passaggio dal pluralismo medievale all’accentramento dello Stato moderno, ovverossia allo Stato assoluto. Al tempo stesso questo passaggio si realizzerebbe attraverso un vero e proprio “patto sociale” fra il sovrano e i sudditi, che anticiperebbe forme più evolute di rapporto fra governanti e governati. La tesi è alquanto azzardata e corre qualche rischio di anacronismo. Probabilmente nel tentativo di restituire alla Napoli umanistica il ruolo storico che troppo spesso la critica le ha negato Cappelli si spinge oltre il segno della revisione storiografica, attribuendo all’Umanesimo napoletano primati di cui non ha bisogno e anticipando precocemente processi che avrebbero avuto conosciuto ben altra maturazione nel tempo.

  Questo rilievo nulla toglie a un libro che si caratterizza per la straordinaria acribia filologica dell’autore, per la capacità di argomentare in profondità il commento ai testi, per la chiarezza espositiva nello svolgimento di una materia complessa, per il merito indubbio di aver proiettato l’immagine di una Napoli in prima fila nelle trasformazioni del suo tempo.

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